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Il caso Penati e i partiti invadenti

Bersani rivendica la diversità politica, non genetica, del PD. E’ un passo avanti rispetto ai tempi in cui il PCI rivendicava quest’ultima. Ma la diversità politica si misura non con le parole, ma con l’azione politica, cioè i fatti. E questa invece è ancora timida. Un fatto sarebbe promuovere la riduzione radicale dei costi della politica: dimezzamento dei parlamentari, riduzione significativa dei consiglieri regionali, e così via a scalare, ma anche riduzione drastica delle rispettive indennità, abolizione dei vitalizi e dei molti benefits nascosti. Si potrebbe fare da subito, a cominciare dai luoghi in cui il PD è forza di governo, e qualcuno ha cominciato a farlo: perché non diventa una battaglia a tutto campo, visibile e aperta? Un altro fatto, meno simbolicamente significativo ma più economicamente e moralmente incisivo, sarebbe l’uscita dalle società partecipate e la denuncia a tappeto dei consigli d’amministrazione abusivi e improduttivi che la politica produce, in enti inutili o francamente dannosi (il costo non è solo gli stipendi doppi e tripli o il gettone, su cui si concentra l’attenzione della pubblica opinione, ma la struttura stessa, la sua improduttività, o peggio la sua produttività sbagliata laddove il mercato potrebbe fare meglio, i suoi costi di gestione, e questo anche al netto della corruzione). La politica dovrebbe uscire dalle migliaia di società che ha prodotto, e dalle istituzioni che ha abusivamente occupato, dalla Rai alle Asl (in cui, in entrambi questi casi come in moltissimi altri, è entrata con la forte pressione e la totale compartecipazione delle forze di sinistra): così come è stata una scelta politica – sciagurata – entrarci, così potrebbe essere una scelta politica – vincente – uscirne, se solo la politica lo volesse davvero. Bisogna uscire dalla mentalità stessa che dà per scontato che le nomine nei consigli di amministrazioni, negli enti, nelle fondazioni, le fanno i partiti, o peggio i capibastone dei medesimi, con criteri di fedeltà (personale, nemmeno di partito) e non di merito, in ogni caso non trasparenti: su questo il PD non fa eccezione, né a livello nazionale né locale – non ricordiamo una sola occasione di discussione pubblica sui meriti o sui curricula dei vari nominati da questo o quel barone di partito anche nel più infimo degli enti.

Invece di sentirsi offesi perché la magistratura indaga e la stampa ci ricama sopra, minacciando querele e class action, ci vorrebbe una grande offensiva riformista, che vada al nodo del problema. E questa ancora non c’è. E’ vero che il PD, unico tra i partiti, si fa certificare il bilancio: ma di fronte alla tragica crisi di legittimità della politica che travolge anche il PD, è davvero troppo poco – una graziosa decorazione su una pietanza comunque immangiabile.

Il caso Penati è solo l’ultimo, ma non è uno qualsiasi, trattandosi del capo della segreteria politica dello stesso Bersani. E se anche fosse provato che non ci sono illegalità, c’è l’avallo a un’ipertrofia della politica, per cui è considerato normale che essa compri (malamente e a caro prezzo) azioni di società autostradali, o faccia triangolazioni con il potere economico (ti cedo una cosa – terreno, immobile, azioni – che tu rivenderai a prezzo più alto, lucrando una rendita che non assomiglia neanche un po’ all’economia di mercato, in cambio di qualcos’altro, incluso magari il coinvolgimento delle imprese a me vicine, esercitando una pressione soft che non è illegale ma è ugualmente una perversione del mercato). Penati non è un Verdini, e il primo si è dimesso dalle cariche istituzionali (ma non dal partito) mentre l’altro non lo farebbe neanche dipinto né nessuno glielo ha chiesto. La diversità è questa. Ma non basta più.

La consapevolezza dell’urgenza del tema sembra tragicamente assente, per una ragione perfino antropologica, che coinvolge anche i dirigenti del PD. Non si può chiedere di abbandonare il metodo dell’occupazione della società e dell’economia da parte della politica alle stesse persone che l’hanno sempre praticata. Il rinnovamento vero dei metodi della politica si fa anche non facendo fare carriera e non candidando più chi quei metodi li ha praticati per storia e tradizione, come se fosse ovvio (e non ci riferiamo alle illegalità, ma all’onninvadenza della politica). Bisogna scegliere uomini e donne che non pensino più che tutto questo è normale. E’ questa la diversità politica che ancora non si vede.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il caso Penati e i partiti invadenti, in “Il Mattino”, 29 luglio 2011, pp. 1-5 (anche “La nuova Venezia” e la“Tribuna di Treviso”)

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