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Dopo le isterie, le vere moschee da fare

Se c’è qualcosa di cui l’Occidente può essere legittimamente fiero, e che dà senso alla sua storia, è la sua capacità di sancire, proteggere e progressivamente allargare la sfera delle libertà degli individui e degli attori sociali collettivi, dalle imprese ai partiti. All’origine di queste libertà – in Europa e, ancora più fortemente, negli Stati Uniti – vi è la tutela delle libertà religiose, e in particolare la protezione dei diritti delle minoranze, dato che le maggioranze, avendo il potere, si tutelano da sé. Universalismo (il fatto, banale ma che è utile ripetere, che la legge è uguale per tutti) e quindi pari dignità e parità di trattamento, tutela delle minoranze, costruzione di uno spazio laico (che non significa, riduttivamente, neutrale) a tutela di tutti, sono quindi principi cardine dello spazio pubblico occidentale, irrinunciabili, “non negoziabili”, per mutuare la formula oggi di moda presso alcuni attori religiosi.

Tuttavia questo stesso Occidente, e l’Europa continentale in particolare, sembra oggi singolarmente incapace di accettare e rendere pratica quotidiana questi suoi principi fondativi, soprattutto alla luce dell’accentuato pluralismo religioso attualmente disponibile, che precede l’arrivo delle nuove migrazioni, ma che da queste è reso radicalmente più visibile. Non solo la visibilità delle comunità religiose è posta in questione – a proposito dei loro simboli, delle loro pratiche, dei loro codici vestimentari, dei loro edifici di culto – ma persino, in alcuni casi, la legittimità della loro presenza. La questione della visibilità nello spazio pubblico è tuttavia quella dirimente, perché si traduce in pratiche istituzionali di tipo discriminatorio che possono collidere – e di fatto spesso collidono – con i principi fondativi dello Stato e le sue norme, ma anche solo con le regole che sono alla base della civile convivenza.

La questione è generale, e può riguardare occasionalmente tutte le minoranze religiose. Ma di fatto essa si manifesta in particolare a proposito dell’islam, considerato, a torto o a ragione, il caso più estremo o comunque più problematico di diversità religiosa. E questo in diversi ambiti: dalle politiche di genere ai luoghi di culto. Ciò avviene anche per l’esistenza di imprenditori politici della paura, e dell’islamofobia in particolare, che hanno fatto della lotta all’islam, attraverso la lotta ai suoi segni di visibilità, un cardine delle loro politiche e della loro ricerca di consenso.

Le moschee, per citare un esempio significativo, fanno notizia, e fanno – nel senso che producono, soprattutto in chi le avversa – politica, anche prima di esistere. Quasi ogni volta che in qualche città europea (e con frequenza forse più significativa nelle città italiane, o più propriamente in quelle del Nord Italia) si pone il problema di costruire una moschea, partono le discussioni, le riflessioni, le controdeduzioni, ma anche, sempre più spesso, i conflitti. Milano è un caso paradigmatico e per certi versi clamoroso di questo meccanismo. Ancor prima di esistere la moschea è diventata strumento – e strumento considerato strategico, primario – di conflitto elettorale: tra il tentativo abortito di presentare una lista intorno alla figura del responsabile di una delle principali sale di preghiera, Abdel Hamid Shaari, e la sconcertante (ma, alla fine, perdente) strumentalizzazione che Letizia Moratti e la Lega hanno fatto delle posizioni di Giuliano Pisapia, cavalcando spudoratamente paure esagerate ad arte, paventando la creazione del più grande centro islamico d’Europa, cercando di mobilitare i quartieri con messaggi che volevano trasmettere inquietudine (“Milano zingaropoli … con la più grande moschea d’Europa” e “Moschea a Milano. E se fosse nel tuo quartiere?”, dicevano i manifesti della Lega affissi ovunque appena prima del ballottaggio).

Questo, tuttavia, in un Paese dove a fronte delle 764 sale di preghiera musulmane censite, vi sono solo 3 moschee (Catania, Segrate e Roma), di cui solo 2 utilizzate (quella di Catania è proprietà di un privato, nemmeno musulmano), e solo una, quella di Roma, è una vera moschea monumentale, mentre quella di Segrate, alla periferia di Milano, è così piccola e sottodimensionata – poco più che una dichiarazione simbolica di esistenza – che i fedeli pregano da sempre in una sala attigua. Giusto per fare un confronto europeo, oltre a essere in numero più cospicuo le sale di preghiera, le moschee costruite ad hoc sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, quasi altrettante in Olanda, una settantina in Germania; e anche Paesi con meno musulmani dell’Italia ne hanno comunque di più: 4 in Svizzera, 5 in Austria, 7 in Portogallo e Svezia, 14 in Spagna. Mentre i progetti di costruzione in itinere, a vari livelli di avanzamento, sono quasi 200 in Germania, una sessantina in Francia, una quindicina in Olanda e in Grecia, e solo 6 o 7 in Italia1.

Ecco quindi che il caso di Milano assurge a una indubbia significatività, dato che non c’è praticamente grande città in Europa che non abbia al suo interno una o più moschee, esattamente come ha chiese cattoliche e protestanti, sinagoghe, sale del regno dei testimoni di Geova, templi buddhisti, hindu e sikh, e molto altro ancora, con maggiore o minore visibilità secondo la presenza quantitativa, la forza e la ricchezza delle rispettive comunità.

Il problema non è tanto il se, ma il come. Sul ‘se’ aveva già dato una risposta, a suo tempo, il sindaco Albertini, indicando la costruzione di una moschea come un obiettivo ovvio e del tutto ragionevole; e lo dà soprattutto la logica delle cose. Sul come si può solo discutere sul dove e il quando, in termini di sensatezza dei progetti e con meri tecnicismi urbanistici, essendo urbanistica e comunale la competenza riguardo ai luoghi di culto. In questo senso era solo una forma di illegittimo scaricabarile il tentativo del sindaco Moratti di chiedere un parere al ministro dell’Interno Maroni, al solo scopo di guadagnare tempo continuando a penalizzare le comunità islamiche milanesi, impossibilitate ad avere un luogo di culto degno di questo nome: dove anche la bellezza e la dignità sono una qualificazione fondamentale, che significa integrazione non solo simbolica, e possibilità di espletare meglio i fini propri delle comunità religiose, a tutto vantaggio della società e della città nel suo complesso, che ne guadagna in fiducia, gratitudine e, non ultimo, controllo sociale e sicurezza. Ugualmente relative al ‘se’ sono le discussioni su se sia meglio prevedere una sola grande moschea cittadina o diverse. L’esperienza delle metropoli europee comparabili a Milano ci dice che una cosa non esclude l’altra, e che si deciderà nel confronto tra istituzioni e parti sociali: sapendo che la maggioranza degli attori sociali islamici propende per ora più per la pluralità di luoghi di culto di medie dimensioni che non per un’unica grande ‘moschea cattedrale’, che porrebbe problemi anche di costo, di gestione e di egemonia, stante la peraltro legittima pluralità interna alle comunità islamiche.

L’importante è che si proceda, e in fretta, anche in vista dell’Expo. Sarebbe umiliante di fronte alle decine di migliaia di visitatori musulmani che si prevede arriveranno, dover rispondere che no, purtroppo, un luogo di preghiera per loro la civile Milano, che si vuole capitale morale e metropoli globale, non l’ha nemmeno previsto. Ma sarebbe umiliante e controproducente soprattutto per i vecchi cittadini e i nuovi residenti della città, sapendo che gli uni e gli altri (e di musulmani ce ne sono in entrambe le categorie) hanno il diritto di vedersi riconosciuto un diritto costituzionale che è loro concesso senza condizioni. In questo senso anche le proposte di referendum pro o contro la moschea sono irricevibili. Per la semplice ragione che le maggioranze non hanno il diritto di decidere sui diritti delle minoranze, pena l’affossamento delle fondamenta stesse dell’Occidente.

In termini di principio la questione delle moschee nemmeno dovrebbe sussistere, perché non c’è nulla di più ovvio e naturale che delle comunità religiose, immigrate o meno, desiderino propri luoghi di culto e possano godere degli stessi diritti che le costituzioni europee garantiscono a tutti, maggioranze e minoranze. Si affrontino dunque solo i termini di fatto, con buon senso e ragionevolezza da entrambe le parti: sapendo che alla parte islamica è richiesto un supplemento di intelligenza e capacità comunicativa nel sapersi confrontare con il resto della città, che ha il diritto di sapere e di confrontarsi, oltre all’ovvio rispetto delle normative associative e urbanistiche. Uscendo anche, tutti quanti, dall’idea di considerare normale il rappresentarsi la città come un conflitto di civiltà in sedicesimo, in cui anche il linguaggio scivola spesso oltre i limiti dell’accettabile, se non del lecito (basta sostituire alla parola musulmano la parola ebreo o cristiano, in taluni discorsi politici o articoli di giornale a proposito di moschee, per accorgersene). In questo la Chiesa cattolica cittadina e le confessioni religiose minoritarie, a cominciare da quelle storiche come gli ebrei e i valdesi, hanno svolto un ruolo di guardiani della civiltà giuridica e di salvaguardia dei principi, non solo del buon senso religioso, che non hanno svolto altri. E questo, insieme alla volontà delle istituzioni, è già un buon terreno su cui costruire.

Stefano Allievi

1 Per i dati e una analisi del problema si veda S. Allievi, La guerra delle moschee. L’Europa e la sfida del pluralismo religioso, Venezia, Marsilio, 2010. Per una comparazione dettagliata a livello europeo S. Allievi (a cura di), Mosques in Europe. Why a solution has become a problem, Londra, Alliance Publishing Trust, 2010.

Allievi S. (2011), Dopo le isterie, le vere moschee da fare, in “Reset”, n. 126, luglio-agosto 2011, pp. 44-46

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