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Convivere con l’incertezza, banco di prova per tutti noi

La recessione economica in agguato, la crisi politica apparentemente senza via d’uscita, la disgregazione sociale che si manifesta in mille modi, perfino il baratro etico in cui sembriamo sprofondare, sono altrettanti segni di un qualcosa di più grande, che oscuramente ci minaccia: il ritorno dell’incertezza. Da qui anche l’emergere delle paure, delle fobie dell’altro, del diverso, del nuovo, come manifestazione sociale, come visibilità mediatica, e come strumento politico di ricerca del consenso.
Non tutto sta accadendo realmente a tutti: le difficoltà economiche colpiscono solo una parte del Paese, il vuoto politico è solo transitoriamente tale (e in politica non esiste quasi per legge fisica: la crisi di un potere è allo stesso tempo l‘incubatore di un altro), il sociale ha molte facce e mostra molte forme nuove di aggregazione, e la crisi morale è solo di alcuni, mentre altre parti della società fanno emergere riserve etiche insospettate. Tuttavia, qualcosa è accaduto davvero. L’incertezza, la mancanza di garanzie, l’instabilità, la perdita di scudi protettivi (tutto questo era, culturalmente prima ancora che socialmente, il welfare state), sono tornati nel novero del possibile: sono rientrati prepotentemente nella vita di ciascuno di noi, dopo che per un secolo – questo ha significato il progresso, nelle democrazie occidentali – erano stati progressivamente espulsi dall’orizzonte sociale. Quasi un ritorno alla natura, dopo tutto: è solo da qualche decennio, e solo in una minoranza di nazioni del globo, che si era cominciato a pensare che la vita dovesse essere garantita, protetta, o almeno assicurata, dalla culla alla tomba – in passato, non lo è mai stata.
Il mutamento, il movimento (di denaro, merci, conoscenze, persone), la novità (di mode, prodotti e proposte), l’evoluzione continua (pensiamo alle tecnologie), costituiscono la cifra interpretativa della condizione umana di oggi, e anche un valore sociale. Provate a vendere un prodotto dicendo che è uguale a prima, che è ‘old’ invece che ‘new’; o provate a vendere voi stessi, in un curriculum, dicendo che avete abitato sempre nello stesso posto, e lavorato nella stessa azienda – varrete meno, sul mercato. A essere premiato è il cambiamento – di mode, di look, di prodotti, di occasioni – e la capacità di saper cogliere le opportunità. Tutto questo non è senza conseguenze. Solo che lo misuriamo diversamente. Per quelli di mezza età è una novità e quindi un trauma; per i giovani, è già oggi vita quotidiana, a livello personale e professionale. Noi eravamo garantiti e rischiamo di non esserlo più; loro, non lo sono mai stati. L’idea dell’intermittenza, della non linearità dei percorsi (formazione, lavoro, pensione; figlio, coniuge, genitore), del cambiamento frequente del posto di lavoro e delle reti di relazione, la maggiore mobilità, la diminuzione delle garanzie, per noi sono un problema, per loro sono un dato. Noi siamo immigrati di questa condizione; loro ne sono nativi.
In questo c’è una lezione da trarre: la società, di fronte al cambiamento e all’incertezza, non reagisce in maniera omogenea, è divisa. C’è un conflitto intergenerazionale in corso, e la posta in gioco è la competizione per le risorse, che riscopriamo essere scarse. La diatriba sulle pensioni ne è un esempio e un banco di prova. I garantiti cercano di tenere strette le proprie garanzie; i non garantiti provano almeno ad essere meno appesantiti dalla zavorra che altri impongono loro.
L’incertezza è aggravata dall’immobilismo di una società corporativa e gerontocratica, ostile alla qualità e al merito individuale in nome della garanzia di casta e del familismo amorale, e dall’ingiustizia evidente di una forbice (dei redditi, ma anche dei privilegi, delle rendite di posizione) platealmente in crescita. Insieme, questi fattori mostrano una società drammaticamente bloccata, incapace di reagire agli stimoli del cambiamento. Ed è a causa di questo che l’incertezza – che vista da un’altra prospettiva è chance, opportunità, occasione di crescita e di rinnovamento, qualità ricercata della vita e non condanna dovuta alla rigidezza delle barriere sociali e delle condizioni di partenza, possibilità di costruire il proprio percorso, meritocrazia, sviluppo delle proprie potenzialità – diventa un problema. Di fronte al quale, e a chi lo produce, l’unica possibilità è far saltare i fermi, il tappo, gli equilibri: prendersi le occasioni, combattere per le risorse e per gli spazi – in termini psicoanalitici, uccidere il padre.
Laddove non c’è fluidità, laddove l’accesso è bloccato, l’unica chance di sopravvivenza è il combattimento aperto e la conquista; laddove non c’è collaborazione, e prevalgono gli egoismi, la sola possibilità rimasta è il conflitto, che lascia sul campo vincitori e vinti. In questo senso il caso Italia mostra una patologia che altrove, in altre democrazie più fluide, in altre società non bloccate, non si riscontra. Del resto, se questa è l’unica possibilità di aprire al dinamismo, ben venga. È un conflitto positivo, che non potrà che fare bene a una società che altrimenti non può che decadere, marcire nella propria putrescenza, nell’asfissia da mancanza di orizzonti e di idee nuove. E che si farà: perché il talento – e sapersi muovere, saper trasformare l’incertezza in opportunità, ne è un aspetto fondamentale – non può rimanere immobile. Per ora ha quasi solo la scelta tra la repressione delle proprie potenzialità e l’espatrio. Me è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Convivere con l’incertezza, banco di prova per tutti noi, in “Il Piccolo”, 27 settembre 2011, pp. 1-7 (anche “Messaggero Veneto”);

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