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Referendum per tornare a contare

Che siamo allo sfascio, lo capirebbe anche un bambino. Lo spettacolo indecente e da vietare ai minori di un governo che fa la manovra, poi la disfa ed esulta (“così è più equa”: come se la prima l’avesse fatta qualcun altro), poi la modifica, poi si accorge che i conti non tornano, poi protesta come se fosse l’opposizione, la rifa e la ridisfa, dà l’idea non di una crisi, ma di un grottesco e catastrofico dramma, una tragedia farsesca, purtroppo senza lieto fine. È la fine non solo di questo governo al minimo storico di consenso, e non solo di questa maggioranza – che è assai opinabile che rimarrebbe tale alla prova elettorale, come i sondaggi già dicono – ma di un intero ciclo politico. E della classe politica che lo ha rappresentato e incarnato.

Che dobbiamo uscire da questa situazione è un dato. Di fronte al malato in grave peggioramento e a un’équipe medica dilettantesca e incapace, la sola possibilità di sopravvivenza del paziente è cambiare medici, e pregare che Dio ce la mandi buona. E il solo modo di farlo è cambiare ceto politico. Come? E’ ovvio, con le elezioni. Che comunque arriveranno: a breve, per implosione della maggioranza, o alla scadenza naturale, nel 2013. Ma sappiamo bene che se si andasse alle elezioni con l’attuale sistema elettorale, mandando in parlamento un nuovo manipolo di servitori obbedienti che non rispondono al popolo ma che tutto devono al capo o al partito e niente al merito e alla capacità (categoria che, a causa del sistema, finisce per includere anche i galantuomini che pure ci sono), o di allegri cambiacasacche interessati solo al potere, nulla cambierebbe davvero. Per cui bisogna cambiare il sistema elettorale.

Tutti lo dicono, anche molti che non lo pensano davvero perché sotto sotto gli viene comodo l’attuale, ma nessuno lo fa. E allora l’unico modo possibile diventa il referendum sulla legge elettorale. Certo, pochi vogliono davvero tornare al vecchio ‘matarellum’. Meglio sarebbe, per meglio selezionare gli eletti, una bella uninominale inglese, o almeno un doppio turno alla francese; o persino, come vogliono altri, un sistema tedesco con sbarramento all’ingresso. Ma comunque uno diverso. Peccato che ogni partito abbia il suo progetto, e che quindi nessuno, matematicamente, possa essere approvato. Ecco allora che la strada referendaria e il ritorno al sistema elettorale precedente diventa, se non altro, la soluzione meno peggio. Non entusiasmante, ma meglio del presente.

Ecco perché è importante che oggi un po’ di esponenti di rilevo del PD si siano finalmente svegliati, e appoggino il referendum (promosso peraltro da alcuni suoi esponenti, insieme a Italia dei Valori, Sinistra ecologia e libertà, e qualche altro), seppure con un tiepido sostegno della segreteria. La popolazione tutta – anche di centrodestra – gliene sarebbe grata, visto che non ne può più del sistema attuale, e sarebbe una straordinaria occasione di capitalizzarne il consenso. Peccato lo si faccia all’ultimo momento, quando il rischio di non raccogliere le firme è alto. Ma meglio tardi che mai.

Alla meglio, il referendum diventa lo stimolo perché i partiti si mettano finalmente d’accordo per una nuova legge elettorale. Alla meno peggio ci salverebbe quanto meno dalla tragedia di riandare a votare con l’attuale legge che il suo stesso estensore, Calderoli, definì ‘porcata’, perché impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti mediante la preferenza. E’ così difficile capirlo? Purtroppo, per la gran parte del ceto politico sì, ed ecco perché non lo sostiene. Una prova di più che bisogna cambiarlo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Referendum per tornare a contare, in “Il Mattino”, 9 settembre 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”)

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