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Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità

Comunicazione è parola abusata. Ma proviamo a scriverla in maniera diversa: com-unicazione. Ecco che com-unicare potrebbe significare qualcosa come rendere unico, rendere uno, o essere uno insieme. Naturalmente non è questa l’etimologia della parola, che deriva da cum e munus, svolgere il proprio incarico, il proprio compito, con, insieme ad altri; significato questo, peraltro, ugualmente indicativo, proprio anche di altre derivate dalla parola ‘comune’: comunismo, comunione, comunitario. Ma entrambe costituiscono una interessante approssimazione al tema di questo festival della comunicazione.

La comunicazione di cui si parla è quella dell’era digitale: un’era caratterizzata non solo dall’interconnesione globale e permanente, ma anche da mezzi di comunicazione molto più interattivi di quelli che hanno caratterizzato l’era delle comunicazioni di massa. Più adatti quindi a risuonare nel villaggio globale preconizzato da McLuhan. Oggi, grazie a internet, il mondo lo è davvero un villaggio. E semmai il problema – un altro tragico problema di uguaglianza su scala globale – è che non a tutti l’accesso al villaggio è consentito, come ci testimonia il tema sottovalutato del digital divide.

Come ogni villaggio, anche quello globale è abitato da voci, volti e anche maschere.

Le voci narranti che riempiono i blog e i social network, con un ritorno e un rilievo dell’individuo che non conoscevamo in un passato dominato, per l’appunto, da mezzi di comunicazione ‘di massa’, passivi: un suk virtuale e talvolta cacofonico di incroci, snodi, link, tweet, sms, parole che si muovono veloci anche se talvolta parlano ma non dicono, e soprattutto non si ascoltano.

I volti, che grazie ai nuovi media ritornano in primo piano, visibili e non solo letti o immaginati, parlanti, capaci di dare quel di più che è proprio della comunicazione non verbale, protagonisti di narrazioni individuali e collettive, di grandi epopee e di piccole storie formato you tube, skype, tablet o videofonino.

E le maschere: i nascondimenti, i travestimenti, le menzogne sull’identità consentite dall’uso dei nickname, dall’anonimato di internet, della molteplicità degli indirizzi e-mail, dal gioco degli avatar. Ma anche l’infinita libertà che questo consente di essere fino in fondo se stessi, fino a far vedere, celandone l’identità reale, il sé che si vorrebbe essere e cui si rinuncia ad essere, nel meglio e nel peggio.

Insieme costituiscono alcuni degli elementi di quel ritorno della narrazione che è parte importante del paesaggio delineato dalla rivoluzione digitale. In cui diventa ancora più vero che sumus, ego sum: che siamo innanzitutto e soprattutto perché siamo il prodotto di relazioni che si narrano, e narrandosi si lasciano incontrare. La sconfitta finale di quel cogito, ergo sum che per troppo tempo abbiamo creduto essere la forma per eccellenza dell’innaturale e inumano primato del pensare sull’essere.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità, in “Pagine Aperte. Speciale Settimana della Comunicazione”, n.4, maggio 2011, pp. 10-11

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