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PD, tieniti stretto Renzi

Recensione a Matteo Renzi, Fuori!, Milano, Rizzoli, 2011

Alcuni dirigenti del PD lo chiamano maleducato, perché rivendica esplicitamente un radicale ricambio ai vertici e l’applicazione dello statuto (dopo tre mandati, a casa). Per la stampa è quasi sempre il ‘rottamatore’. Ma dietro a Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, e soprattutto al popolo del PD che si è riunito con lui e con Pippo Civati alla Stazione Leopolda di Firenze nel novembre 2010 – e che altri incontri terrà prossimamente in altre parti d’Italia – c’è molto di più e molto altro: una leadership potenziale giovane e arrabbiata, ma costruttiva e non rancorosa, critica ma non gratuitamente polemica, e soprattutto dinamica, innovativa, pragmatica, forse un po’ spontaneistica, ma certo ricca di idee e di energie. Tutte cose di cui il PD ha bisogno come il pane, e senza le quali è destinato a un già delineato e prevedibile declino, di appeal prima di tutto, testimoniato eloquentemente dalle tendenze dei risultati elettorali e del tesseramento, ma più ancora dal morale rasoterra di simpatizzanti, iscritti e dirigenti.

Consapevole di questo, Renzi punta a sparigliare, “controcorrente e contro tutte le correnti” del PD, sapendo che “il tema della casta (anche) a sinistra è forte, fortissimo”. E insofferenza e indignazione contro la casta interna sono una marea montante. Renzi, di questa battaglia, che non è antipolitica ma al contrario fortemente politica, vuole farsi interprete. Non stupisce quindi che non sia amato da una nomenklatura che, nella sua terminologia, ha cambiato svariate volte nome ma si presenta sempre con le stesse facce, e che lui del resto non nasconde di voler attaccare frontalmente.

Tra gli aspiranti riformatori interni al PD Renzi è certamente l’ultimo arrivato, ma ciò che lo caratterizza è forse una certa peculiarità di stile personale e di capacità comunicativa, che rende il suo messaggio più accattivante di altri per una certa fascia di militanti e – ciò che è ancora più interessante – di simpatizzanti e addirittura di non elettori del PD.

Il tema del linguaggio è fondamentale. Saper comunicare. Assumere consapevolmente uno stile diverso. Cambiare linguaggio, appunto. Elementi che sono parte importante del ‘renzismo’. Ma tutt’altro che una tentazione superficiale, o cosmetica. Lo si vede da alcuni slogan: “Metà parlamento a metà prezzo” (o il “Facce nuove a Palazzo Vecchio” con cui ha vinto, contro la nomenklatura del PD, le primarie a Firenze e poi le elezioni). Ma anche “una nuova generazione contro le degenerazioni che ci hanno preceduto”; “potremo fallire per incapacità, ma non per consunzione”; fino al “E’ demagogico dire tutti a casa? Sì, parzialmente sì. Ma ci sono dei momenti in cui occorre rischiare di vincere cavalcando la demagogia piuttosto che essere sicuri di perdere adagiati sull’apatia”; per concludere con un “meglio essere accusati di arroganza oggi che processati per diserzione domani”, che sono anche le parole conclusive del libro.

Dietro questi slogan, che qualcuno legge semplicemente – aspetto generazionale a parte – come berlusconismo in salsa democratica, ci sono tuttavia contenuti non banali: su un liberalismo non di facciata, sulla capacità e il dovere di decidere anche contro le lobby (incluse quelle corporative e sindacali di sinistra), sulla strategia riformatrice (esemplificatrici le parole sull’università, e sul fatto che la riforma Gelmini la si sarebbe dovuta attaccare non perché riforma, ma perché non riforma abbastanza, invece di adagiarsi su un no senza capacità propositiva), sul bisogno di cultura, su quello di identità (da intendere come grande questione politica, di cui non bisogna avere paura, e di cui non bisogna lasciare il monopolio alla Lega), sul bisogno tutto politico di produrre comunità, tessuto connettivo all’interno delle città, senso di appartenenza. Se non è qualcosa di sinistra, è almeno qualcosa di liberale e comunque di civile, in ogni caso un progresso rispetto all’afasia dominante ai vertici del PD: e il sindaco di Firenze ha il merito di proporre questi temi con prese di posizione nette, con sintesi talvolta forti ma raramente spericolate. E, anche, con un po’ di supplemento d’anima, di gioia di vivere e persino di divertirsi facendo politica (per “combattere il tristismo” anche con un po’ di verve polemica e di spirito futurista), che di fronte a tanto contorto politichese brillano per schiettezza e novità.

Anche quando parla di valori, a cominciare dai suoi: quando parla di fede, di laicità, di valori scout, della sua storia personale di cattolico impegnato in politica, con una fede radicata ma capace di laicità praticata e convinta (“ho vinto le primarie per fare il sindaco, non per fare il vescovo”), capace di affrontare senza elusioni temi etici delicati, dal fine vita all’omosessualità, all’interno di una autentica e diremmo obamiana ricerca di senso religioso in politica (ma capace di ricordare, tra le altre cose, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”).

Naturalmente non può mancare la parte più legata alla polemica interna al PD, che ha fatto di Renzi una figura di rilievo nazionale. A cominciare dalla rivendicazione delle primarie non solo come metodo, ma come ragione d’essere del PD (e non potrebbe essere altrimenti per qualcuno che le ha vinte contro l’establishment del partito, in una lotta senza esclusione di colpi, inclusi quelli bassi). La critica interna è netta, e ha il merito della chiarezza. “Le pagelle si danno a scuola, non in politica. Ma non c’è chi non veda che questa generazione ha sprecato il proprio colpo in canna. E non è che cambieranno le cose se la lasceremo lì a vivacchiare”. E ancora: “i nostri padri politici vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. Folgorante, anche se discutibile, la sintesi dell’evoluzione del PD da Veltroni a Bersani. Il discorso del Lingotto era “un film inedito, che puntava a sparigliare ma che aveva il solito cast di sempre. Una bella storia, raccontata però dalle stesse facce di sempre”. Oggi Bersani “ha colto la contraddizione tra la storia e i narratori. Ma anziché cambiare le facce, sta cambiando la storia”. Potrà essere ingeneroso nei confronti dell’attuale segretario, che sta cercando di tenere insieme i cocci di un partito in discesa, in tutti i sensi. Ma coglie bene una parte di verità. E non si può dare troppo facilmente torto a Renzi, accusandolo di essere liquidatorio, se si pensa che il culmine dell’elaborazione politica di Bersani è stato rilanciare, in un’intervista quasi incomprensibile al lettore comune, il ‘Nuovo Ulivo’, oggi peraltro già rapidamente archiviato.

Anche se il libro non ne parla, l’attivismo di Renzi, e di molti altri quadri del PD con lui, ci ricorda una cosa fondamentale: che il PD non ha due gambe (come continuamente ripetono i leader protagonisti della sua unificazione), ma tre: la prima è rappresentata dalla tradizione eurocomunista e socialista; la seconda da quella cattolica popolare; ma la terza è fatta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati iscritti a quei partiti, che magari pure votavano senza troppa convinzione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo, diverso, davvero riformatore, e in esso si sono impegnati. Spesso sono proprio i rappresentanti di questa terza gamba a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi anni, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti, ma di energia, di motivazione e di capacità propositiva e riformatrice. Renzi e gli altri che stanno provando a riformare il PD dall’interno ne sono un esempio. Vale la pena di non perderli per strada. Senza di loro, la scommessa del PD è già persa.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), PD, tieniti stretto Renzi, in “Reset”, n. 124, marzo-aprile 2011, pp. 102-103

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