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L’idiozia della violenza da hooligans: il caso Aliprandi

L’aggressione nei confronti di Vittorio Aliprandi è un atto violento, stupido, volgare. Niente che possa richiamare alla battaglia, al duello, alla nobiltà della lotta del bene contro il male, ammesso e non concesso che stia da una parte sola: solo un branco di prepotenti contro una vittima inerme, tanti contro uno – vigliacchi, insomma. E meno male che in questo caso la polizia è intervenuta tempestivamente, ha già arrestato alcuni degli aggressori, ed è probabile che prenderà i rimanenti, e i complici, magari. Ne siamo lieti, come quando all’ultimo arrivano i nostri. E li ringraziamo, come ringraziamo i cittadini che sono intervenuti per difendere la vittima e fermare gli aggressori. Ma non basta ancora.

Questi giovani luminari dell’antiglobalizzazione, che si credono più intelligenti e dotati di maggior senso critico e di più alta penetrazione ideologica degli altri perché parlano di politica al centro sociale invece che di calcio al bar, si comportano poi come i peggiori degli ultras: che menano purchessia, come ragione di vita e sola capacità di azione collettiva. Anche questa una forma di tifo: che, come quello calcistico, è una malattia. Da typhos: febbre, offuscamento. E’ questo che sconcerta di più. Che non si sia imparato ancora a fare altro. Che il massimo di coscienza politica che si è in grado di sviluppare sia allo stesso livello di quella del bambino arrabbiato, del fidanzato accecato dalla gelosia o dell’avventore di bar dal coltello facile: ce l’ho con lui, e allora lo picchio. Siamo ancora lì: all’infantilismo più puro, alla filosofia da film di kung fu, al cartone animato giapponese. Con la differenza che almeno, in questi, al pugno rispondo con un pugno perché non ho la fantasia e l’intelligenza di fare altro, ma un pugno almeno l’ho preso, prima di rispondere allo stesso modo. Questi autonominati difensori civici dell’ingiustizia globale, questi hooligan con pretesa di coscienza politica, il pugno non l’hanno nemmeno preso: si arrogano il diritto di darlo, in nome della loro verità.

Certo c’è un clima, in questa Italia, che sconcerta. In cui i rappresentanti delle istituzioni per primi, dal più alto al più infimo, e Aliprandi ne è un esempio, si arrogano essi stessi il diritto di un linguaggio violento, di affermazioni grossolane, di analisi senza fondamento, tanto per dire o per fare, che inveleniscono l’aria politica che respiriamo. Non a caso era appena stato condannato per questo: una buona notizia, che mostra come il male si possa fermare con la legge anziché con la violenza. Ma è un clima più diffuso: che demonizza intere categorie di cittadini, meglio se con pochi diritti, come gli immigrati; o dalla maggioranza dà del brigatista ai giudici, e dall’opposizione dell’assassino a un ministro. Così, tanto per dichiarare. Siamo passati dalla pretesa di incivilire i barbari all’imbarbarimento progressivo dei civili, e non è un progresso. Ma quest’aria che tira – questa sì, un nemico da combattere – non giustifica nulla. Men che meno un atto ulteriore e più grave di inciviltà.

C’è una violenza del sistema, è vero. Che non ha mai giustificato la violenza del singolo o del gruppo, tuttavia. Anche perché non porta a nulla. C’è un legame, tra mezzi e fini. E forse è il caso di cominciare a ricordarcelo. Come diceva il vecchio Gandhi, “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Da mezzi violenti, e da chi semina violenza, cosa ci si aspetta che fiorisca?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), L’idiozia della violenza da hooligans, in “Il Mattino”, 22 aprile 2011, pp. 1-17

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