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Città video sorvegliata o città aperta? (versione integrale)

In un precedente articolo sul Mattino, abbiamo affrontato il tema della socialità giovanile e della politica degli orari della città, prendendo lo spunto dall’arrivo dei vigili alla festa del PD, andati a fare quello che fanno ovunque, su incarico del Comune, allo scadere della mezzanotte: spegnere la musica. Il numero di risposte e di consensi che l’intervento ha avuto, e di discussioni online che ha generato, è stato significativo: come se qualcuno avesse involontariamente dato voce a una tensione che covava sotto la cenere da anni, a una ferita aperta e a un problema irrisolto. Proviamo qui ad approfondire la questione.
La polis – concetto da cui deriva tanto la nostra idea di città quanto la nostra idea di politica – presuppone l’incontro nell’agorà, nella piazza, e la riflessione comune sul suo destino. E’ quindi innanzitutto un luogo di socialità e di discussione. Incidentalmente, parte importante dell’attività e dell’identità della polis erano anche i templi, dove si svolgevano le cerimonie religiose, i gymnasion, dove si coltivava il corpo e lo spirito, e i teatri, con dei veri e propri festival, i Dionysia, che servivano a cementare l’unità culturale della polis e dei cittadini.
La socialità è dunque fondamentale: perché è buona in sé, perché costruisce legami sociali (non a caso si parla di tessuto sociale, fatto di una trama fitta di relazioni), perché è un piacere, e infine perché consente la comunicazione e la discussione sulla res publica, la cosa pubblica. E’ insomma una precondizione della vita stessa della città (se vuole essere viva, naturalmente). Ma per manifestarsi ha bisogno di luoghi e di occasioni, a tutti i livelli. Luoghi polisenso e multifunzione, utilizzabili a più livelli e da popolazioni diverse, come le piazze, i parchi, i cortili; luoghi per il culto e l’adorazione degli dei; luoghi dedicati alle forme moderne di gymnasion e di teatro, di aggregazione e di divertimento; luoghi di consumo e di scambio, come i mercati (e naturalmente i luoghi della produzione e quelli di incontro delle corporazioni di arti e mestieri); luoghi di istruzione e formazione (che la mentalità odierna identifica con la scuola e l’università, ma lo sono anche i teatri e i gymnasion, i luoghi di culto e i mercati); fino ai luoghi di discussione politica, dall’agorà al municipio. E occasioni come le feste private e pubbliche, religiose e laiche, le celebrazioni, gli eventi culturali e sportivi, le fiere e i mercati, e quant’altro.
La città non è fatta solo di muri, è fatta di persone: “Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”, diceva Rousseau. Bene, chi sono gli uomini e le donne che abitano questa città? I residenti al 31 agosto 2011 sono 214.046, di cui 32.008 stranieri, grazie ai quali si produce anche un tasso di natalità e di nuzialità in aumento (senza di loro sarebbe negativo). Ai residenti bisogna aggiungere gli studenti dell’università, 60.812, di cui solo un terzo circa è padovano, e quindi conteggiato tra i residenti: una buona metà viene da altre zone del Veneto, e in parte passa almeno qualche giorno (e notte) alla settimana a Padova, mentre oltre il dieci per cento viene da altre zone d’Italia e dall’estero, e a Padova spesso ci si è temporaneamente trasferito. A costoro bisogna aggiungere oltre 5.000 studenti post-laurea, in gran numero non padovani, e oltre 2.000 docenti, in parte anch’essi foresti e bisognosi di socialità e di cultura. Poi ci sono le varie ondate di pendolari (per lavoro e studio, al mattino presto; per gli acquisti nella parte centrale della giornata e il sabato; per i consumi culturali e il divertimento la sera, in gran parte giovani), e infine quasi un milione di turisti, per quasi la metà stranieri, che passano almeno qualche giorno da noi. I giovani insomma, sono assai di più di quelli contabilizzati tra i residenti. E le persone con bisogni di socialità più accentuati di quelli legati alla cerchia familiare ancora di più, dato che delle 101.267 famiglie ‘anagrafiche’ censite, ben il 40% (in aumento) sono composte da un solo elemento, e quasi il 27% (pure in aumento) da due, con un incremento delle coppie senza figli, pure esse in aumento, che già oggi rappresentano il 40% delle coppie. Anche se, va ricordato, la popolazione con più di 65 anni è di ben 51.427 unità, e l’età media dei padovani, 45,36 anni, è tre anni più alta della media regionale e nazionale.
In pratica, gli indicatori demografici fanno di Padova una città tendenzialmente anziana; ma quelli sulle presenze, che includono gli studenti, la ringiovaniscono significativamente. Tuttavia Padova – a sentire i diretti interessati – non sembra essere una città per giovani, non ne ha l’immagine. E questo non dipende dalla demografia. Dipende dalle politiche per i giovani. O dalla mancanza delle medesime. E’ da anni, infatti, anzi da decenni, che la popolazione giovanile è scarsamente considerata. E’ da anni che i giovani sono sballottati qui e là. Ed è sconcertante, peraltro, che quando le associazioni sono state convocate per discutere di socialità giovanile – che non è, riduttivamente, solo divertimento, che peraltro non dovrebbe essere una parolaccia nemmeno nel Veneto produttivo – sia stato sull’onda della cosiddetta ‘emergenza spritz’, come se i giovani fossero un problema di ordine pubblico (un’emergenza, addirittura!), e il luogo di discussione sia stato la prefettura anziché il comune.
A mancare non sono solo le occasioni e i luoghi per gli incontri di gruppi affini, per età e interessi. Mancano pure gli spazi di comunicazione, anche solo di vicinanza fisica, tra generazioni. E troppi immaginano la città a compartimenti stagni: le famiglie da una parte, i giovani dall’altra, i bambini dove non ci sono gli anziani, gli italiani dove non ci sono gli stranieri, e così via. Ma questa non è una città e non è civiltà. È una forma blanda e suicida di apartheid, che rende la separazione tra generazioni e tra con-cittadini ancora più grave di quanto già non sia. La risposta allora non è: ognuno da una parte, in modo che nessuno rompa le scatole a nessun altro, ma più spazi comuni, condivisi, in cui anche le generazioni si mischino senza darsi fastidio. Come, grosso modo, accade in ogni parco di ogni città del mondo. Ma come potrebbe accadere con iniziative culturali ad hoc, e proprio nelle piazze della città, che sono il luogo deputato ad ospitarle. Se no l’alternativa secca è tra un divertimento a porte chiuse e a pagamento, e rigorosamente ghettizzato per categorie anche di reddito (e magari anche deviante, comunque troppo alcolico – cose su cui, peraltro, una parte di operatori commerciali guadagna assai bene), da una parte, e dall’altra lo stare tappati in casa per chi altro non si può permettere, e in ogni caso altro non c’è perché altrimenti la cittadinanza protesta. L’abbiamo già detto altrove: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. Non è questo che le famiglie, e gli anziani, dovrebbero volere, anche se hanno tutti i diritti di dormire la notte. E forse, nel loro interesse, dovrebbero avere la pazienza di sopportare un po’ di jazz, di teatro di strada, di animazione ogni tanto, per evitare di avere lo spaccio, gli ubriachi che fanno i loro bisogni sui muri, i tossici, sempre: la socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva. Forse qualcuno potrebbe perfino scoprire che la socialità e la cultura non sono solo per gli altri, per i giovani; e che potrebbe essere un piacere anche per loro.
Quasi ogni città ha le sue belle attività di strada e popolari, e le sue belle deroghe almeno estive agli orari di apertura, di somministrazione di cibo e bevande, di produzione di cultura (e non solo per il capodanno e le vittorie ai mondiali – deroghe queste che la cittadinanza si prende anche senza permesso). Non c’è bisogno di guardare solo all’estero. Basta guardarsi in casa: andare a vedere le esperienze di altre città universitarie, e compararle con la situazione padovana. Analizzarne anche i problemi, certo, e le risposte che ai problemi sono state date: ma non guardare solo a questi, pensando che la socialità sia, in sé, un problema. Perché la socialità non è un problema: è una soluzione. Questo modo di vedere le cose, di pensare alla socialità come un disturbo, e alle sue occasioni come rumore, è di per sé un dato culturale su cui riflettere: e abbiamo la sensazione che sia questo il problema. Come abbiamo potuto ridurci così?
Forse dovremmo ricominciare a capire che la città va pensata insieme ai suoi abitanti, non a prescindere da essi. A Torino, per dire, ma anche altrove, l’assessore all’urbanistica e all’edilizia privata è anche l’assessore alla qualità della vita e all’integrazione dei ‘nuovi cittadini’. Insomma, chi si occupa delle case è chi si occupa anche delle persone che ci abitano dentro, dei loro bisogni, delle loro aspirazioni. E si affida lo sviluppo di strade e muri a chi si occupa di socialità e culture, anche nuove e diverse. Non quindi un presunto ‘tecnico’ – un architetto, un ingegnere, nei piccoli paesi un geometra – ma al contrario un politico esperto in culture (parola che deriva dal latino colere, coltivare, e include anche il culto, e la coltivazione delle relazioni). Una scelta significativa. Perché nei consigli comunali, nelle giunte, l’attività principale non dovrebbe essere quella di occuparsi di varianti urbanistiche, ponti e strade, ma del loro perché, del loro senso, delle loro conseguenze sulla vita delle persone. Non solo in funzione del traffico, della mobilità, della spesa, del consumo: ma in funzione di una vita piena, ricca di senso e non solo di risorse (per alcuni). Altrimenti rischiamo di avere città funzionali – quando va bene – ma vuote, come in quel quadro meraviglioso che è ‘La città ideale’, alla Galleria Nazionale di Urbino: una bellissima visione rinascimentale, proporzionata, perfetta (e già è qualcosa, laddove la parola bellezza non viene quasi mai pronunciata, nella politica cittadina), ma vuota, senza persone, senza umanità.
La socialità, le attività culturali (e la musica, il teatro, l’happening, le manifestazioni artistiche, ne sono alcune espressioni), sono movimento, invenzione, un’idea del mondo, la voglia di sperimentarlo e di rappresentarlo: precisamente ciò che riempie la città e le dà senso. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno come il pane, o almeno subito dopo il pane. Certo, ci può essere qualche inciampo con altre attività della città. Se ne parli, si trovino soluzioni. Se ci sono idee le si propongano, si condividano con gli operatori culturali. Se non ci sono, con umiltà, si lanci un concorso per riceverle, aperto ai giovani, ai gruppi, all’attivismo di chi, tra mille difficoltà e ostacoli, per l’appunto, si attiva affinché la città sia viva e non morta, piena anche di contenuto e non solo di cose. E’ questo che tentano di fare, bene o male, i giovani che si ritrovano per un evento, foss’anche solo con lo scopo di non stare da soli. Perché non è che non ci siano attività culturali: ci sono. E non è che non ci siano altre modalità di aggregazione: l’associazionismo, per esempio. Ma la socialità, soprattutto giovanile, non è solo questo, e non può ridursi a questo. E si coinvolga l’università, la ricchezza meno utilizzata di Padova: che è piena di talenti e di esperienze che non chiedono altro che di essere utilizzate anche dalla città, e per risolvere i suoi problemi. Sapendo, certo, che per riempire la società di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio.
A partire da qui, forse, si può cominciare a pensare a una città aperta a tutti davvero, non privatizzata: nemmeno dai giovani, naturalmente. Una città che non escluda nessuno. Ma che accolga anche, attivamente, i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti. Con la consapevolezza che la città è molto più di uno spazio: è un luogo, con una sua vita, una sua memoria e un suo genio – genius loci, appunto. E’ molto più di un insieme di strutture (non solo architettoniche): è un complesso di funzioni, che giocano un ruolo cruciale nei meccanismi della comunicazione tra le persone. E’ molto più di un fatto urbanistico: è un fatto urbano – un aggettivo che definisce una civiltà, un modo di essere e di pensare. Ed è molto più anche di un luogo di potere: è un luogo politico, potenzialmente disponibile ai più diversi apporti – perché la politica vera, la politica sana, va nei due sensi: parla, ma sa ascoltare; agisce, ma prima pensa e coinvolge. E’ infine, soprattutto, un luogo abitato: forse privo in sé di anima ma abitato da persone che ne posseggono una, e che vorrebbero poterla manifestare in tutte le sue ricchezze, non solo nella produzione e nel consumo.
Sui cartelli di ingresso della città di Padova sta una scritta significativa: “Territorio urbano telesorvegliato”. Come se questa fosse la sua caratteristica principale, il dato più rilevante della sua carta d’identità, quello da mostrare a chi varca i confini del suo territorio. E’ un segno culturale forte, e inquietante: che ci parla di tempi bui, oscuri, gretti, richiusi in se stessi. Noi vorremmo ci fosse scritto: “Città aperta”, “Città viva”. Forse proprio i giovani possono aiutarci a ritrovare il significato di queste parole.

Stefano Allievi

Da questo articolo è scaturito un dibattito cospicuo: con una prima risposta dell’assessore Zampieri, l’apertura di una discussione nel blog del direttore del Mattino, Omar Monestier, molti interventi con i relativi commenti on line, spesso assai vivaci. Riportiamo di seguito l’intero dibattito, dai miei primi articoli (per come sono stati pubblicati sul giornale) ai principali interventi pervenuti e pubblicati sul quotidiano o sul sito del Mattino: tutto, insomma, tranne i post di commento ai vari articoli, pure anch’essi assai interessanti.

Che cosa sogniamo di fare di questa città?

Una pattuglia di vigili chiamata dai residenti per far spegnere la musica alla festa del Pd: la riflessione del sociologo Stefano Allievi

di Stefano Allievi

PADOVA. Siamo contenti che la polizia sia andata alla festa del PD: così scoppiano le contraddizioni. Non equivocate: siamo del tutto favorevoli alla festa del Partito Democratico (e a tutto ciò che produce socialità), e del tutto favorevoli alle iniziative musicali dei giovani al suo interno. Ma il PD è anche il partito che esprime l’amministrazione e il sindaco, cioè chi governa. E chi governa, fosse di destra o di sinistra, ha ascoltato troppo, in questi decenni, la Padova dormiente, chiusa in casa, diffidente: anche perché è quella che protesta di più.

Senza ascoltare abbastanza l’altra Padova: quella che si incontra, che produce socialità e cultura, e anche, ma non solo, più giovane. Che, pure, vive al suo interno, e produce ricchezza su cui altri guadagnano: si pensi alla folla di studenti su cui campano più maturi commercianti e proprietari di case, e quindi famiglie, ma che hanno il diritto di esistere solo di giorno, poi, mi raccomando, che vadano a letto presto.

Ora, queste due città hanno entrambe i loro bisogni e i loro diritti: ma la sensazione di qualunque studente fuori sede, come degli operatori culturali indigeni, per non parlare dei turisti di passaggio, e l’immagine di sé che la città rischia di dare, è quella di ascoltare, primariamente, una sola delle due.

Qui basta la telefonata di uno, non sempre a ragione, per impedire la socialità di cento, e far intervenire vigili e polizia: che, se non è ancora mezzanotte, ascoltano, nemmeno misurano se c’è davvero uno sforamento di decibel perché non hanno le attrezzature adatte, e chiedono di abbassare il volume; e, a mezzanotte e un minuto, cominciano a comminare multe, senza deroghe. Ora, chiariamoci: la vivibilità e il sonno dei cittadini devono essere tutelati. Ma non è ammissibile che una città chiuda sempre e comunque a mezzanotte, come se ci fosse il coprifuoco. Basta andare una volta sola in una qualunque città europea, ancor più se è città universitaria, ma anche in Italia, diciamo a sud del Po (e un po’ più a ovest), per vedere in piena notte, e almeno d’estate, una città viva, gente che si muove (e non solo giovani), e iniziative musicali e artistiche per strada.

Qui no. Ma stiamo attenti. La socialità produce vivibilità, ma pure sicurezza. Le zone più frequentate sono anche più frequentabili: sono i passi che rimbombano nel vuoto dietro di noi a mettere più paura. E soprattutto, l’alternativa è che i giovani (e meno giovani) se ne stiano ben sigillati nelle discoteche, nei pub, nei bowling e nei locali di slot machines, nell’interesse di chi li gestisce.

E’ questo che vogliamo? Sicuri, e lo diciamo ai genitori, che questo produca una città e dei giovani migliori? Allora forse, nell’interesse di tutti, è necessario aprire una franca discussione – magari una vera e propria convention, aperta a tutti – cercando sentire il polso vero della città, non solo le lobbies che la rappresentano: residenti e commercianti, operatori culturali, associazionismo, studenti, istituzioni e università, parrocchie, organizzatori di sagre, musicisti e teatranti, ma anche giovani e famiglie, e magari qualche esperto che sappia cosa succede altrove, e come risolvono i problemi, che ci sono. E provare a immaginare una città diversa, ripensando i suoi luoghi di socialità e i suoi orari. Nell’interesse e a tutela di tutti: ma tutti davvero. Non è solo questa o quella iniziativa in gioco: c’è in ballo l’idea di città che abbiamo. Ne vogliamo parlare?
6 settembre 2011

IL DIBATTITO / Meglio una città videosorvegliata o una città aperta?

Tanti giovani ma poca integrazione, Padova sembra un luogo per vecchi: l’università non è coinvolta e i giovani sono solo “emergenza spritz”. L’analisi di un sociologo docente al Bo

di Stefano Allievi

PADOVA. Un mio articolo sul mattino, dedicato al tema della socialità e della politica degli orari della città ha generato un numero di risposte e di consensi significativo: come se qualcuno avesse involontariamente dato voce a una tensione che covava sotto la cenere da anni, a una ferita aperta e a un problema irrisolto. Proviamo qui ad approfondire la questione. La polis – concetto da cui deriva tanto la nostra idea di città quanto la nostra idea di politica – presuppone l’incontro nell’agorà, nella piazza, e la riflessione comune sul suo destino. E’ quindi innanzitutto un luogo di socialità e di discussione.

La socialità è fondamentale: perché è buona in sé, perché costruisce legami sociali (non a caso si parla di tessuto sociale, fatto di una trama fitta di relazioni), perché è un piacere, e infine perché consente la comunicazione e la discussione sulla res publica, la cosa pubblica. E’ insomma una precondizione della vita stessa della città (se vuole essere viva, naturalmente). Ma per manifestarsi ha bisogno di luoghi e di occasioni, a tutti i livelli. Luoghi polisenso e multifunzione, utilizzabili a più livelli e da popolazioni diverse, come le piazze, i parchi, i cortili; luoghi per il culto e l’adorazione degli dei; luoghi dedicati alle forme moderne di gymnasion e di teatro, di aggregazione e di divertimento; luoghi di consumo e di scambio, come i mercati (e naturalmente i luoghi della produzione e quelli di incontro delle corporazioni di arti e mestieri); luoghi di istruzione e formazione (che la mentalità odierna identifica con la scuola e l’università, ma lo sono anche i teatri e i gymnasion, i luoghi di culto e i mercati); fino ai luoghi di discussione politica, dall’agorà al municipio.

La città non è fatta solo di muri, è fatta di persone: “Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”, diceva Rousseau. Bene, chi sono gli uomini e le donne che abitano questa città? I residenti al 31 agosto 2011 sono 214.046, di cui 32.008 stranieri, grazie ai quali si produce anche un tasso di natalità e di nuzialità in aumento (senza di loro sarebbe negativo). Ai residenti bisogna aggiungere gli studenti dell’università, 60.812, di cui solo un terzo circa è padovano, e quindi conteggiato tra i residenti: una buona metà viene da altre zone del Veneto, e in parte passa almeno qualche giorno (e notte) alla settimana a Padova, mentre oltre il dieci per cento viene da altre zone d’Italia e dall’estero, e a Padova spesso ci si è temporaneamente trasferito. A costoro bisogna aggiungere oltre 5.000 studenti post-laurea, in gran numero non padovani, e oltre 2.000 docenti, in parte anch’essi foresti e bisognosi di socialità e di cultura. Poi ci sono le varie ondate di pendolari e infine quasi un milione di turisti, per quasi la metà stranieri, che passano almeno qualche giorno da noi. I giovani insomma, sono assai di più di quelli contabilizzati tra i residenti.

E le persone con bisogni di socialità più accentuati di quelli legati alla cerchia familiare ancora di più, dato che delle 101.267 famiglie anagrafiche censite, ben il 40% (in aumento) sono composte da un solo elemento, e quasi il 27% (pure in aumento) da due, con un incremento delle coppie senza figli, pure esse in aumento, che già oggi rappresentano il 40% delle coppie. Anche se, va ricordato, la popolazione con più di 65 anni è di ben 51.427 unità, e l’età media dei padovani, 45,36 anni, è tre anni più alta della media regionale e nazionale. In pratica, gli indicatori demografici fanno di Padova una città tendenzialmente anziana; ma quelli sulle presenze, che includono gli studenti, la ringiovaniscono significativamente. Tuttavia Padova – a sentire i diretti interessati – non sembra essere una città per giovani, non ne ha l’immagine. E questo non dipende dalla demografia. Dipende dalle politiche per i giovani.

O dalla mancanza delle medesime. E’ da anni, infatti, anzi da decenni, che la popolazione giovanile è scarsamente considerata. E’ da anni che i giovani sono sballottati qui e là. Ed è sconcertante, peraltro, che quando le associazioni sono state convocate per discutere di socialità giovanile – che non è, riduttivamente, solo divertimento, che peraltro non dovrebbe essere una parolaccia nemmeno nel Veneto produttivo – sia stato sull’onda della cosiddetta emergenza spritz, come se i giovani fossero un problema di ordine pubblico (un’emergenza, addirittura!), e il luogo di discussione sia stato la prefettura anziché il comune. A mancare non sono solo le occasioni e i luoghi per gli incontri di gruppi affini, per età e interessi. Mancano pure gli spazi di comunicazione, anche solo di vicinanza fisica, tra generazioni. E troppi immaginano la città a compartimenti stagni: le famiglie da una parte, i giovani dall’altra, i bambini dove non ci sono gli anziani, gli italiani dove non ci sono gli stranieri, e così via.

Ma questa non è una città e non è civiltà. È una forma blanda e suicida di apartheid, che rende la separazione tra generazioni e tra con-cittadini ancora più grave di quanto già non sia. La risposta allora non è: ognuno da una parte, in modo che nessuno rompa le scatole a nessun altro, ma più spazi comuni, condivisi, in cui anche le generazioni si mischino senza darsi fastidio. Come, grosso modo, accade in ogni parco di ogni città del mondo. Ma come potrebbe accadere con iniziative culturali ad hoc, e proprio nelle piazze della città, che sono il luogo deputato ad ospitarle. Se no l’alternativa secca è tra un divertimento a porte chiuse e a pagamento, e rigorosamente ghettizzato per categorie anche di reddito (e magari anche deviante, comunque troppo alcolico – cose su cui, peraltro, una parte di operatori commerciali guadagna assai bene), da una parte, e dall’altra lo stare tappati in casa per chi altro non si può permettere, e in ogni caso altro non c’è perché altrimenti la cittadinanza protesta.

Quasi ogni città ha le sue belle attività di strada e popolari, e le sue belle deroghe almeno estive agli orari di apertura, di somministrazione di cibo e bevande, di produzione di cultura (e non solo per il capodanno e le vittorie ai mondiali – deroghe queste che la cittadinanza si prende anche senza permesso). Non c’è bisogno di guardare solo all’estero.

Basta guardarsi in casa: andare a vedere le esperienze di altre città universitarie, e compararle con la situazione padovana. Analizzarne anche i problemi, certo, e le risposte che ai problemi sono state date: ma non guardare solo a questi, pensando che la socialità sia, in sé, un problema. Perché la socialità non è un problema: è una soluzione. Questo modo di vedere le cose, di pensare alla socialità come un disturbo, e alle sue occasioni come rumore, è di per sé un dato culturale su cui riflettere: e abbiamo la sensazione che sia questo il problema. Come abbiamo potuto ridurci così? Forse dovremmo ricominciare a capire che la città va pensata insieme ai suoi abitanti, non a prescindere da essi. A Torino, per dire, ma anche altrove, l’assessore all’urbanistica e all’edilizia privata è anche l’assessore alla qualità della vita e all’integrazione dei nuovi cittadini.

Certo, ci può essere qualche inciampo con altre attività della città. Se ne parli, si trovino soluzioni. Se ci sono idee le si propongano, si condividano con gli operatori culturali. Se non ci sono, con umiltà, si lanci un concorso per riceverle, aperto ai giovani, ai gruppi, all’attivismo di chi, tra mille difficoltà e ostacoli, per l’appunto, si attiva affinché la città sia viva e non morta, piena anche di contenuto e non solo di cose. E’ questo che tentano di fare, bene o male, i giovani che si ritrovano per un evento, foss’anche solo con lo scopo di non stare da soli. Perché non è che non ci siano attività culturali: ci sono. E non è che non ci siano altre modalità di aggregazione: l’associazionismo, per esempio.

Ma la socialità, soprattutto giovanile, non è solo questo, e non può ridursi a questo. E si coinvolga l’università, la ricchezza meno utilizzata di Padova: che è piena di talenti e di esperienze che non chiedono altro che di essere utilizzate anche dalla città, e per risolvere i suoi problemi. Sui cartelli di ingresso della città di Padova sta una scritta significativa: «Territorio urbano telesorvegliato». Come se questa fosse la sua caratteristica principale, il dato più rilevante della sua carta d’identità, quello da mostrare a chi varca i confini del suo territorio. E’ un segno culturale forte, e inquietante: che ci parla di tempi bui, oscuri, gretti, richiusi in se stessi. Noi vorremmo ci fosse scritto: Città aperta, Città viva. Forse proprio i giovani possono aiutarci a ritrovare il significato di queste parole.
24 settembre 2011

«Giovani», non basta la parola

L’assessore allo sport Zampieri risponde al sociologo Allievi: “I giovani non sono solo quelli che si ritrovano nelle piazze. E hanno altro a cui pensare: a cominciare dalla precarietà. Cosa facciamo per loro? Wi-fi libero in tutta la città”

di Umberto Zampieri

PADOVA. “Padova città per vecchi?”, nel dibattito aperto sul mattino dal sociologo dell’università di Padova Stefano Allievi interviene l’assessore alle politiche giovanili Umberto Zampieri, che esprime il punto di vista della giunta di Palazzo Moroni sulla questione.

Caro direttore,
ho letto con interesse l’intervento di Stefano Allievi pubblicato sul mattino di alcuni giorni fa. Da amministratore della città e da padovano, penso che possa nascere un dibattito interessante e appassionato.

Un dibattito che, se non altro, potrebbe contribuire a riaprire delle riflessioni sulla condizione giovanile in Italia, tema che la politica nazionale sembra aver completamente rimosso dalla propria agenda. Infatti, a mio modo di vedere, non è possibile considerare le nuove generazioni che vivono in città come un qualcosa che sta al di fuori di un contesto italiano ed europeo.

Da questo punto di vista non c’è da stare allegri: un giovane italiano ha di fronte a sé un futuro lavorativo a dir poco incerto, un sistema formativo pubblico che sta rapidamente perdendo competitività rispetto a quelli di altri paesi europei, un costo enorme delle case e, se ha la fortuna di trovarlo, un lavoro retribuito molto meno che negli altri paesi industrializzati. Seppur con qualche differenza, dovuta alle discrete condizioni del nostro tessuto economico, anche i giovani padovani hanno dovuto cominciare a fare i conti con questi problemi. Ecco perché a me è sembrato che la questione, pur rilevante, dei luoghi di aggregazione per i giovani abbia talvolta sollevato delle preoccupazioni forse eccessive.

A Padova le possibilità aggregative sono ancora molteplici, come è naturale che sia in una città universitaria, e il tentativo di gestirne la presenza nel tessuto urbano, anche con provvedimenti restrittivi, non è certo l’anticamera di una politica della «città videosorvegliata», come la definisce Stefano Allievi. Ma il punto non è questo: la vera questione è a chi ci riferiamo quando usiamo il termine giovani.

Spesso, vedo che si definiscono tali -ergendoli ad una funzione paradigmatica- alcune decine di ragazzi che amano ritrovarsi nelle piazze, preferibilmente concludendo la loro serata a tarda ora, dopo balli e altri divertimenti. Infatti, anche questo nostro dibattito sembra svilupparsi proprio dopo alcuni provvedimenti del Comune tesi a ridimensionare questo tipo di possibilità o, meglio, a favorire lo spostamento di un certo tipo di locali in zone dove non si crei disagio. Io penso che si parli di una netta minoranza e che si rischi di perdere di vista quella grande parte delle nuove generazioni che l’Italia sembra aver dimenticato.

Tentiamo, dunque, di accordarci su una definizione di giovane: una persona di età compresa tra l’adolescenza e la trentina, impegnata nello studio o nel lavoro (o nella ricerca di un lavoro!), naturalmente proiettata verso il futuro, aperta alle sfide, disinvolta nell’uso delle nuove tecnologie, spesso limitata da una insostenibile gerontocrazia tutta italiana, poco rappresentata dalla politica e dai sindacati, in parte priva delle certezze e delle opportunità delle generazioni precedenti.

Troppo pessimismo? Non direi: ognuno di noi, a ben guardarsi intorno, può vedere quanto tale definizione calzi molto spesso con la realtà. Di fronte a questa situazione, siamo davvero sicuri che questi giovani ritengano prioritario poter ballare o stare in compagnia qualche ora in più? Siamo convinti che il grado di apertura della loro Padova lo misurino su questo? E ancora, sull’interessante questione del bisogno di socialità, dobbiamo ricordare che per questi italiani-padovani c’è a completa disposizione una gigantesca agorà chiamata web, nella quale discutono, si conoscono, si organizzano, si informano. Una forma di socialità che spesso sfugge alle generazioni precedenti e che, piaccia o non piaccia, è largamente preferita dalle nuove e nuovissime generazioni per creare socialità e dibattito.

Anche per questo, come assessore ai sistemi informatici, ho promosso lo sviluppo di PadovaWeb, una rete di punti di accesso ad internet totalmente gratuita di proprietà dell’Amministrazione Comunale. Ecco: credo che il primo segnale vero di apertura di Padova debba essere la capacità di sfuggire ad una convenzionale definizione dei giovani che finisce per standardizzare dei presunti bisogni, con il rischio di far emergere una lettura delle nuove generazioni appiattita sul problema di come riempire il proprio tempo libero.

Nella mia esperienza quotidiana di assessore, ad esempio, vedo centinaia di ragazze e ragazzi che riempiono i nostri impianti sportivi, così come osservo un numero importante di giovani che dedicano parte del loro tempo al terzo settore o al volontariato: questi non rappresentano nulla? A me pare che abbiano dalla loro parte i numeri, sicuramente più elevati degli zombie che hanno sfilato alcune settimane fa. Con questo, non voglio esprimere giudizi o preferenze, ma solo invitare a ragionare al di fuori del clamore mediatico o di rappresentazioni limitanti delle ragazze e dei ragazzi della città. Personalmente, non intravedo un’opzione tra la Padova videosorvegliata o quella aperta. Piuttosto, percepisco come rischio concreto il diffondersi tra tutte le nuove generazioni di una paura del futuro che tanto è innaturale, quanto piena di pericoli per il destino del nostro Paese. Un recente studio di Confindustria ci ha spiegato che il primo effetto della crisi economica è un drastico calo della propensione al rischio da parte delle nuove generazioni. E allora, a me sembra che dovremmo lavorare per una città che sa andare oltre la paura, videosorvegliata o aperta poco importa.
27 settembre 2011

Padova città… secondo Zampieri e Allievi

di Omar Monestier

Il dibattito su Padova e i giovani si va polarizzando su posizioni antitetiche. Il professor Allievi spiega perchè Padova non si occupa dei giovani. E l’assessore Zampieri spiega perchè invece se ne occupa.
Mi pare poco produttivo. Proviamo a incontrarci. Allievi non si limitava a una critica senza proposta. Indicava una serie di cosa da fare. E la prima mi è parsa quella di coordinare stimolare far partecipare i ragazzi. Anche quelli che pensano solo allo spritz, e non sono pochi. Allievi sogna una città teatro, piazze laboratorio, strade piene dove si fa, scusate la parola, casino. Ma casino civile, creativo. E a mezzanotte si spegne tutto per far dormire i residenti.
Lo abbiamo visto alla festa del Pd. Una signora protestava per il baccano della band giovanili che suonavano. Denunce, polizia, vigili urbani. Incomprensioni. Poi i ragazzi l’hanno invitata si sono parlati e si sono piaciuti. Lei ha capito, loro hanno suonato. Allievi vuole una Padova che parli a se stessa. Zampieri dice che si parla già abbastanza.
Riproviamo.
Se avete proposte, scrivetele. Le mando a Zampieri e ad Allievi.

Guiotto: “A Padova la qualità della vita universitaria è inferiore alle attese dei ragazzi”

Il consigliere comunale del Pd interviene sull’articolo dell’assessore Zampieri: “La vita culturale di Padova guardi più a chi è qui per studiare”

PADOVA. Faccio anch’io un po’ di fatica a seguire la sequenza logica del ragionamento dell’assessore Zampieri. Sicuramente porta alla luce un problema fortemente sentito dai giovani: la precarietà e l’incertezza per il proprio futuro. Da qui sostenere, ma forse ho capito male, che quindi questo è ciò che hanno in testa la gran parte dei giovani e non la qualità della loro vita, specie di studenti, a Padova (se ho capito bene, ma può darsi abbia capito male), ne passa.

Prima osservazione. Io lavoro all’Università e vivo quotidianamente il contatto con molti studenti. Sicuramente non esiste “lo” studente. Ognuno vive l’esperienza universitaria a suo modo. C’è chi esce la sera e chi studia, c’è chi è concentrato solo sullo studio e chi affianca allo studio altre attività (politiche, sociali,…). Sinceramente, fintanto che si resta nei limiti del rispetto e della convivenza, non mi sento di giudicare qualcuno o qualcunaltro, dire che uno è virtuoso perché fa volontariato, qualcunaltro lo è meno perché il mercoledì sera partecipa al rito cittadino degli spritz. E sento frequentemente una cosa, che mi limito anzitutto a registrare: a Padova la qualità della vita universitaria è inferiore alle attese dei ragazzi. E’ un dato di partenza su cui a mio avviso chi ha responsabilità di governo dovrebbe riflettere. Perché non c’è solo la questione divertimenti.

I ragazzi chiedono spazi studio, troppo pochi in città, apertura maggiore delle strutture, mezzi pubblici la sera, possibilità di fruire di iniziative culturali che stiano nella cifra della contemporaneità. L’Università di Padova attrae oltre 60.000 studenti, dei quali se non erro 20.000 circa sono fuori Provincia o Regione e quindi risiedono stabilmente in città. La gran parte degli studenti non è residente nel Comune, e quindi da un certo punto di vista (elettorale) non contano nulla. Eppure. Eppure pagano i servizi, portano ricchezza alla città. Basta fare una moltiplicazione solo coi fuori sede: con un affitto di un posto letto per 250€/mese per 11 mesi fanno 55 milioni di euro che entrano in città, che vanno indubbiamente raddoppiati perché poi queste persone mangiano, consumano e “vivono” la città. Fanno una ricchezza per ogni padovano di oltre 500 euro, cinque volte quello che l’Amministrazione può investire in servizi sociali tanto per fare un esempio.

Secondo: l’offerta culturale di Padova guarda poco a questa possibile utenza. Non serve fare un’analisi del cartellone: se ci fosse qualcosa di accattivante (musica dal vivo nei locali come prassi diffusa tanto per fare un esempio) i ragazzi non si ammasserebbero nelle piazze esclusivamente. Invece mediamente l’offerta, pur di buona qualità, vede spesso puntare verso un pubblico più adulto. Mi piacerebbe sapere quanti giovani hanno l’abbonamento al Verdi per esempio. La cosa non è banale perché gli artisti contemporanei di maggior attrattiva per i giovani (vedi Paolini, Celestini, Rossi, etc) che fanno un teatro ironico ma profondo al tempo stesso sono praticamente assenti dalla città.

Terzo: io penso si dovrebbe positivizzare e distribuire sul territorio il fenomeno spritz attraverso una diluizione delle iniziative, col duplice obiettivo di abbassare la concentrazione in un luogo specifico (fonte poi di problemi di gestione) e dall’altro di moderare naturalmente la tensione in zone oggi insicure. Mi spiego: oggi si tende a concentrare tutto in un posto. Se si crea un problema si cambia semplicemente posto, punto. Spritz: dalle piazze al Piovego e ritorno. Occorre un’idea più piena e profonda di città: se la zona istituti, che comprende il Portello (in questi tempi martoriato dal problema sicurezza), fosse vissuta anche la sera fino a notte (con almeno qualche biblioteca universitaria aperta come succede nei campus americani; con locali aperti alla sera; con studenti che risiedono) avremmo: 1) meno gente in centro (quindi una riduzione della pressione sul centro) 2) più gente al portello (quindi con maggiore sicurezza e controllo, addirittura naturale, del territorio). Questo è un aspetto importante, perché le quattro camionette dell’esercito ferme in piazza Erbe o piazza Frutti non servono a niente come si sta evidenziando.

Insomma, concludendo, io credo che il bisogno di discutere di qualità della vita a Padova ci sia, e penso sarebbe serio e responsabile ascoltare e trovare delle prospettive di elevamento di questa: credo sarebbe di beneficio per tutti.
28 settembre 2011

Cusumano: “Apriamo i bar del centro fino all’una”

La proposta del più giovane consigliere comunale del Pd: “Abbiamo provato le chiusure anticipate. Adesso serve una controprova”

Gentilissimo direttore,
da qualche anno, ormai a scadenze fisse, l’inizio dell’autunno e l’inizio della primavera, si ripropone la questione: Padova è una città per giovani o una città per vecchi? Certo, le iniziative per i giovani non mancano: attività sportive, ricreative, culturali (e per chi non le conosce consiglio di dare un’occhiata al sito del progetto giovani del Comune). Ma chi sostiene che Padova è una città per vecchi e se ne rammarica – essendo giovane – ha in mente qualcos’altro. Magari apprezza le iniziative sportive, ricreative, culturali, ma, arrivato ad una certa ora ha semplicemente bisogno di qualcos’altro: vuole starsene in compagnia dei suoi amici a bere una birra.

Si può guardare a questa esigenza come ad un capriccio e reagire con le chiusure anticipate dei locali, come si è fatto in questi anni (ma in fondo cosa vogliono questi giovani? Vadano a letto presto come tutti gli altri e non rompano le scatole…). Oppure si può cercare di capire i giovani e il loro bisogno di aggregazione e socialità in un momento, come quello attuale, in cui l’attenzione nei loro confronti è scivolata al minimo storico.

Di qui la proposta che mi sento di avanzare: un periodo di prova di 4-5 in cui si concede ai locali del centro di prolungare l’orario di chiusura fino all’una di per poi vedere se e quali problematicità si sviluppano per i residenti.

Penso sia un tentativo da fare: il fatto della prova, tra l’altro, porterebbe gli esercenti ad essere estremamente attenti ad evitare le eventuali intemperanze di alcuni avventori.

28 settembre 2011

Giacon: “Siamo troppo pigri, auto-organizziamoci il divertimento”

Il consigliere provinciale del Pd difende le tante iniziative che animano la città: “Il mattino ha due pagine di appuntamenti: Padova non è morta”

PADOVA. E’ giunto il momento che anche noi ragazzi padovani iniziamo a metterci in discussione, la smettiamo di lagnarci e ci rimbocchiamo le maniche con intelligenza: con un po’ di sana auto-organizzazione siamo in grado di costruire – senza l’aiuto della generazione dei nostri genitori – le nostre occasioni di crescita e di divertimento. Basta con la retorica della città morta. Se qualcuno pensa che Padova sia morta è perché forse noi giovani non siamo in grado di farla vivere e di sfruttare tutte le opportunità.

Siamo davvero convinti che debba essere un gruppo di politici, dell’età dei nostri genitori, a preparare una tavola imbandita di divertimenti e spassosi momenti per noi giovani? Devo aspettare che mio padre mi suggerisca ogni sera cosa fare? Francamente mi pare ridicolo chiedere ai nostri genitori di organizzarci i divertimenti… Dobbiamo auto-organizzarci. Ma per fare questo dobbiamo uscire dal guscio della nostra pigrizia e della noiosa ritualità dello spritz (si perché diciamolo che lo spritz è diventato un po’ noioso). Se qualcuno ci bolla come zombie è perché vogliamo essere tali e non certo perché le condizioni al contorno ce lo impongono.

Padova vuota? Forse bisogna solo aprire gli occhi e saper costruire e sfruttare le giuste opportunità, vediamo come. Il Comune mette a servizio dei giovani (creativi, artisti, studenti, musicisti, erasmus etc) un apposito ufficio, dove funzionari ed esperti sono pronti a supportare le idee e le iniziative dei più giovani. I giovani padovani annoiati hanno mai messo piede in questi uffici? Esu ed Università offrono bandi per finanziare attività culturali e musicali dei giovani universitari. I giovani padovani annoiati hanno mai presentato una domanda? Circoli privati ed associazioni offrono concerti jazz, mostre fotografiche, corsi di fotografia, di teatro etc. Non parliamo del fiorente mondo dell’associazionismo culturale e del volontariato che offre opportunità di servizio e di svago. Una media di una mostra a settimana viene inaugurata dall’Assessorato alla Cultura (qualche zombie ha mai messo piede sul sito di Padova Cultura?). Ci sono festival di cinema, cineforum universitari, festival di danza e di teatro. I consigli di quartiere, di destra o di sinistra si fanno in quattro per supportare le iniziative dei più giovani, offrendo spazi e le poche risorse disponibili. Colli, montagna e mare sono ad un ora di macchina per gli appassionati delle escursioni.

Non difendo a spada tratta l’Amministrazione per “partito” preso e non voglio certo dire che Padova sia una nuova Londra o una nuova Berlino, ma, vedo solamente intorno a me tante opportunità ed una generazione impigrita che le sfrutta poco. Una generazione che non ha voglia di mettersi in gioco e costruire il proprio futuro ed anche i propri divertimenti. Diamoci una mossa le opportunità ci sono. A riprova di quello che dico cito proprio il mattino di Padova che ogni giorno riempie due pagine di appuntamenti culturali e divertimenti. In una città morta le due pagine sarebbero vuote ed invece ogni giorno offrono dibattiti, festival, degustazioni enogastronomiche, incontri, teatro, danza, musica, etc.

Lamentiamoci di meno, leggiamo di più il giornale, scopriamo e sfruttiamo tutte le opportunità e di sicuro ci divertiremo molto di più.
28 settembre 2011

Gaudenzio: “Niente polemiche, facciamo proposte: ampliamo i festival”

Il consigliere comunale del Pd commenta l’intervento di Umberto Zampieri: “Una generazione senza fiducia nel futuro preoccupa di più che la domanda sugli orari dei locali”

PADOVA. Il ragionamento è ampio perchè tante sono le realtà giovanili di una città come la nostra. Di certo è molto più urgente immaginare come risolvere il problema del lavoro per le giovani generazioni rispetto a quello di garantire loro orari più “spagnoli”. Di sicuro è compito di una istituzione indirizzare i giovani verso lo sport o altre attività formative e ricreative piuttosto che indulgere di fronte al consumo di alcol come forma di passatempo. Altrettanto vero è che se i giovani seguitano a preferire la piazza come luogo di aggregazione dovremo svolgere una riflessione accurata sulle politiche giovanili (purtroppo anche qui pesano i tagli) che consenta una risposta più puntuale a quella domanda. Ma resta il fatto che una generazione senza fiducia nel futuro preoccupa di più che la domanda sugli orari dei locali.

Questo mi pare il senso di un intervento, come quello dell’assessore Zampieri, che si occupa di ampliare la discussione piuttosto che di chiuderla, specialmente in un momento storico nel quale la condizione precaria dei giovani pare debba rimanere scontata. Come molte delle persone che scrivono qui e che conosco ho amici in diverse compagnie e alcuni amano frequentare le piazze sino a tardi, altri non ci vanno quasi mai, se non per un aperitivo e una chiacchiera che poco hanno a che fare con i fenomeni di concentrazione notturna a cui assistiamo spesso e che sono tra i motivi della chiusura dei bar a mezzanotte. In ogni caso non tocca a noi decidere cosa è bene o cosa è male: di certo spazi di socializzazione sono una richiesta come è vero che internet non sostituisce una sana chiacchierata o un incontro.

Il punto è piuttosto di immaginare un equilibrio tra la volontà di stare insieme e la legittima esigenza dei residenti che chiedono solo di poter riposare. Sul punto negli ultimi mesi abbiamo discusso e continuiamo a farlo per immaginare una soluzione che offra vari (e non uno o due) punti di aggregazione possibilmente in diversi luoghi della città in modo da consentire di diluire la concentrazione, diversificare gli intrattenimenti, moltiplicare spazi e situazioni di incontro e mantenere alta la qualità della vita anche per chi vuole uscire la sera, studenti e non. Non è semplice anche per la limitatezza delle risorse e per questo stiamo provando a verificare la disponibilità di aree così come occorrerà mettere insieme gli attori di questo contesto.

Probabilmente sarà opportuno calibrare meglio alcune rassegne culturali che si tengono in città e forse programmare eventi più apertamente dedicati ad un pubblico giovane. Le direzioni su cui muoversi non mancano. Esempi come il Vintage Festival o i Giardini Sospesi possono essere replicati e aumentare l’offerta di spazi per i giovani. Rispetto a chi resta sul piano della polemica magari dipingendo Padova come un luogo videosorvegliato e ostile alle giovani generazioni, continuo a preferire chi guarda ai fenomeni in modo ampio considerando tutti i lati dei problemi e magari facendo qualche proposta.
28 settembre 2011

«Il wi-fi non basta, meglio lo spritz»

28 settembre 2011 —   pagina 33   sezione: Cronaca
Un dibattito vero, appassionato, lungo. Quello su Padova, i giovani e la loro socialità, aperto dal sociologo Stefano Allievi sul mattino, ha fatto breccia in rete. La risposta dell’assessore allo sport Umberto Zampieri, che ha portato il punto di vista dell’amministrazione, ha dato ulteriori spunti. E i lettori, sul web, hanno detto la loro. Impossibile riportare tutti i punti di vista, difficile sintetizzarne alcuni. Ci proviamo.
LA GIUNTA. Il lungo intervento di Zampieri, pubblicato ieri, spiegava che «non tutti i giovani amano ubriacarsi in piazza o nei locali», che chi oggi ha vent’anni ha davanti una prospettiva di vita fatta di incertezze e precarietà, e che la giunta per favorire la socialità dei giovani sta lavorando per il wi-fi libero in tutta la città
L’ATENEO. Interviene Vincenzo Romania, docente di sociologia al Bo: «E’ fuorviante parlare di qualche decina di ragazzi: nelle sere di punta si superano le 2-3000 presenze in piazza. Ma le politiche restrittive in termini di orario e di decibel finiscono proprio per non dare ai ragazzi alcuna altra alternativa serale se non quella di bere. Perché non si affronta la questione con gli strumenti della mediazione?»
SPRITZ E PRECARIATO. «Tentare di mettere assieme spritz e precariato, Padova, Italia e Europa, caro assessore Zampieri, è il trucco più vecchio del mondo per mettere le mani avanti e cercare qualcuno su cui scaricare il problema» osserva Luca Rampazzo.
IL PORTELLO, COM’ERA. «Abito al Portello da 8 anni e per quel che mi ricordo quando i bar erano aperti oltre la mezzanotte e i ragazzi vivevano il quartiere non mi è mai capitato di trovare dieci spacciatori per strada», è il racconto di Andrea Bressa.
NON BASTA IL WI-FI. «Il wi-fi con la socialità c’entra abbastanza poco – aggiunge Carlo Alberto Lentola – E’ uno strumento utilissimo per lo sviluppo di una comunità, ma è un complemento non un sostituto».
IL MOTORE DEL PAESE. «L’aggregazione nelle piazze è una risorsa per la città, la socialità è il motore di un Paese – è l’opinione di Alessandro Bagante – Ben venga il web ma la cordialità, la trasparenza e la fiducia si creano a tu per tu, non davanti a un pc.
IL BENALTRISMO. «Caro assessore, dire che il problema dei giovani è il precariato e non la socialità, oltre ad essere miope come visione, è un semplice esercizio di benaltrismo» osserva Eddy Mazzoleni, che poi risponde punto per punto a Zampieri. E infine l’amara riflessione: «L’Italia è guidata da una gerontocrazia che fa da tappo ai giovani. E per farlo piazza dei “giovani” politici pronti sempre a difendere gli interessi e le posizioni dei partiti per difendere il loro posto di lavoro, invece che contribuire al rinnovamento».
TO BE CONTINUED. Il dibattito non si ferma qui. Sul web sono molti i commenti sul tema. Si può intervenire su www.mattinopadova.it.
- Claudio Malfitano

«Si pensa al tasi e tira. Divertirsi non è parte della nostra natura»

di Bepi Contin

Le sollecitazioni di Stefano Allievi partono dal conflitto innescato in una festa dal volume troppo alto per alcuni e giusto per altri, fra chi «dorme» e chi «sta sveglio», fra chi socializzerebbe e chi no facendo di Padova una città vecchia. Un braccio di ferro fra chi dei due se la debba mettere via in nome della «sociologia del divertimento» e del «turismo». La «sociologia del divertimento» mette in rilievo come l’allergia alla movida notturna (e diurna) sembra essere la natura stessa di questa città, per contro si vede con favore che altri capoluoghi europei e a sud del Po (Firenze, Roma, Napoli…) sanno offrire «vita».  L’I have a dream della «sociologia del divertimento» è di rimodulare Padova per farne una città simile a quelle di qualche parte d’Europa, con l’evidente intento di affermare un modello ritenuto superiore almeno nel sapore, nel gusto (della vita). L’urban reality invece ci dice che in uno spazio di relazione collettivo la natura della città è del tutto presente: si manifesta spontaneamente per la massa caratteristica e caratterizzante dei suoi abitanti E la natura della città di Padova è quella del divertimento? Fino ad ora è stata la capitale delle virtù borghesi fra le quali c’è il lavoro. Perché non esiste solo la sociologia di tempo libero e divertimento negli spazi pubblici, esiste anche quella collettiva, sociale, del lavoro, dell’impegno negli spazi privati, che Padova e Veneto esprimono nel «tasi e tira» come «struttura assente». Se la «sociologia del divertimento» sogna Padova come possibile luogo della prevalenza ricreativa, del ri-crearsi su un modello indifferente ai luoghi, l’urbanistica per metodologia tiene dunque conto della «natura» di una città, dei suoi abitanti, ritenendo una forzatura proporre soluzioni che non ne rispettino la cultura. Può fare schifo ma la natura di Padova è di città borghese e universitaria nella quale lo studio è finalizzato al lavoro e non al sogno. Con Padova la «sociologia del divertimento» non poteva capitare peggio. La vedo dura.
28 settembre 2011

(di seguito, la mia risposta a Contin)

Bepi Contin, nel suo intervento, polemizza (garbatamente e intelligentemente) contro quella che definisce una “sociologia del divertimento” astrattamente cosmopolita e ingenuamente esterofila, che sarebbe in contrapposizione con la natura vera della città, che si riconoscerebbe piuttosto nel “tasi e tira” e nel duro lavoro, e sarebbe quindi allergica alle altre popolazioni, tra cui i giovani tiratardi e gli studenti. Ora, a parte il fatto che nei miei articoli ho parlato soprattutto di socialità, come necessità vitale di una città, e assai meno di divertimento (che comunque ne è una forma che non demonizzerei: ah, se ci si divertisse un po’ di più, come vivremmo meglio, e come faremmo politica meglio…!), come hanno notato diversi intervenuti sul blog, non è che chi beve gli spritz non lavora e non studia. Anzi, è chi più duramente lavora che ha più bisogno di socialità: solo che se ne ha anche le risorse, invece di andarsi a bere gli spritz in piazza, va nei locali all’uopo creati (discoteche, night, pubs, club di scambisti, o quel che si preferisce), pagando anche bene, per la gioia dei gestori di queste attività. Solo che questi non danno fastidio, perché sono al chiuso. Ho già detto altrove che, da genitore quale sono, per motivi tanto culturali quanto economici, preferirei la socialità all’aperto a questa socialità al chiuso (che, incidentalmente, non è meno alcolica, altro tema su cui molti insistono, e probabilmente lo è di più). Ma anche questa sarebbe una falsa alternativa. Va notato però che la mancanza di una fisiologica e regolata socialità cittadina, non consente altro che la scelta tra ‘socialità sigillata’ per chi ne ha i mezzi e l’interesse, e lo starsene a casa per chi non ha o l’uno o gli altri, o tutti e due. Infine, mi viene da dire che se davvero l’antropologia cittadina fosse riassumibile nel solo “tasi e tira”, beh, sarebbe un modello alquanto triste, assai poco speranzoso e aperto al futuro (o aperto in generale), e in ogni caso, se è così, perché tenersi ancora un’università? La sera, chiusa bottega, accendiamo il televisore, e via così.
Stefano Allievi

Allievi: «Tiriamo le fila. E organizziamo un dibattito al San Gaetano»

Padova città per vecchi? Il sociologo Stefano Allievi che ha lanciato la discussione riprende il filo dopo decine di interventi e opinioni. Cinque punti per continuare il confronto. E magari anche per incontrarsi

PADOVA. Il dibattito che si è sviluppato sul giornale, on line, e sul blog del direttore Monestier, a commento degli articoli che ho proposto e alla risposta data dall’assessore Zampieri, sulla città e i giovani, ha già evidenziato una serie di carenze, di limiti, ma anche di proposte. Ed è un risultato in sé: finalmente si discute pubblicamente di questi argomenti, e nel merito, e coinvolgendo (e ascoltando) anche voci che nelle sedi istituzionali non hanno la possibilità di esprimersi. Mi pare bellissimo. E mi pare sia esattamente il risultato che si voleva ottenere.

Ricordo che il primo intervento, da cui tutta la discussione è scaturita (quello – modesto, senza enfasi alcuna, pubblicato a pag. 19 del giornale – relativo all’arrivo dei vigili alla festa del Pd), finiva esattamente con questa frase: “Allora forse, nell’interesse di tutti, è necessario aprire una franca discussione – magari una vera e propria convention, aperta a tutti – cercando di sentire il polso vero della città, non solo le lobbies che la rappresentano: residenti e commercianti, operatori culturali, associazionismo, studenti, istituzioni e università, parrocchie, organizzatori di sagre, musicisti e teatranti, ma anche giovani e famiglie, e magari qualche esperto che sappia cosa succede altrove, e come risolvono i problemi, che ci sono. E provare a immaginare una città diversa, ripensando i suoi luoghi di socialità e i suoi orari. Nell’interesse e a tutela di tutti: ma tutti davvero. Non è solo questa o quella iniziativa in gioco: c’è in ballo l’idea di città che abbiamo. Ne vogliamo parlare?”. Bene, ne stiamo parlando. E non è un’occasione sprecata. Mi permetto, dopo averlo innescato, qualche osservazione sul dibattito: dopo aver ringraziato tutti quelli che vi stanno partecipando, da cui stiamo tutti imparando parecchio: in primo luogo ad ascoltarci.

Prima osservazione. Quasi tutti coloro che sono intervenuti sono entrati nel merito; solo pochi hanno usato l’occasione per fare polemica: tra di loro, con l’amministrazione, o con me. Quasi tutti insomma hanno fatto considerazioni, proposte, valutazioni, osservato come funziona la città, e a partire da questo hanno detto la loro. Non è poco. Vuol dire che qualche problema c’è davvero. Ma che ci sono anche le energie per affrontarli e risolverli: buone energie, e competenze, che la città, la sua amministrazione, deve saper ascoltare, e usare. Competenze che si trovano nell’amministrazione stessa, nell’università (che è ancora troppo poco usata nelle sue risorse, ma anche troppo assente nella sua azione e nella sua responsabilità nei confronti dei giovani che ad essa si iscrivono), nell’associazionismo, tra gli organizzatori culturali, ma anche altrove, tra voci e luoghi che di solito non intervengono, o meglio non hanno canali per esprimere la propria voce.

Seconda osservazione. E’ molto interessante che sia aperto un dibattito anche all’interno del Pd, il partito che esprime il sindaco e governa la città, con voci tra di loro diverse, non per questo necessariamente dissonanti. La questione non è tanto di difendere o attaccare l’amministrazione (operazione, dal mio punto di vista, del tutto inutile, e assente dai contenuti proposti, anche se qualcuno si è messo sulla difensiva): questa è roba vecchia, politica vecchissima, di schieramento e non di contenuti, e perciò ininteressante. E’ semplicemente sciocco pensare alla discussione come a una forma di opposizione: la discussione è buona in sé, e se è partecipata vuol dire che è utile. E se esprime contenuti propositivi vuol dire che è buona persino per l’amministrazione, che non ha quindi bisogno di vantare i suoi meriti o nascondere i demeriti in questo o quel campo – deve semplicemente fare buon uso dei suggerimenti che vengono avanzati: ascoltandoli, innanzitutto. Tra l’altro era chiaro fin dal primo articolo, ed esplicitato, che l’obiettivo non è andare contro l’istituzione né contro questa amministrazione, per la semplice ragione che quelle che la città esprime nei confronti dei giovani sono tendenze lunghe, trasversali, che precedono questa giunta, ma la attraversano. E, anzi, il problema, o parte del problema, è proprio lì.

Terza osservazione. Si è costruita, in alcuni interventi, una falsa polarizzazione: tra giovani e residenti, tra telecamere e divertimento, tra spritz-boys e una (presunta, finché non si esprime, anche se qualcuno ama parlare a nome suo) maggioranza silenziosa. Ora, non è questo l’oggetto del contendere. Intanto, non si parla di spritz, si parla di socialità: il fenomeno spritz non ne è che una delle tante espressioni. Le telecamere non sono in contraddizione con nulla: vanno benissimo, come vanno benissimo i controlli di polizia (ci mancherebbe), ma semplicemente non risolvono i problemi della socialità, e a rigore nemmeno c’entrano un granché. Quando facevo notare il fatto che sui cartelli d’ ingresso a Padova c’è scritto ‘territorio urbano telesorvegliato’, non lo mettevo in contrapposizione a niente: ma, onestamente, è un dato culturale che mi ha sconcertato fin dalla prima volta che, da foresto, l’ho visto. Se lo si è messo vuol dire che denota qualcosa, che si voleva lanciare un messaggio. Non so neanche chi l’ abbia fatto mettere. Ma, se fossi sindaco, lo farei togliere: possibile che sia questo il dato principale di riconoscimento di Padova, la sua carta d’identità? Quando sono venuto a viverci, una dozzina d’anni fa, non mi sembrava fosse così, e ancora adesso, grazie a Dio, mi sembra che Padova abbia ben altro da offrire, e ben altri segni di riconoscimento. Detto questo, è sbagliato mettere la telesorveglianza in alternativa al divertimento, come è sbagliato mettere in alternativa espressione e repressione: l’espressione (della socialità, della creatività) non si contrappone alla repressione (della devianza, però: non della socialità e della creatività). E nessun fautore di una socialità sana sarà contro la repressione della socialità deviata e sgangherata: dallo spaccio a chi piscia sui muri o lancia bottiglie contro i medesimi. E’ chi mette in contrapposizione le due cose che fa un’operazione scorretta e ideologica. Potremmo tranquillamente avere più espressione sociale, culturale, artistica, e quant’altro, e più repressione; e magari, possibilmente, anche più prevenzione (del degrado, per esempio) di cui la socialità è parte fondamentale. L’a bbiamo già detto altrove, e l’hanno sottolineato diversi interventi nel dibattito: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. La socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva.

Quarta osservazione. Il rapporto tra università e città. Intanto, l’università è un interlocutore della città: sottoutilizzato nelle sue competenze, e probabilmente ipoattivo, visto che i giovani sono dopo tutto, più che la sua utenza, la sua mission, e dovrebbe averne cura, o dare una mano alle istituzioni e alle iniziative auto organizzate a farlo. Si ha la sensazione che gli studenti (ma anche gli altri giovani) siano un’utenza benvoluta finché si tratta di farla mangiare, dormire, consumare (di sfruttarla, direbbero alcuni); ma respinta quando esprime altri bisogni e modalità di socializzazione non riconducibili al mero consumo e neanche al solo studio – si vive, dopo tutto: si canta, si ama, si beve, perché no, si fa teatro, musica, si ride persino… E’ innegabile che, come nota Paolo Guiotto, “la qualità della vita universitaria è inferiore alle attese dei ragazzi”. L’università ha le sue responsabilità; le altre le ha la città. “Perché non c’è solo la questione divertimenti. I ragazzi chiedono spazi studio, troppo pochi in città, apertura maggiore delle strutture, mezzi pubblici la sera, possibilità di fruire di iniziative culturali che stiano nella cifra della contemporaneità”, e “l’offerta culturale di Padova guarda poco a questa possibile utenza”. Sapendo, certo, che per riempire la socialità di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio. E’ vero, siamo in epoca di tagli drastici a tutto, e non per colpa delle amministrazioni locali. Vogliamo tuttavia partire da questo dato per rifletterci sopra?

Quinta e ultima osservazione. E’ molto apprezzabile che molti degli interventi abbiano fatto proposte concrete: Andrea Ragona, Daniela, alcuni anonimi come proAssange, il consigliere Vincenzo Cusumano, il collega Vincenzo Romania, Gede Voltan, il già citato Guiotto, ed altri, hanno fatto proposte legate ai vari problemi, anche minuti, che la socialità di piazza produce: sporcizia, bagni, orari dei locali, mancanza di trasporti, assurde chiusure estive di locali di richiamo, proponendo anche fasi di sperimentazione e di valutazione successiva delle varie proposte. Ma anche proposte più complessive sull’organizzazione degli eventi (anche in orari e giorni diversi) e di quale tipo, sull’uso delle piazze e su ciò che ci si potrebbe fare, sulla pubblicizzazione nelle medesime di luoghi altri di socialità, sull’a ppetibilità di Padova come città turistica oltre che universitaria. E anche utili confronti sulla Padova di ieri e sui suoi luoghi di socialità che oggi non ci sono più e non sempre sono stati sostituiti da altri. Insomma, idee. Sono un bellissimo punto di partenza. E uno spunto per lavorare, se lavorare si vuole. Cerchiamo di allargarlo. Con altri spunti, inventando luoghi e momenti di dibattito, altrove. Magari un bell’incontro sul tema al San Gaetano, per dire. Comunque, non fermiamoci qui. Sarebbe l’ennesima occasione sprecata.
30 settembre 2011

Gli studenti: “Noi siamo pronti al confronto, vogliamo contare”

L’intervento di Gianluca Rebonato, dell’Asu, associazione studenti universitari: “Il dibattito oggi è urgente e improrogabile”

Gentile direttore Monestier,
in seguito agli articoli del professor Allievi pubblicati sul Mattino, ci sembra più che opportuno intervenire nel dibattito sull’idea e sull’abitabilità della città di Padova. Da molti anni l’ASU – Associazione Studenti Universitari si occupa di coltivare le relazioni tra gli studenti e la città: è esatto purtroppo dire che a Padova si vive per compartimenti stagni, e che particolari categorie di cittadini, anche piuttosto numerose, hanno difficoltà a trovare spazi di socialità che non siano considerati sostanzialmente di disturbo.

Sebbene il Comune di Padova abbia da sempre un rapporto privilegiato con l’istituzione Università, il rapporto tra i residenti del comune e gli studenti universitari è però già da sempre altalenante, fatto di luci ed ombre; all’apertura dell’anno accademico il presidente del Consiglio degli Studenti ha ricordato come ad esempio un paio di secoli fa fossero descritti come “burloni ed irrequieti”, incapaci di rispettare il sonno dei lavoratori e la quiete del centro, però anche incuriositi dalle proprie materie e pronti a spendersi generosamente per il bene della città e dell’Italia tutta.

Gli attriti che poco giovano alla condivisione dello spazio urbano sembra si siano acuiti negli ultimi due anni in particolare: a più riprese, sui quotidiani locali e sui social network, sono apparse prese di posizione contrapposte di lamentela e di denuncia reciproca. Da una parte i residenti richiedono quella calma e quel rispetto che sentono come dovuti a chi lavora e vive contribuendo al benessere ed

alla serenità di tutta la comunità. Dall’altra gli studenti (categoria fonte di un grande guadagno economico per le casse private e comunali, e principali clienti di una notevole parte degli esercizi commerciali in città) chiedono di poter esprimere la propria creatività ed il proprio entusiasmo liberamente, sia pur rispettando quelle norme basilari di civile convivenza che garantiscono la compresenza di soggetti diversi in un solo spazio.

Già con la nostra campagna “Senza noi Padova muore” avevamo voluto sottolineare quanto del benessere padovano derivi banalmente dagli introiti che portano gli studenti – ma la questione va ben oltre gli interessi reciproci e a tratti contrastanti tra residenti e studenti. Siamo assolutamente concordi su tutto ciò che spiega il professor Allievi, e siamo stati da sempre attivi organizzatori di iniziative culturali nelle piazze e nei parchi della città – ritagliando spazi anche in luoghi che risultano per chi gestisce la città marginali non solo fisicamente ma ahimè anche concettualmente – che solo parzialmente sono stati riconosciuti come un contributo alla vita cittadina. Quello che manca, malgrado gli sforzi portati avanti da associazioni come la nostra che resistono alla mancanza di progettualità e consapevolezza che pervade come nebbia la nostra bella città, è una cultura della partecipazione e della condivisione. Parlare di spazi e di socialità è parlare di cittadinanza: ovvero il diritto alla socialità sostanzia il modo in cui una città considera i propri cittadini; la scelta è tra usarli rispetto a una certa loro funzione (economica, fiscale, elettorale) e lasciarli da parte nei momenti della loro vita in cui questa non risulta preponderante, oppure considerare ogni abitante della città come un soggetto imprescindibile per la costruzione della cittadinanza stessa.

Ora che finalmente sembra che un dibattito franco e aperto sia irrinunciabile, l’ASU è pronta come sempre a dare il proprio contributo; gli studenti (e tutte gli altri soggetti percepiti come alterità) non possono essere un problema per Padova – potrebbero essere semmai soluzione. Discutiamo, confrontiamoci, parliamoci, coinvolgiamo tutte le realtà che tutti i giorni contribuiscono a rendere questa città culturalmente viva.

Gianluca Rebonato
Associazione Studenti Universitari
30 settembre 2011

«Senza studenti Padova muore»

01 ottobre 2011 —   pagina 03   sezione: Nazionale
PADOVA. Sì, è vero: disturbano, sporcano le piazze e tolgono il sonno a chi alle sette di mattina deve saltar fuori dal letto, anche se ha chiuso occhio alle tre di notte perché giù in strada c’era un baccano dalla malora. Ma che ne sarebbe di Padova senza i suoi allegri e fracassoni 60 mila studenti che tirano tardi in piazza delle Erbe con lo spritz in mano? Di giorno a studiare e magari a protestare contro i tagli alla ricerca e un futuro da precari fino a 40 anni, ma di notte sedotti dal dolce far niente e dal piacere di socializzare.
Già, cosa sarebbe Padova senza il Bo che per otto secoli ha formato la ristretta élite triveneta aprendo poi le porte all’università di massa negli anni Settanta, con un impatto che ne ha sconvolto il tessuto sociale?
Sarebbe come Treviso, Vicenza, Verona, Modena o Bergamo: senza infamia e senza lode, méta di pellegrini devoti al Santo e di pochi raffinati estimatori di Giotto agli Scrovegni.
«Senza di noi Padova muore», dice Paolo Guiotto, ricercatore a Matematica e consigliere comunale del Pd, che si è divertito a fare due conti: i fuori sede sono almeno ventimila. Ed ogni anno contribuiscono al «Pil» della città con almeno 110 milioni di euro. Troppi? Ecco il calcolo: 200 euro a testa per la camera in affitto e altri 300 euro per mangiare in mensa e al bar e divertisti. Siamo a 500 euro al mese, che diventano 5500 l’anno (ad agosto tutti a casa). Tradotto in altre cifre è come se ogni fuori-sede staccasse un assegno di 500 euro l’anno ad ogni padovano (212 mila residenti).
«Tanto per fare un confronto, il bilancio del Comune assegna 104 euro procapite in servizi sociali alla popolazione», dice Guiotto. D’estate gli studenti si spostano in bicicletta, ma quando arriva il freddo non restano che le piazze del centro: dopo le 8 di sera c’è solo il tram e se nella Zip aprissero dei locali ci si arriva solo con la macchina. C’è molto da fare, a partire dal centro culturale Altinate, utilizzato per pochi avvenimenti, e l’idea di avviare un confronto pubblico su questi temi proprio al San Gaetano mi sembra quanto mai azzeccata. Il merito va al dibattito sollevato dal professor Stefano Allievi sul «mattino» e sul sito web del giornale: l’emergenza spritz col coprifuoco dei bar a mezzanotte, non può essere affrontata solo con i vertici in prefettura e le ordinanze del sindaco perché la vera questione forse è un’altra: cosa offre di sera Padova ai suoi 60 mila studenti? Assai poco. Per non dire nulla».
E non può essere il miraggio di internet Wifi-gratis la panacea di tutti i mali: ammesso che la nuova frontiera del wireless venga abbattuta in fretta, quale scenario si presenterebbe? Quello di bere e si sedersi in piazza col tablet, iPad o personal e chattare su fb e mandare mail alla mamma: vieni a prendermi che sono sbronzo?
Ironia a parte, «il Portello è stato trasformato in un grande campus universitario, ma di sera non c’è una sola biblioteca aperta» conclude Guiotto.
Tema ripreso dal sociologo Stefano Allievi, più che mai convinto che la «buona socialità scacci quella cattiva»: non basta la repressione al Portello per uscire dall’emergenza criminalità. Piuttosto va aggiornato il modello Prato della Valle, rinato da quando è popolato da diverse tribù: gli studenti, le famiglie che passeggiano col gelato, i ragazzi con i pattini e gli stranieri, un modello che ha allontanato lo spaccio di droga. Non volevo mettere sotto accusa la giunta di Padova, la mia polemica vuole essere costruttiva: qualche anno fa ho suggerito sommessamente alcuni consigli a Zanonato, perché la creatività dei ragazzi è una grande risorsa. La voglia di stare insieme non è solo divertimento ma un modello di vita che si afferma con la musica, il teatro, le biblioteche, i centri culturali e sociali. A Milano la vecchia giunta Moratti ha recintato con un megacancello una piazza per impedire ai giovani di bere lo spritz, io credo che questa sia la risposta sbagliata».
E quindi?
Il sociologo Stefano Allievi ribatte: «Mi pare che l’ipotesi di un confronto pubblico al centro Altinate sia il primo passo per raccogliere le idee e trovare soluzioni condivise: non c’è solo l’Ascom da ascoltare. C’è anche l’Asu. E poi gli studenti, con i loro social-network: l’assessore Umberto Zampieri ha aperto la porta, ora facciamo il secondo passo». (albino salmaso)

L’OPINIONE / «Ottima sfida ma facciamo scattare il modello di Self care society»

Don Marco Sanavio, direttore di “DiWeb”, il portale della diocesi: “Conosco il mondo del volontariato, una risorsa formidabile che favorisce tutte le forme di aggregazione”

PADOVA. Il dibattito nato sul sito de «il Mattino» nei giorni scorsi a proposito della socialità dei giovani mi provoca a scrivere qualche considerazione a partire dall’analisi che il sociologo Allievi fa della situazione padovana.

Non so se sia vero che «la popolazione giovanile da decenni sia scarsamente considerata» in città, anche perché la categoria giovani si spalma su un arco di età dai 15 ai 30 anni se non oltre.

Di chi stiamo parlando innanzitutto, degli studenti delle superiori o degli universitari fuori corso, dei giovani residenti o di chi proviene da fuori città, dell’aggregazione in centro storico o delle opportunità offerte dalla periferia?

Perché le situazioni cambiano, sono complesse, estremamente liquide e non si possono generalizzare e racchiudere in uno schema sommario.

Dal mio punto di vista posso dire di vedere tutti i giorni adolescenti e giovani impegnati in attività sportive, nel volontariato, li vedo condividere una socialità informale e ideali forti anche senza ricette magiche dall’alto. La vitalità che si concentra attorno alle parrocchie, alle sale prova per gruppi musicali, alle palestre, alle stesse scuole superiori che offrono attività formative extracurricolari è un segnale positivo; vanno incoraggiati gli sforzi di chi già ha le mani in pasta. Certo, anche questa è una Padova parziale, ma in controtendenza con quanto rilevato.

La ricchezza di proposte che attraversa i 6 quartieri la si può fiutare facendo una capatina sul sito del Progetto giovani: non mancano né le opportunità né la rete per condividerle. Di certo non basta, sono d’accordo. C’è un malcontento che serpeggia e si potrebbe fare di più e meglio tutti quanti, anche l’Università.

Ma a questo punto, a mio parere, sarebbe opportuno far scattare un meccanismo che potremmo definire «self care society»: una società che si prende cura di se stessa in mancanza di altre soluzioni possibili in tempi brevi. Una strategia che parte dal basso e che impegna ciascuno a mettersi in moto per primo senza aspettare che dall’alto qualcuno agiti la bacchetta magica.

Sono anni che leggo analisi lucide e dettagliate sulla condizione giovanile a Padova. Molto utili, davvero, per capire e progettare. Ma poi bisogna sporcarsi le mani, bisogna partire e qui si incontra il nodo critico. Se ci sarà un incontro al centro Altinate io spero che gli interventi del mondo adulto e delle istituzioni siano assunzioni di responsabilità in prima persona: «io inizio a fare questo», perché indicare strategie d’uscita sperando che qualcun’altro se ne prenda carico fa parte di un già visto che non porta molto lontano.

Avendo vissuto per 15 anni in varie parrocchie ho esperienza della musica fatta spegnere a mezzanotte e delle successive lamentele, ma ho anche visto che la fantasia e la creatività dei giovani può andare oltre. Le regole urbane sono queste, si sa, nelle case ci sono anche giovani malati gravi, giovani che fanno i turni al lavoro, giovani che studiano di giorno e dormono di notte. Non penso proprio che sia in atto una «forma blanda e suicida di apartheid». Come frase per provocare può starci, ma se è la lettura di una Padova ingabbiata in compartimenti stagni non mi trova affatto d’accordo. Preferisco la visione ottimista dell’assessore Verlato che mi ha invitato in piazza delle Erbe diversi mercoledì sera agli eventi culturali organizzati dal suo assessorato e con cui sto collaborando al progetto Meeteen, una proposta di empowerment per adolescenti che mira a sviluppare una socialità integrata. Poco in confronto alla situazione reale?

Può darsi, però intanto lui ha iniziato a lavorarci concretamente. Qualcuno ha bollato questo dibattito come una sveglia pre-elettorale, altri come un preludio alla questione spritz che tornerà a breve, altri ancora coma una furba operazione editoriale. Io preferisco pensare, professor Allievi, che ci interessi davvero il bene dei giovani e l’integrazione armonica delle tante anime di questa bella città in cui abito. Di questi tempi non c’è da aspettarsi che ci siano grandi risorse da mettere in campo se non le nostre persone. Per questo ritengo cha la logica della «self care society» suggerisca a tutti di rimboccarsi le maniche e giocarsi in prima persona. Da subito.
1 ottobre 2011

Studentiper: “Ecco le nostre proposte concrete per Padova”

L’associazione studentesca mette sul piatto alcune idee: “Un bando per finanziare i progetti dei giovani. E facoltà aperte anche la sera”

PADOVA. In risposta la dibattito sviluppatosi in questi giorni sulle pagine del vostro giornale, riteniamo importante dare un nostro contributo alla discussione, come studenti che vivono Padova, chi da pochi anni – come studente fuori sede – chi da sempre. È proprio questo in realtà il punto di partenza, e va fatta una premessa importante: il cosiddetto “problema delle piazze” è in realtà l’aspetto più evidente di un problema più ampio e generale, quello degli spazi di aggregazione in cui i giovani possano trovare cittadinanza per le proprie attività ludiche e culturali. Giovani, appunto, non serve dividerli in studenti universitari, o delle scuole superiori, o lavoratori, o sportivi, poiché il problema è comune a tutti loro e comune deve essere la strategia adottata per venire incontro alle reciproche esigenze.

Il problema della convivenza fra gli studenti ed il resto della cittadinanza non è certamente nuovo alle città universitarie: in particolare in realtà come quella padovana, in cui il rapporto fra studenti e residenti è di circa un terzo. Condizione accentuata, peraltro, dal fatto che gli edifici universitari sono collocati in quasi tutte le zone della città, dal cento storico al Portello, dal Maldura alla Specola; è proprio questo modello di compenetrazione degli spazi che ha fatto, a nostro avviso, la fortuna di questo rapporto fra la città stessa e l’ateneo.

Il problema della convivenza fra le due anime sembra allora mal posto: non si tratta di stabilire cosa la città debba fare per garantire una convivenza da “separati in casa” tra studenti e residenti, ciascuno isolato e recluso nel proprio ambito, vivendo solo come una problematica la gestione degli spazi comuni. Non si tratta neanche, d’altro canto, di vedere il problema come questione giovanile legata soltanto al divertimento: se da un lato la questione delle piazze è l’esempio più citato, c’è da dire che è soltanto una declinazione limitata di un rapporto virtuoso fra questi due mondi. Il modello di rapporto che dovremo auspicare prevede una vera e costante collaborazione fra città ed ateneo volta a costruire spazi comuni di elaborazione culturale ed aggregazione nell’interesse tanto dei residenti quanto degli studenti.

Compito dell’università come culla del sapere, laica, libera e democratica, è integrarsi nel tessuto sociale del territorio con tutta la forza del proprio contributo, e compito della città è fare tutto il possibile per aiutare questo processo, aprendosi ad uno scambio costante con i più giovani. E’ pertanto nostro auspicio che ateneo e amministrazione comunale avviino rapidamente un confronto per la realizzazione di proposte congiunte volte a favorire una tale integrazione. Tali proposte dovranno essere volte però a valorizzare le esigenze della generalità dei giovani, con un’a pertura verso tutta la cittadinanza volta ad evitare il rischio di autoreferenzialità dell’azione dell’ateneo.

La Fiera delle parole, in corso in questi giorni, è un esempio coraggioso e lungimirante di collaborazione che porterà decine di personaggi del mondo della letteratura e dell’informazione nella nostra città, a dialogare e confrontarsi con studenti, giovani, cittadini padovani, portando ognuno la propria esperienza. La necessità più grande diventa allora quella di declinare con lo stesso spirito iniziative mirate al coinvolgimento dell’a ssociazionismo studentesco e  giovanile volte alla creazione di momenti ludici e aggregativi.

Proponiamo per questo l’istituzione di un bando, copromosso da Comune e Università, per valutare e finanziare progetti presentati da giovani e da associazioni di giovani e di studenti, volti a creare decine e decine di eventi progettati da ragazzi, che garantirebbero non solo nuovi spazi comuni di aggregazione, ma anche l’integrazione dell’ateneo nel tessuto sociale della città, coinvolgendo l’intera cittadinanza.

Del resto, vi sono già alcuni esempi di questa diffusione e della sua importanza: uno di questi, organizzato annualmente dalla Facoltà di Scienze, è Non è magia, è chimica, che anche quest’anno ha raccolto adesioni di pubblico di tutte le età ben oltre le aspettative. Proprio in quest’ottica proponiamo, come facciamo da anni come Studentiper, l’apertura serale delle facoltà per iniziative ed eventi volti a coinvolgere l’intera città, come nel caso della Chimica e – per esempio – delle notti bianche della Scienze e dell’Ingegneria organizzate lo scorso anno proprio dai rappresentanti degli studenti.

Proprio come le Facoltà, anche le Residenze universitarie dell’ESU potrebbero ospitare (e anche di questo vi sono già alcuni esempi) periodicamente (e a turno) eventi culturali e ludici, aprendo alcune loro strutture per cineforum, concerti, dibattiti, conferenze rivolti alla totalità degli studenti e dei cittadini.

Infine, potrebbero essere ripensate, alla luce delle nuove esigenze, strutture universitarie come Cuc e Cus, spazi da rendere ancora più vivi e fruibili per iniziative organizzate anche da giovani esterni all’Università. Insomma, le proposte che possiamo avanzare sono tante, tutte volte a sviluppare un rapporto, quello con l’ateneo, così cruciale per la nostra città e che non vorremmo fosse sottovalutato. Un rapporto che non può prescindere in alcun modo dalla valorizzazione del ruolo di noi giovani.

Leone Cimetta – Coordinatore StudentiPer – UdU Padova
Federica Cova – Presidente StudentiPer – UdU Padova
Livia Donnici – Rappresentante StudentiPer – UdU Padova in CdA UniPD
3 ottobre 2011

Legambiente: «Giovani non sono un problema di sicurezza»

Interviene l’associazione ambientalista nel dibattito sui giovani e la città: “Fondamentali bagni pubblici e autobus anche di notte”

Caro Direttore,
Le scrivo per entrare nel merito della discussione sollevata da Stefano Allievi sulle pagine del suo giornale, ovvero se Padova sia o meno una città a misura di giovane. Potrebbe essere strano che un esponente di un’associazione ambientalista entri in questo dibattito, ma mi sento di farlo per tre motivi.

Il primo è che, come Legambiente, consideriamo la partecipazione dei cittadini alle questioni politiche come un valore di per sè. Da questo punto l’intervento di Allievi ha perfettamente colto nel segno: incontriamoci, chiede il sociologo, discutiamo. Ecco, penso che il confronto fra posizioni diverse possa solo far crescere la nostra città, sia che si parli di giovani, che di ambiente, che di cultura. Ho molto aprezzato, per questo motivo, gli interventi dei consiglieri comunali del Pd Cusumano e Guiotto che fanno proposte e cercano un dialago. Gli altri interventi degli esponenti del Pd mi sembrano invece volti a bloccare sul nascere la discussione, asserendo che in fondo va bene così, nonostante i problemi siano sotto gli occhi di tutti.

Il secondo problema è più connesso al tema dell’ambiente. Il ritrovo di migliaia di persone, siano esse anche le più educate, porta con sé la produzione di un consistente numero di rifiuti. Figuriamoci se si tratta di persone che vogliono far serata. Per molte volte, come Legambiente abbiamo portato delle isole ecologiche autocostruite in Piazze delle Erbe invitando i ragazzi a fare la raccolta differenziata. La risposta è stata positiva e i rifiuti sono diminuiti. Ma certo il problema può solo essere posto da un’associazione di volontariato, ma è solo l’amministrazione pubblica che può risolverlo in maniera strutturale. Come ad esempio il problema dei bagni: dire che orinare per strada non sia una cosa bella è fin troppo scontato, ma continuare a dirlo senza cercare soluzioni è una risposta ideologica perchè si individuano i responsabili del problema senza in realtà voler cercare la soluzione. Vi è poi il problema del trasporto pubblico notturno. Mi rendo benissimo conto che la situazione per il TPL è oggi drammatica, ma non è possibile pensare che l’amministrazione pubblica non si sia mai posta il problema di pensare a un trasporto pubblico notturno in una città dove abitano decine di migliaia di giovani senza auto. Senza dimenticare i problemi di sicurezza stradale. Su questo anche l’Università dovrebbe muoversi cercando di trovare un accordo con Aps.

Terzo e ultimo punto: mi sento di entrare nel dibattito perchè, vista la mia età di 29 anni, faccio anch’io parte di quei giovani che si lamentano perchè pensano di avere poche possibilità. E il rammarico è doppio, perchè questo non avviene in una piccola cittadina di periferia. Avviene a Padova, dove il materiale umano, la creatività giovanile è talmente tanto da far invidia a mezza Europa. E la mia non è una protesta sterile. Ho organizzato diverse volte eventi serali: proprio per questo conosco la situazione e non riesco a farmi una ragione del perchè una questione che dovrebbe essere relativa alle politiche giovanili e sociali, tranne uno sforzo dell’Assessore Verlato, sia sempre stata affrontata come un problema di sicurezza, ed esclusivamente con politiche di limitazione degli orari dei bar.

Andrea Ragona – Presidente Legambiente Padova
4 ottobre 2011

Don spritz: «Giovani non sono il futuro, sono il presente»

L’intervento di don Marco Pozza, il sacerdote conosciuto come “don spritz”: Padova è una città giovane fin dall’antichità

PADOVA. “Padova: territorio urbano telesorvegliato”. Il prof. Allevi non poteva trovare immagine più azzeccata per accendere il dibattito sul rapporto tra Padova e i suoi giovani. Su quel cartello, invece, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta per invogliare i viandanti a percorrere le sue strade: quella puntualizzazione – pur consapevoli che il vivere civile non è sempre di facile gestione – odora più di scoraggiamento che di curiosità. Eppure Padova avrebbe tutte le risorse per permettersi un altro cartello: “Padova: città giovane dall’antichità”.

Non fosse altro che per quell’Università che campeggia statuaria sin da quasi 800 anni. Nonostante questo, però, la fatica di far convivere giovinezza e vecchiaia, istinto e istituzione, presente e futuro è ben lungo dall’essere chiarita; anche se il dibatterne è già segno che il tema è di stringente attualità.

Molto s’è detto in questi giorni e un aspetto balza agli occhi: mentre negli anni scorsi ognuno cercava di dare la sua interpretazione dall’osservatorio dal quale scrutava la realtà, in questo dibattito s’è abbandonato l’osservatorio per scendere nella strada e ascoltare la voce per poi rielaborare un’idea e cercare di farla diventare pensiero comune. Un aspetto rispettoso e culturalmente elevato per non continuare a leggere la realtà giovanile “dall’elicottero” e ripetere: “il mondo va male, il mondo è frammentato, i giovani non sognano, i ragazzi pisciano contro i portoni”. Semplici slogan che stavolta non sono quasi mai emersi e che, forse per questo, hanno acceso la curiosità della discussione nei vari social network e nel sito del nostro giornale. Scendere nella loro arena e far incrociare sguardi partiti da vissuti differenti, ci sta permettendo di capire che non è tutto da buttare via ma che un ecumenismo è possibile perchè l’orizzonte è comune, pur divergendo su qualche strada da percorrere. Orizzonte comune e pure una convinzione comune: che gestire una città per via solamente legislativa è una pia illusione che si protrare dall’antichità. O si riparte dal cuore – di un ragazzo, di un popolo, di un pensiero – oppure si rischia di inanellare slogan sterili e infruttuosi.

Seguendo il dibattito c’è un aspetto che mi incuriosisce e che, sotto sotto, è anche il fallimento di un certo modo di fare politica e di essere Chiesa anche nella nostra città: quello di continuare a bestemmiare che “i giovani sono il nostro futuro”. Penso che la discussione in atto abbia già partorito un frutto chiaro: i giovani non ne possono più di sentirsi rimandare nel futuro la loro voglia di protagonismo ma chiedono sia data loro la possibilità di essere protagonisti del loro presente senza fronzoli, salamelecchi o illusioni varie. D’altronde che importa sapere che il futuro sarà nostro se dobbiamo pagarlo con una supina accettazione di un presente firmato da altri? Questo è stato telesorvegliato nella città di Padova con la discussione in atto.

Come sacerdote la discussione sulla “vecchiaia” di Padova m’interpella su una frontiera a me cara: quello della situazione giovanile “fuori dell’oratorio” e dall’appartenenza alle associazioni varie. O ri-troveremo il coraggio di partire da loro per arrivare a Dio oppure il nostro diventerà sempre più un “Fans Club” incapace di condividere parole di Cielo e pensieri di luce con i nostri giovani. Lo diceva don Bosco in una Torino forse non diversa da Padova: “i giovani li ami e poi li capisci, perchè l’educazione è cosa del cuore (…) amando quello che i giovani amano, essi ameranno quello che noi amiamo”. Ameranno una città e una parrocchia che li farà sentire figli in una casa priva di telesorveglianza.
5 ottobre 2011

Il dovere di ascoltare gli studenti

Il dibattito su Padova e i giovani, interviene l’ex rettore Vincenzo Milanesi: “Non si catturano i giovani con i convegni accademici”
di Vincenzo Milanesi

PADOVA. È davvero una intelligente provocazione quella lanciata da Stefano Allievi nei giorni scorsi dalle colonne del mattino. Il tema del rapporto tra la città ed i giovani che in essa vivono merita una riflessione pubblica, un pensiero a voce alta. E ben venga qualsiasi occasione di dibattito dalla quale far scaturire proposte costruttive. Perché qui non si tratta di un problema della Giunta oggi in carica. La prossima Amministrazione comunale, qualunque ne sia il colore politico, dovrà misurarsi con questi medesimi problemi.

La comunità cittadina ha giustamente lamentato i disagi che nel centro nascono dai raduni del “popolo dello spritz” nelle belle piazze di Padova. A quelle -peraltro comprensibili e giustificate- lamentazioni degli abitanti del centro corrispondono analoghe lamentazioni di segno contrario, altrettanto giustificate, da parte degli studenti, a cominciare da quelli che a Padova frequentano l’università. Che hanno molti buoni motivi per sentirsi considerati “inquilini” indesiderati più che cittadini di cui la collettività patavina non può ignorare le esigenze. E’ quindi evidente che non siamo di fronte solo ad un problema di ordine pubblico, come da alcune parti si è voluto sempre credere. Anche se sarebbe sbagliato negare che ci sono anche problemi di ordine pubblico nelle piazze, quando lo spaccio di droga si annida in quelle stesse piazze. O quando comportamenti incivili di una minoranza, segno di una inescusabile maleducazione, inducono gli abitanti a criminalizzare un’ intera generazione. Il fatto di riconoscere che sarebbe semplicistico ridurre tutto ad un aumento dei pattugliamenti delle forze dell’ordine (che pure sono necessari) è già un risultato importante. Così come è opportuno siano favorite tutte le iniziative, su questi temi, di una cosiddetta self care society. Ma non possiamo affidarci solo al generoso volontarismo del… volontariato, che deve esser comunque valorizzato.

Le questioni della polis non possono essere date in appalto, ancorché implicito, a chicchessia. Anche se è certo preziosa la collaborazione, purchè esplicitamente concordata, tra istituzioni e “corpi intermedi” della società. E’ un dato di fatto che l’ateneo patavino è stato più di una volta penalizzato, nelle graduatorie delle università italiane elaborate sulla base di indicatori tra i quali rientra la misurazione del grado di soddisfazione degli studenti rispetto a ciò che offe loro la città in cui l’università ha sede. Questo dato non deve essere usato per strumentali polemiche ma come stimolo per affrontare insieme il problema. L’ateneo non deve tirarsi indietro di fronte alla domanda di mettere a disposizione tutte le competenze che ha al suo interno per varare una programmazione di iniziative che offrano un’alternativa “ludica” di significativa qualità culturale al rito dello spritz serale. Non demonizziamo i circenses di cui i giovani hanno diritto di poter fruire. E non commettiamo l’errore di voler “catturare” i giovani con programmi di noiose conferenze “accademiche”. Sarebbe ridicolo.

Cerchiamo piuttosto di favorire processi anche di aggregazione spontanea coordinando iniziative diverse, mettendo a disposizione innanzi tutto spazi adeguati in cui i giovani possano riunirsi, ma anche investendo risorse per l’organizzazione di progetti che sappiano interessare almeno la parte più “sana” della popolazione giovanile, non solo universitaria ma anche delle scuole medie superiori. Perché anche circenses di un certo tipo e di un certo livello possono probabilmente avere un’insospettata valenza formativa senza nel contempo deludere le aspettative ludiche delle generazioni più giovani. Nessuno ha ricette in tasca pronte per l’uso. Ma sarebbe colpevole non discuterne nell’agorà pubblica, senza pregiudizi e senza volontà più o meno nascoste di strumentalizzazioni, un problema che riguarda la città come polis, come cioè comunità politica.
6 ottobre 2011

Ascoltare e non giudicare per capire il caso spritz

11 ottobre 2011 —   pagina 14   sezione: Altre

Il fragile centro storico di Padova come il Temple bar di Dublino? Quest’ultimo quartiere fatiscente e malfamato della capitale irlandese, a partire dagli anni ‘90 riqualificato e destinato ad una popolazione giovane. Ricco di ben 10 centri culturali, pub e ristoranti, di piazze animate d’estate da concerti e proiezioni di film gratuiti; ma anche infido regno delle sbronze, delle canne e della “neve”. Tanto che molti frequentatori abituali hanno finito per abbandonarlo, mentre i fine settimana le ambulanze parcheggiate ai margini della zona pedonale fanno la spola con gli ospedali cittadini per trasportarvi ragazzi in coma etilico o da abuso di sostanze. Insomma un esempio e uno spunto per chi guarda sempre molto vicino e non sa nulla di quel che è appena un po’ più lontano. E questo per dire anche che, nella discussione in atto sullo spritz padovano, nelle richieste dei giovani e nelle lamentele dei più vecchi, non c’è chi abbia ragione o torto per intero; mentre tutti debbono tendere ad un equilibrio faticoso, imperfetto, mai dato un volta per tutte.
In particolare leggendo le opinioni espresse in questi giorni in merito sul mattino di Padova (basta guardare il sito www.mattinopadova.it), qualcuno può essere caduto nella frettolosa impressione che si tratti d’un conflitto tra universitari e residenti d’una certa età: i primi, come da copione, rivoluzionari e pieni di vita; i secondi, come da copione, reazionari ed intolleranti.
In realtà il problema è assai più complesso, perché molto più composita è l’area sociale ed anagrafica dei consumatori di spritz nelle piazze: andando da ricercatori a ragazzi del ginnasio; da matricole locali ad universitari provenienti per il rito del bere padovano da tutto il Nord Italia; dai punkabbestia ad operai, commessi, impiegati, desiderosi di unirsi agli studenti in una ritualità collettiva che rafforza fragili identità personali.
Non tutti i cittadini sono al corrente delle mediazioni poste in essere dalle amministrazioni locali per smorzare gli impatti più negativi del fenomeno: spostando l’ora di chiusura dei bar; proibendo i bicchieri di carta; il bere all’aperto in piedi fuori dal bar di riferimento; sino al più incredibile per i risultati negativi ottenuti: il tentativo da parte delle forze dell’ordine di riportare a casa i minori padovani palesemente ubriachi; col risultato di trovarsi di fronte a genitori infuriati con esse per aver scoperto sul fatto i loro bambini sbronzi ed il loro fallimento educativo. Questo per dire che, quand’anche ci si si dovesse pubblicamente confrontare, nessuno in questa città potrebbe dirsi innocente: né i giovani, che a buon diritto chiedono qualcosa ed impropriamente chiedono troppo; né le istituzioni, in primis quella universitaria, che quando scelte strategiche ed economiche erano ancora possibili non hanno pensato di creare un campus, che fosse la città dello studio e del divertimento dei giovani; della ricerca interdisciplinare e delle creatività, che altrove hanno realizzato Google e Facebook. Invece che polverizzarli tra palazzi fatiscenti e torri futuribili; tra polverosi sottoscala e modernissimi loculi. Non i genitori, che pur in tempi difficili, hanno l’obbligo di trasformare i figli in cittadini responsabili, prima ancora che in personaggini più coscienti dei loro diritti che dei loro doveri. Se dobbiamo sul serio parlarci ed ascoltarci, facciamolo almeno a 360 gradi. Guardandoci negli occhi.
- Adina Agugiaro

Quale socialità per la sicurezza?   Il Mattino, 18 ottobre 2011

Ha ragione Stefano Allievi quando afferma che le  videocamere, così come i controlli di polizia, non risolvono i problemi di socialità. Ma c’è qualcosa di più penetrante. La videosorveglianza traccia un confine simbolico tra lo spazio sicuro e i territori pericolosi, tra il normale mondo quotidiano del cittadino medio, e il mondo della marginalità e della trasgressione, tra il prevedibile e l’imprevisto. Pertanto si tratta di un dispositivo che, al di là della sua reale efficienza e del ritualismo rassicurante che produce, crea senso comune, orienta identità. E’ in questo spazio che si disegna, per contrasto, il conflitto tra repressione e socialità. Ma può trattarsi di un’altra schematizzazione, per quanto critica. Giustamente è stato sottolineato da più parti che il vero problema è il rapporto tra socialità e sicurezza, e che non esiste la seconda senza la prima. Su questo nesso è necessario scavare, per evitare altri stereotipi e facili ritualizzazioni. E’ infatti necessario chiedersi:. quale socialità? Che tipo di sicurezza? Anche quando si pensa di vivacizzare la scena sociale con presenza e partecipazione si pensa a un mondo degli attivi, dei benestanti, degli onesti consumatori di pubbliche opportunità, che respinge nell’ombra la socialità cattiva e degradata. Ma i confini non sono così netti, né così facilmente disegnabili. Da molto tempo la sociologia ha messo in luce sconfinamenti e simbiosi tra normalità e devianza, ed ogni tentativi di tracciare limiti rischia di riprodurre semplificanti costruzioni sociali. La questione è assai più complessa. Quanti “ cittadini normali” nutrono profonde sofferenze, non sempre gestite nei limiti del rassicurante, così come molti comportamenti “degradati” nascondono esigenze assolutamente condivise e richieste di diritti sostanziali. Si tratta allora, credo, di assumere un metodo, ad esempio partendo dalle situazioni in cui il disagio e il conflitto si manifestano, per capire a fondo quali ne sono i termini e i contenuti. Per ovvi motivi anagrafici non so di che cosa parlino i ragazzi che si incontrano nelle piazze e nei locali dello spritz, ma, quali che siano gli argomenti e le forme espressive, di sicuro mettono insieme inquietudini e speranze, bisogni di condivisione e ricerca di identità, desideri istintivi di evasione dalla piattezza del contesto. Più facile mi riesce immaginare quale vissuto porti il cittadino medio a mobilitarsi contro gli assembramenti rumorosi e screanzati: la stanchezza dopo una giornata di lavoro frustrante, le tensioni famigliari, le incertezze della situazione, il senso di isolamento e le ansie della quotidianità, e molto altro, ovviamente. Che possibilità hanno questi due mondi di comunicare? Quali i possibili canali di confronto, magari partendo proprio dall’esplosione del conflitto? Quali linguaggi e concetti per mettere a fuoco le questioni di fondo, che poi riguardano l’intera società. e le sua crisi? Non sono domande facili, ma una cosa è certa. Un atteggiamento disposto a capire la diversità dell’altro sposta il senso del sé, alza le soglie dell’esperienza e della coscienza, predispone alla destrutturazione degli stereotipi e dei limiti precostituiti. Per questo le nuove forme di socialità, magari conviviale e festaiola, per normalizzare gli spazi del “degrado”, non possono correre il rischio di tracciare un confine oltre il quale ricacciare nell’ombra il mondo del “mal vivere”, dei vari “clandestini” disdicevoli e  pericolosi, ma, nella misura in cui nascono dall’incontro di soggettività diverse, per certi versi in conflitto, possono sforzarsi di cogliere e confrontarsi con la dimensione umana di quel mondo, per elaborare possibili risposte, non necessariamente repressive. Una grande occasione di maturazione, condivisione e consapevolezza. Gli strumenti? Molte cose sensate e utili sono state dette: Le isole ecologiche autogestite, il trasporto notturno, gli orari, i bagni chimici, le zone, le attività culturali e di animazione. Ma: di che forme di comunicazione e di partecipazione riempiamo queste opportunità? Penso a comitati popolari di gestione delle zone problematiche, che raccolgano culture e soggettività diverse, per mediare tra le diverse esigenze, per spingere più avanti le sperimentazioni e le esperienze possibili, dove le richieste e le scelte si riferiscano alla consapevolezza dei problemi del territorio, della città, della qualità della vita, anche con riferimenti all’attuale situazione socioeconomica, premessa anche di possibili rivendicazioni. Penso ad espressioni artistico-culturali (musica, teatro, poesia, immagini) che coinvolgano in dimensioni emotive condivisibili e progressive nel ridefinire complessivamente lo spazio fisico, culturale ed esistenziale in cui si vive.

Giuseppe Mosconi

Allievi S. (2011), Città video sorvegliata o città aperta? (versione integrale), in “Il Mattino”, 22 settembre 2011, pp. 1-45;

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