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On the road again. Brevi cenni su un universo in rapida mutazione

«Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale»: quello proposto per il cinquantesimo Convegno di CEM è un tema difficile, tra l’inquietante e lo spavaldo, o il coraggioso al limite dell’inconsapevolezza. Perché proporre, nel buio della crisi, la luce della ri-costruzione, del nuovo patto, presuppone un ottimismo della volontà di cui è difficile discernere i segni e fondare la ragionevolezza. Nondimeno, questa ricerca è necessaria: esperienzialmente urgente, moralmente inaggirabile. La cifra interpretativa di questo periodo è la transizione: ma verso dove? Cercheremo di decifrarne alcuni segnali, e proporre qualche chiave interpretativa, ricorrendo ad alcune metafore.

La prima è quella delle isole nella corrente, che descrive la nostra condizione umana  globale oggi, come individui e come gruppi. Ne analizzeremo alcune declinazioni, in ambiti molto diversificati, dalla famiglia alle religioni.
La seconda è quella del rapporto tra immigrati digitali e nativi digitali. La applicheremo anche ad altri ambiti, per delineare la portata della rottura generazionale odierna.
La terza è quella delle «seconde generazioni»: che riguarda gli immigrati, ma da cui cercheremo di trarre qualche benefico insegnamento, estendendone il significato.
La quarta la lasciamo in bianco, per ora. È quella che ci porta a capire se siamo davvero «oltre», e in che misura siamo «per». Ma, come lascia capire il titolo, è La strada. Quella dello scrittore Cormac McCarthy. Ma più in generale le strade da percorrere.

Prima metafora
Isole nella corrente
Il mondo si muove (è la corrente) rapidamente, noi ci siamo in mezzo, siamo isole. Ma non siamo isole ferme: anche noi ci muoviamo! C’è un bel libro di José Saramago, La zattera di pietra, in cui si racconta della Spagna che si stacca dal continente e comincia a viaggiare nell’oceano. È una
metafora bellissima. Io credo che siamo isole che si muovono, anche se più lentamente della corrente che a sua volta le trascina. Anche chi si richiama a valori che presupporremmo stabili si muove.
Il movimento per la maggior parte di noi non è più una scelta, è una condizione: anche stressante (pensiamo alle espressioni essere al corrente, stare al corrente, correre). Siamo isole nella corrente. E allora è come essere al corrente. Uno che è al corrente deve correre. La stessa etimologia dice questo: essere al corrente è una fatica. Devo inseguire le cose, le informazioni, devo sapere, devo cercare, devo andare su internet. Correre non è camminare, non è un’attività tranquilla, non è il pellegrino che lentamente si muove, l’attività che aiuta a riflettere, il contrario di camminare e riflettere, di sedere e meditare. Correre è affanno, ci fa venire il fiatone. E non favorisce la concentrazione… In ogni caso il mondo si muove, si muove la realtà e anche alquanto rapidamente: allora noi che possiamo fare? La nostra condizione umana è insufficiente. Siamo costretti a starci e a rimanerci nel mondo, ma senza strumenti adeguati perché il sapere si è ampliato, è troppo ampio per una mente sola.
Come riuscire, dunque, a essere isole (mobili) nella corrente che si muove più veloce?
Ecco alcuni suggerimenti… Dovremmo:

a) sapere dove siamo, collocarci, cercando mezzi e chiavi di lettura (strumenti di orientamento e carte geografiche) per analizzare la realtà, studiando, ascoltando, interrogando;
b)  cercare punti di riferimento e vedere di che tipo sono, quando ci sono. Ricordiamoci che si muovono anche quelli, e quindi anch’essi sono spesso ingannevoli. Tuttavia ci sono. Un faro, un oggetto, un albero, una casa. Ma ciò che si vede, muovendosi anch’esso, cambia distanza, visto da terra. Quindi, per aiutarci, come gli antichi marinai, occorre interrogare il cielo, guardare le stelle, re-imparare a collocarci rispetto ad esse. Sono convinto che siamo in un’epoca in cui le radici si possono anche appendere in alto, non necessariamente solo in basso, nella terra, come punto di riferimento che consente una certa stabilità in una situazione che si muove continuamente;
c)  sforzarsi di capire dove andiamo, dove ci porta la corrente, per avere, oltre che i criteri di lettura della realtà, i metodi per affrontarla, per camminarci in mezzo. Credo tra l’altro che oggi questo costituisca una virtù, la più difficile forse, ma anche per certi aspetti la più sensata, legare insieme i criteri e i metodi, le letture e i mezzi che abbiamo per camminare in questa realtà.
Da ragazzo mi è rimasta impressa una bella frase di Gandhi che diceva: «Il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme». C’è anche un’altra metafora, sempre gandhiana: «Il fine segue i mezzi come la ruota del carro segue il passo del bue», cioè sono inesorabilmente legati. Non è male ricordarlo di questi tempi, anche quando si parla di virtù pubbliche. Oggi, forse perché immersi nella vita metropolitana, tendiamo a dimenticare il significato di frasi come queste. Tuttavia, sarà perché vivo in campagna, a me sembrano più evocative e chiare che mai. Più che nel mio stesso passato metropolitano.
Ma c’è una cosa che quelli che amano Gandhi non amano ricordare. Questo grande educatore globale è stato un pessimo educatore familiare: ha avuto un figlio che lo odiava, un tossicodipendente, un alcolizzato, l’opposto delle virtù paterne, che egli ha abbandonato al suo destino, considerandolo perduto. Quindi vediamo incarnata in una figura che molti stimano la difficoltà di trasmettere quegli stessi orientamenti (i criteri morali e di valutazione) alle generazioni successive. E la transitorietà di questi stessi orientamenti. Che non sempre, dopo tutto, sono tali, o lo sono compiutamente, nel modo migliore.
Cosa vuol dire orientarsi oggi?
Significa anzitutto fare un esercizio che ci insegnava a fare il Concilio: interrogare incessantemente i segni dei tempi, e lasciarsi interrogare da essi, non pretendere di dire ai tempi che cosa sono. Siamo in un’epoca di forte pluralizzazione dei riferimenti culturali e identitari. Questa mi sembra essere la sua caratterizzazione principale e più ricca di conseguenze. Cosa significa? Vuol dire che diventa più difficile la coerenza, che ci sono tanti frammenti. Il cambiamento, il mutamento, il movimento sono la condizione umana oggi, e sono anche un valore sociale. Se presentiamo un curriculum ad un’azienda, se abbiamo cambiato molti posti di lavoro o meglio ancora molte città, questo è un valore, è quello che fanno  le «classi parlanti», coloro che hanno il diritto di dire come funziona la società, a cui appartengono anche gli accademici.
Le figure trendy a tutti i livelli sono prima di tutto quelle che si muovono, come percorso individuale, biografia, carriera: ma cambiano anche luoghi, situazioni, lavori.
Siamo in un’epoca in cui ciò che è nuovo è un valore, non ciò che è vecchio, sempre uguale. New è un buon aggettivo, il «nuovismo» diventa fattore sociale di seduzione, e valore ricercato, seppure magari illusoriamente. Come diceva un grande scrittore, Robert Musil: «Si cerca sempre il nuovo, ma si trovano solo le novità», cioè la superficie. Il cambiamento di superficie però si cerca sempre, il nuovo comunque, e spesso lo si trova. Questo è un dato con cui noi ci scontriamo continuamente: da un lato il cambiamento, il mutamento delle cose che ci sono e ci erano familiari, dall’altro la loro pluralizzazione, una possibilità di scelta maggiore di prodotti, dai beni di consumo alle possibilità d’incontro, ma anche dai valori alle religioni.
Questo produce un aspetto forse un po’ più nuovo dell’odierna condizione umana, che Giddens chiama della «modernità riflessiva». Siamo cioè costretti a riflettere continuamente sulle cose, perché le cose scontate sono sempre di meno: questo vale per i nostri figli rispetto a noi, e per noi rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni. Nel mondo, diciamo così, tradizionale, fino a pochissimo tempo fa, le cose scontate, ovvie, erano più numerose rispetto a quelle messe in discussione. Oggi avviene il contrario, non perché noi desideriamo metterle in discussione, ma perché la realtà ci costringe a farlo. Siamo costretti di continuo a porci domande, perché ci troviamo di fronte a verità e risposte contrapposte, a valori diversi. Questa condizione di riflessività continua ci obbliga a riproporci continuamente le domande e a ridarci le risposte, che è una condizione faticosa.
Oggi ci sono due grandi modalità di essere e di conoscere che ci vengono proposte. Una è quella delle radici, che ci richiamano alla lentezza, l’albero cresce lentamente e le radici vanno in profondità. L’altra è quella del muschio, una conoscenza di tipo esteso; fare tante esperienze. È un modo di conoscere, un modo di essere che non va condannato, che ha una sua etica. Un modo di affrontare la realtà, di stare sulla superficie, di essere la pluralità di esperienze che ci attraversano e che attraversiamo, anche con la loro caducità, la non durata che spesso viene assunta come tale.
Spesso noi siamo tutti e due le cose, magari in fasi diversa della vita. In gioventù siamo più muschio e nell’età adulta siamo più radici, qualche volta il contrario.

Seconda metafora
Il rapporto tra immigrati digitali e nativi digitali
La seconda metafora è quella del rapporto tra immigrati digitali e nativi digitali. L’applicheremo ad altri ambiti, per delineare la portata della rottura generazionale odierna.
I giovani ci sono in mezzo. In tutto quanto segue, nei cambiamenti che descriveremo, noi siamo immigrati, loro nativi. E come noi, mediamente, resteremo per sempre, rispetto alle tecnologie, degli immigrati, comportandoci come tali, con una certa dose di incertezza, di mancanza di conoscenza dei fondamentali, di timidezza, loro, che ne sono nativi, ci si muovono meglio, con più naturalezza. Solo che questo non riguarda solo le tecnologie.

Tra virtuale e virtuoso, viaggio nel nuovo
Il termine virtuoso, nel linguaggio comune, ha un richiamo a qualità morali solide. Ci si aspetta che le virtù siano solide, fondate, radicate. Temo che oggi la virtù soffra degli stessi problemi della virtualità. Hanno qualcosa in comune. Spesso le virtù sono solo potenziali, anche quando vorremmo fondarci su di esse, o fondare qualche cosa su di esse. Il problema è che spesso anche le virtù sono artificiose. Siamo in un periodo in cui le virtù sono spesso dichiarate (ma non è solo storia di oggi), vengono vantate le adesioni formali a un quadro di virtù. Penso, ad esempio, a cosa succede oggi ad alcuni reali o presunti «valori cattolici» nello spazio pubblico: al diffondersi da parte di molti politici di un clericalismo senza fede, vantando una vicinanza dichiarata ai valori promossi dalla Chiesa in maniera strumentale – vivendo vite personali lontane non solo da quei valori, ma da quella stessa Chiesa che ne è portatrice. Nel dibattito politico questi personaggi sono chiamati ironicamente «atei devoti». C’è quindi un problema di uso pubblico delle virtù dichiarate, delle virtù di adesione, spesso valorizzate in quanto tali.
Quali sono i caratteri fondamentali di questo cambiamento? Li riassumo in una parola che tutti conosciamo: globalizzazione. Connessione globale, pensiamo ad esempio al collegamento con tanti
mondi diversi, con tante culture diverse, con tanti valori diversi. Non è una banalità ripeterselo perché questo avviene con internet, attraverso il turismo di massa, negli incontri quotidiani. La società si è già pluralizzata. Quindi connessione, accelerazione, i movimenti sono più veloci. Siamo confrontati continuamente da un dualismo movimento-stabilità. Muoversi è bello, ma anche faticoso, abbiamo spesso voglia di fermarci. È la realtà che ci costringe a muoverci ancora, il lavoro si sposta, i figli si spostano. Continuamente abbiamo un mondo culturale di valori che dobbiamo ridefinire sul piano locale, a seconda del posto in cui siamo, dell’ambiente che frequentiamo.
È opportuno sottolineare la straordinaria capacità che hanno gli uomini e le donne di adattarsi a situazioni diverse. Il cambiamento come strategia per la sopravvivenza è molto di più, è una capacità culturale che ha l’uomo di de-localizzare e ri-localizzare i propri mondi di riferimento.
Naturalmente tutto questo comporta, tra tante altre cose, la crisi delle identità, la crisi delle definizioni delle identità. Le identità sono complicate. Dire chi sia ciascuno di noi è una risposta complicata. Non per tutti, però. Vi sono coloro che hanno solo certezze, o si illudono di averle. Quelle certezze sono un antistress, in una situazione di complicazione, di difficoltà. Chi ti dice esattamente chi tu sia, ha successo. Questo spiega il diffondersi dei guru faciloni, delle ricette semplici, degli spacciatori di facili certezze, non meno pericolosi degli spacciatori di altri tipi di sostanze. Anche a livello di discussione pubblica, magari rispetto all’immigrazione o all’islam: dirsi
«Io ho un’identità italiana, padana, cattolica, forte, stabile, definita». È l’illusione di definirsi in maniera chiara, seppure astratta. Chiudersi in una de-finizione. È questo de-finire: mettere una fine, un confine. Peccato che la realtà c’interroghi continuamente. Queste de-finizioni possono essere un comodo antistress. Molta gente vi si adagia. È la mentalità-setta. Tipica delle identità reattive.

Esiste ancora l’identità?
Avere un’identità vuol dire anche avere valori di riferimento. Le identità a causa di questo sono spesso reattive. Quelle che scopriamo di avere contro qualcun altro. Ad esempio, tutti coloro che
riscoprono di essere cristiani da quando ci sono i musulmani, coloro che vogliono mettere il crocifisso nei luoghi pubblici, ma a casa loro non ce l’hanno, quelli che dicono «io sono un’atea cristiana». Queste sono identità reattive. Le troviamo anche tra gli immigrati: tra le musulmane che si mettono l’hijab (il foulard), ma nel paese d’origine non se lo mettevano; tra coloro che si chiudono nella loro comunità, terrorizzati dal confronto con l’Occidente e i suoi valori. Ma le identità si trasformano continuamente: è difficile dire cosa sia l’identità oggi.
Le identità sono spesso multiple, plurali, intermittenti e reversibili. Abbiamo una pluralità di ruoli, con tutti i problemi di coerenza o di conflitto di ruolo che ne conseguono. Le identità spesso sono part-time. Sono reversibili, precarie nel bene e nel male, così come il lavoro oggi è più precario
di ieri. Spesso sono negoziate. Le decidiamo nella relazione con gli altri. I sociologi dicono che l’identità non esiste più, anche per gli psicologi è una parola da buttar via, perché – dicono – siamo continuamente immersi in un processo di identizzazione.
Noi viviamo in una situazione di pluralizzazione culturale continua. L’immagine migliore per descriverla, che ho usato in qualche mio libro, è quella del caleidoscopio delle culture.

Il caleidoscopio delle culture
Il caleidoscopio è una bella metafora della realtà attuale, perché è in movimento, non è fisso come un mosaico. Alcune sono più grandi e altre più piccole. Le tessere colorate si muovono, nella realtà è così, e creano zone di sovrapposizione, di colori diversi e nuovi, poi si separano di nuovo, però alcuni mantengono l’identità, altri la mischiano. La pluralità di valori, di riferimenti, di virtù possibili oggi è diventata una fisiologia, quando nella nostra formazione culturale è una patologia. Di solito c’è un’identità e ci sono eccezioni – per esempio – oggi queste ultime sono sempre di più, i nostri figli vivono in una situazione molto più plurale, la vivono più fisiologicamente, con maggiore normalità.

Il crescere delle paure
Credo che sia una tendenza lunga dell’Occidente degli ultimi due tre decenni il crescere delle paure a livello individuale e sociale, una sensazione psicologica di avere più paura, sensazione su cui specula un sacco di gente: i giornali, la politica, quelli che chiamo gli imprenditori politici della paura ne hanno fatto un affare. Non solo spendiamo di più per i chiavistelli o in inferriate, ma anche ci chiedono il voto in nome della paura. Essa muove molte energie nelle nostre città e nelle nostre vite, molto di più che negli anni ’50-’60 e forse anche ’70, e credo che quanto avviene sia collegato precisamente al processo di pluralizzazione. Processo che è ancora più visibile in una società che è sempre più pluriculturale, interculturale, ecc., in cui siamo in un contesto di ordinaria pluralità. Assistiamo ad un’altra società in via di definizione. Ad esempio, la nostra definizione di Stato si basa su tre elementi fondamentali: un popolo, un territorio, un ordinamento (e implicitamente anche una religione). Quest’ultimo elemento non c’è scritto nel manuale di diritto pubblico, ma nel vissuto di molti di noi.
Le nostre costituzioni sono state scritte con in testa questo modello al singolare, ma non sono più rispondenti alla realtà, viviamo in una società completamente diversa.

La pluralizzazione nei modelli familiari e nel lavoro
I modelli familiari ormai si declinano al plurale, e tanto il sistema giuridico quanto il dibattito sociale, del resto interdipendenti, ne tengono sempre più conto. E in questo è interrogata tanto la coscienza e l’esperienza individuale quanto le risposte politiche e teologiche. Nell’ambito del lavoro si è passati da una condizione culturale di relativa certezza a una condizione di flessibilità, precarietà con i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, ma ci sono tutte e due. Da un lato – tra l’altro anche in questo caso con una progressiva diversificazione che è anche culturale di modalità di spesa – il reddito si è sganciato dal lavoro, sempre di più, per tanti di noi, anche per il piccolo, perché abbiamo l’appartamento della nonna che viene affittato, o qualche soldino in Bot, per cui l’idea del 27 del mese, l’idea che l’ultima settimana del mese non si mangia carne, bisogna tirare la cinghia, è uscita dall’orizzonte culturale della maggior parte di noi, e presumo che possiamo considerarlo un progresso. Tuttavia ci ha distaccato dall’idea che era anche un modello di virtù, rispetto al rapporto con il lavoro, e con il denaro.
Il denaro si produce anche da solo, chi lavora nella finanza guadagna più di chi lavora nella produzione, anche questi sono cambiamenti significativi, per cui la virtù legata al guadagnare per poi consumare è slegata persino nell’esperienza fisica di molti di noi. Il denaro elettronico ha fatto il resto: non lo incasso più e non lo metto sotto il materasso, ma me lo versano direttamente in banca e pago con carta di credito. Quindi l’idea stessa, il concetto stesso, di spesa dei nostri figli è molto diverso da quello nostro e dei nostri nonni.
C’è molto di questo anche tra i cambiamenti avvenuti nel mondo delle migrazioni: prima si dicevano migrazioni da lavoro, oggi qualcuno comincia a chiamarle migrazioni da consumo, dove l’obiettivo è diverso. Certo, per consumare devi lavorare o magari fare altro, però l’obiettivo è un altro.
Quindi c’è pluralizzazione anche qui, di modalità, di valori. Naturalmente non è così per tutti, ci sono gli sconfitti, che sono meno visibili. I poveri si vedono meno, in passato avevano dalla loro almeno un vantaggio: il numero. La storia straordinaria del movimento socialista e del movimento cattolico legato al lavoro, e i diritti legati al lavoro, e in definitiva anche l’estensione della democrazia, nasce da questo: hai la forza del numero, riesci ad affermare i tuoi diritti. Oggi non ce l’hanno più, sono minoranza, sono marginalizzati, invisibili: io posso vivere in una città e quasi non incontrarli, forse quei quattro che ci sono in centro, ma non molto di più, e sentirmi innocente rispetto alle condizioni della loro esistenza.

La città plurale
Osserviamo continuamente questa pluralizzazione degli orizzonti nelle nostre città. In proposito c’è una splendida definizione di un antropologo, Ulf Hannerz: «La città è il luogo in cui cercando una cosa ne trovi un’altra». Luogo della pluralità assoluta, tutte le culture hanno diritto di visibilità, non solo di esistenza e di riunione: le culture, le religioni, i riferimenti identitari, i più strani. La città è il teatro in cui si mette in scena l’identità differente, in cui fai le manifestazioni, i cortei, le feste religiose. Ma oggi è diverso, con calendari diversi, quello cinese non è il nostro, la fine del Ramadan non è la Pasqua. Assistiamo a una pluralizzazione anche dei ritmi, dei calendari,
delle feste, dell’idea di festa – per alcuni è il fine settimana per alcuni è domenica.
Comunque una società che apparentemente ha una idea di cosmos, cioè di unitarietà, è stata soppiantata da un’idea di caos apparente, apparente perché poi questo caos ha un ordine al suo interno, i sociologi lo vanno a cercare, però bisogna trovarlo. Questa immagine però dà l’idea della difficoltà di governare la polis, per chi lavora in politica, cioè la pluralità, di obiettivi, di riferimenti, di valori, di virtù, il problema di trovare un linguaggio condiviso nonostante la diversità dei punti di partenza. Nella religione il processo di pluralizzazione degli orizzonti è ancora più visibile. Oggi ci troviamo in una fase storica di progressiva soggettivizzazione del rapporto con la religione, in conseguenza dei processi di secolarizzazione, di privatizzazione del religioso, e di pluralizzazione: processi tra loro collegati, che fanno sentire le loro conseguenze anche su altri fenomeni.
Martin Buber diceva «Una vita dialogica non è una vita che ha a che fare con tanti uomini, ma una vita che ha davvero a che fare con gli uomini con cui ha a che fare». Vale, credo, anche per le diversità, vale anche per i valori e le credenze diverse e plurali in cui ci imbattiamo. Non c’è nemmeno bisogno di andarsele a cercare, come abbiamo visto. La vita ce le fa incontrare. Una vita dialogica è quella che ci implica in esse. Senza paura, sempre cattiva consigliera.

Terza metafora
Le seconde generazioni
Tutti coloro che si occupano di immigrazione sanno quanto sia cruciale il passaggio generazionale. Il dibattito è spesso essenzialista, le condizioni considerate immutabili. Ma la realtà è che le seconde generazioni sono radicalmente diverse dalle prime: il loro mondo è diverso, e diverso è il loro modo di guardarlo e di parteciparvi. Per i nati qui cambia tutto: le seconde generazioni sono le prime del mondo nuovo! Noi facciamo fatica ad accorgercene. Per loro è pratica sociale quotidiana, invenzione continua, tutto tranne che prevedibile nei suoi dinamismi, nelle sue capacità di mixité, di cogliere e mischiare spunti e culture e persone, trasformandole e trasformandosi. In questo tutti i giovani, non solo quelli immigrati, sono per così dire seconde generazioni. Non nani sulle spalle di giganti, ma nuove creature: i nani siamo noi, sulle loro spalle come un peso e un ostacolo che sono costretti a trascinarsi.

Quarta metafora
«La strada»

Nella presentazione del Convegno di Roberto Morselli si legge: «Su un muro della periferia di Milano è comparsa alcuni mesi fa una scritta paradigmatica e inquietante: “Non c’è più il futuro di una volta” […]. Come è stato possibile che la generazione che gode di maggiori opportunità materiali e simboliche guardi oggi al futuro con tanta paura e rassegnazione?». Non credo abbia paura: siamo noi semmai ad averla. E’ che sono consapevoli che per trovare il loro posto devono scalzare noi, perché noi ci siamo inchiodati ai nostri posti, alle nostre poltrone, alle nostre rendite, alle nostre case, alle nostre pensioni, e alle nostre vite, per cui faremo fuori anche i soldi che dicevamo di aver messo via per loro, e quando ce ne andremo sarà troppo tardi per loro per poter utilizzare casa nostra: avranno dovuto già farsela altrove!
È vero. Abbiamo “una vera e propria colpa storica e morale”: quella di schiacciare i nostri figli sotto il peso degli errori e dei debiti accumulati nel passato.
La loro situazione è un po’ come in La strada di Cormac Mc Carthy: un libro di speranza, in fondo; ma tragico. Ecco, con qualche durezza in meno, è la metafora giusta per l’oggi. Da qualche parte stanno costruendo il mondo nuovo. Di nascosto… Nel locale, nei piccoli gruppi, nel ritorno del faccia a faccia; ma anche nel virtuale, nelle community dove si sperimentano nuove forme di relazione. Ma intanto sono lacrime e sangue.
Sentinella, quanto resta della notte? Temo che la risposta sia pessimista. Certo, l’alba prima o poi arriverà. Ma della notte restava e resta ancora abbastanza. Non siamo affatto «oltre la crisi», ci siamo bellamente in mezzo. E il peggio deve probabilmente ancora venire. Il peggio sul piano economico e della devastazione dei rapporti sociali. E il meglio che ne nascerà, sul piano culturale dove lo si sta elaborando e in certa misura sperimentando (nuove socialità, preoccupazione per l’ambiente, persino politica locale), cambierà in meglio, in ordine sparso, il rapporto scuola-lavoro, le religioni, le relazioni, la progettazione della città, e quant’altro.
Ma la transizione sarà lunghissima. Anche in politica. Dove sembra così difficile cambiare anche le cose ovvie. Dove la sola soluzione sembra spesso il parricidio.

Il patto tra generazioni
Il patto tra generazioni presuppone l’esistenza dei due interlocutori e la loro volontà di trovare un accordo. Io credo più in una rottura generazionale, in una transizione quindi non soft, non tranquilla, con i suoi morti e feriti, attraverso duri conflitti.
Non c’è da drammatizzare, non è la prima volta che accade nella storia. Ciò che non so prevedere è se la rottura si ricomporrà attraverso un nuovo patto costituzionale, anche tra le generazioni. O se, come mi sembra più probabile, attraverso una nuova leadership che emergerà e costruirà sulle macerie, più che con le macerie che le abbiamo lasciato. Sentinella, quanto resta della notte? Ancora parecchio. Il sole tornerà. Ma non tutti saremo ancora vivi per vederlo rinascere.

Trevi, 20 agosto 2011

Allievi S. (2011), On the road again. Brevi cenni su un universo in rapida mutazione, in “Cem Mondialità”, 10 dicembre 2011, pp. 8-14

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