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Islam bianco rosso verde (versione integrale)

I dati

L’Italia conta oggi (dati Istat al 1 gennaio 2011) 4,56 milioni di stranieri: il 7,5% della popolazione totale (naturalmente sono contabilizzati solo gli immigrati in condizione regolare). Di questi, dal punto di vista religioso, la componente principale, nonostante l’aumento di flussi migratori da est e la diminuzione di quelli da sud, è quella islamica: 1.355.000 persone (contro 1.222.000 ortodossi, 701.000 cattolici, 137.000 protestanti, 112.000 induisti, e così via). Tra i paesi di provenienza con la più alta percentuale di musulmani vi sono, prevedibilmente, il Marocco, un po’ meno prevedibilmente l’Albania (con un tasso di pratica e di presenza nell’associazionismo islamico, tuttavia – a cominciare dalle moschee – non proprozionale ai numeri), e poi Tunisia, Bangladesh, Egitto, Senegal, Pakistan, e ancora, in ordine sparso, Algeria, Bosnia, Iran, Nigeria, Turchia, Somalia. Come si vede, una variabilità etnica, nazionale e linguistica assai larga – cui si aggiunge quella legata alla tradizione e all’interpretazione della religione (sunniti e sciiti, seguaci delle diverse scuole giuridiche dell’islam), per non parlare delle scelte politiche o di affiliazione transnazionale.
Il dato sulle migrazioni ci racconta tuttavia solo una parte di realtà: ai musulmani immigrati bisogna aggiungere quelli naturalizzati, cioè che hanno acquisito la cittadinanza italiana, e i convertiti, cioè gli italiani che hanno scelto l’islam. Cifre non stratosferiche (sommando gli uni e gli altri superiamo probabilmente di poco le centomila unità), ma che, per quanto riguarda la giovani generazioni in corso di italianizzazione di fatto, anche se non ancora di diritto, rappresentano una tendenza in aumento. Insomma, a farla breve, diciamo che circa il 2,5% della popolazione italiana (contro una media europea del 4%, con punte del 6,5% in Francia e del 6,1% in Olanda) è musulmano: o, meglio, pensiamo che lo sia. Perché poi, per i musulmani come per tutti, inclusi i cattolici maggioritari e cittadini, le presunzioni di appartenenza non corrispondono né alla pratica religiosa reale né all’identificazione soggettiva. Poiché l’argomento vale tuttavia per tutte le religioni, lasciando quindi le proporzioni inalterate, teniamoci buona questa percentuale e passiamo dai dati ai fatti.
Intanto, va rilevata una rapida trasformazione nella composizione anagrafica e di genere. Non siamo più solo di fronte a una presenza di giovani-adulti (la fascia tra 20 e 35 anni d’età) maschi, come è nella classica immagine della catena migratoria. Ma, sempre più, si tratta di famiglie, con una componente femminile in aumento e tendente all’equilibrio, di seconde generazioni (giovani nati in Italia o arrivatici molto piccoli, e talvolta già figli, a loro volta, di persone nate qui), e, anche, di anziani, la componente forse più trascurata del mondo delle migrazioni: che, in parte, torna tuttavia a vivere la propria pensione al paese d’origine.
Una parte di essi, soprattutto appartenenti alle prime generazioni, guarda ancora al paese d’origine: vive, per così dire, voltata all’indietro (dal punto di vista della linguistico, ma anche emotivo, politico, ecc.), anche se in larga misura non ci tornerà più. Una parte invece è decisamente proiettata a integrarsi nel paese in cui ha scelto di vivere: a partire da un segmento significativo delle prime generazioni, e più radicalmente da quelle che seguono, socializzate, alfabetizzate e scolarizzate in Italia, e per le quali questo è il proprio paese.
Si tratta in entrambi i casi di una presenza la cui cifra interpretativa è il cambiamento, non la continuità: perché cambiano le condizioni di vita, ma anche le opinioni e persino le credenze e le teologie, pure esse sottoposte a delle spinte al cambiamento radicali. Basti pensare al fatto che l’islam è per definizione una religione di maggioranza (l’idea stessa di shari’a, di legge religiosa, come è tradizionalmente concepita, non ha alcun senso se la religione non determina le leve del potere e non influenza la legge civile; lo stesso dicasi dello statuto dei dhimmi, cioè la definizione delle altre religioni come ‘protette’, e di molte altre cose), che si trova a vivere in condizioni di minoranza.
Specificità dell’islam italiano
Tra le specificità di inserimento dell’islam italiano, rispetto a quello di altri paesi europei, possiamo citare almeno i seguenti aspetti:
la diversificazione dei paesi di provenienza, che impedisce di fatto l’identificazione, sia sul piano istituzionale che su quello della percezione, con un solo paese (e dunque non consente di ‘appaltarlo’ agli stati esteri di provenienza, errore che si è fatto invece altrove in Europa, come nel caso turco-tedesco e, in parte, in quello franco-algerino);
la maggior velocità di ingresso e di insediamento, rispetto ad altre realtà europee, in cui i musulmani hanno cominciato ad arrivare già da alcuni decenni; e l’arrivo più recente, in una situazione in cui anche nei paesi d’origine l’islam è centrale nella costruzione dello spazio pubblico, sul piano religioso, politico e culturale (assai più che non negli anni ’70 e primi ’80, ad esempio, nei quali è avvenuto il grosso dell’immigrazione nel centro e nord Europa);
il fatto che la presenza islamica si rende visibile nello spazio pubblico già con la prima generazione, quando l’esperienza è minore e i processi organizzativi sono embrionali, e più frequenti le incomprensioni e i possibili fraintendimenti;
la più diffusa condizione di irregolarità, in parte originaria, dovuta all’ingresso clandestino, ma in parte anche prodotta delle normative vigenti (in particolare la legge Bossi-Fini), e dalle lentezze e disfunzioni dell’apparato burocratico chiamato ad applicarle, che costituisce di per sé un pesante ostacolo all’integrazione;
la scarsità di provenienze da ex-colonie, con un legame preesistente (ad esempio culturale e linguistico) con l’Italia, e una tradizione di conoscenza reciproca;
il ruolo importante giocato dai convertiti nella ‘produzione sociale dell’islam’ (nel mondo associativo), in quella culturale (visibilità mediatica, riviste, siti, editoria, traduzioni), e in quella politica (lobbying in favore dell’intesa e più in generale promozione dell’islam sul piano locale e nazionale), con un più generale ruolo di supplenza delle carenze organizzative dell’islam immigrato;
la maggior dispersione lavorativa e residenziale, che non favorisce il costituirsi di fenomeni di ‘soglia etnica’, e la mancanza o la debolezza relativa, almeno per ora, di interlocutori associativi laici (etnici e culturali) di qualche peso e rappresentatività, che rende ancora più rilevante il ruolo sociale e religioso giocato dal tessuto delle moschee.

Le moschee
Le moschee, e quanto sta loro intorno, paiono giocare un ruolo più importante rispetto a quello giocato in altri paesi europei, anche perché, come abbiamo visto, è enfatizzato dalla mancanza o dalla debolezza di altri interlocutori. Per capirci, c’è poco in mezzo tra il bar e la moschea: poca socialità altra, quasi nessuna seria iniziativa istituzionale. Anche se, va ricordato, i luoghi associativi e i poli di aggregazione più o meno identificabili – e in specifico le moschee – non esauriscono la totalità dei comportamenti, e l’enfasi su di essi può distogliere l’osservatore dalla percezione di quella quota significativa ma silenziosa di individui che effettuano il loro percorso di inserimento ai margini o al di fuori delle rispettive comunità di riferimento, o quelle che noi consideriamo tali.
Le sale di preghiera in Italia sono 764. Ma di esse solo 3 sono classificabili architettonicamente come moschee (Catania, Segrate e Roma), di cui solo 2 utilizzate (quella di Catania è proprietà di un privato, nemmeno musulmano, e da anni non più adibita a tale funzione), e solo una, quella di Roma, è una vera moschea monumentale, mentre quella di Segrate, alla periferia di Milano, è così piccola e sottodimensionata – poco più che una dichiarazione simbolica di esistenza – che i fedeli pregano da sempre in una sala attigua. Giusto per fare un confronto europeo, oltre a essere in numero più cospicuo le sale di preghiera, le moschee costruite ad hoc sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, quasi altrettante in Olanda, una settantina in Germania; e anche Paesi con meno musulmani dell’Italia ne hanno comunque di più: 4 sono in Svizzera, 5 in Austria, 7 in Portogallo e Svezia, 14 in Spagna. Mentre i progetti di costruzione in itinere, a vari livelli di avanzamento, sono quasi 200 in Germania, una sessantina in Francia, una quindicina in Olanda e in Grecia, e solo 6 o 7 in Italia.
Le reazioni della società italiana
Degli aspetti organizzativi dell’islam italiano, e delle sue differenziazioni interne, si parla altrove in questo dossier. Ci limitiamo quindi, qui, a qualche considerazione sull’altro lato del processo di integrazione: quello rappresentato dalla società detta – con qualche ottimismo – di accoglienza. L’islam infatti non si sviluppa nel vuoto pneumatico, e i processi di integrazione sono determinati in larga misura, oltre che dalle dinamiche interne, dall’ambiente in cui si svolgono. Qui l’analisi si fa complessa. Perché da un lato sono all’opera processi lunghi di integrazione sostanziale, che passano per la scuola, il mondo del lavoro, la vita di quartiere, i legami interpersonali (condivisione di attività: sportive, culturali, ludiche) e le relazioni intime (amicizie e coppie miste – che solo in minima parte, a causa della disapprovazione sociale che le circonda, diventano matrimoni; producendo, incidentalmente, un risultato controdeduttivo per le religioni: l’aumento di coppie ‘non regolari’). Dall’altro si manifestano tendenze profonde nella società che vanno nella direzione opposta: quella del conflitto, della non accoglienza, della mediatizzazione isterica, dell’islamofobia politica (con contorno, a livello locale, di una politica di ordinanze fantasiosa quanto spesso scellerata, xenofoba e in ultima istanza incostituzionale), del mancato rispetto dei diritti individuali e collettivi (su tutto, quello relativo ai luoghi di culto), dell’applicazione selettiva delle leggi (normative di sicurezza e antincendio, che si applicano tuttavia – almeno in certo modo: arrivando alla chiusura immediata delle sedi – solo ai musulmani e a nessun altro), o di quello che possiamo chiamare ‘eccezionalismo’ islamico, ovvero il considerare i musulmani sempre come caso eccezionale, cui non si applica la normativa vigente, e per i quali si chiedono condizioni particolari e specifiche. Un primo esempio è l’obbligo sovente richiesto e che si vorrebbe imporre di usare la lingua italiana nel culto (che non vale per nessun altro, che si tratti di anglicani inglesi, luterani tedeschi, cattolici filippini, pentecostali nigeriani, indiani hindu o sikh, ebrei, italiani che prediligono il latino). Un altro è l’ipotesi di costituzione di albi degli imam con autorizzazione preventiva (che non esistono per preti, pastori, rabbini: un’ingerenza negli affari interni delle comunità religiose impensabile se applicata ad altri), o la creazione di organismi di consultazione quanto meno anomali. Su quest’ultimo punto val la pena di spendere qualche parola in più. L’islam italiano non è considerato ancora maturo per un’intesa, alla pari delle altre confessioni religiose minoritarie che non dispongono di un Concordato che regoli i rapporti con lo stato: e probabilmente non a torto, viste le divisioni interne e le conflittualità anche personalistiche che lo attraversano. Tuttavia sembra che lo stato sia ancora meno pronto: non solo a firmare un’intesa, ma anche a capire quali sono i veri problemi sul tappeto. Forme di eccezionalismo – con la costituzione di organismi rappresentativi ad hoc – sono presenti anche altrove, dalla Francia al Belgio. In Italia ci si era provato con l’istituzione della Consulta per l’islam, voluta dal ministro Pisanu e confermata dal ministro Amato: non rappresentativa, perché composta da rappresentanti nominati e non eletti (come invece avviene nei paesi citati), ma comunque un organismo di musulmani. Oggi il governo ha scelto la strada, promossa dal ministro Maroni, di nominare un Comitato per l’islam, composto da qualche musulmano ‘di fiducia’, lontano comunque da ogni tentativo di rappresentatività reale, e da esperti accademici di islam, coadiuvati da altri non musulmani di più dubbia competenza. Non quindi un organismo rappresentativo, nemmeno come abbozzo, ma nemmeno un mero organismo consultivo, e in ogni caso un segnale di distanza mandato ai musulmani.
Tutto questo accade all’interno di un clima culturale certamente non favorevole al rapporto con l’islam (si pensi alla pervasiva ed efficacissima campagna fallaciana, che con i suoi libri ha di fatto dettato l’agenda alla politica italiana per molti anni, e fino ad ora), ma anche a un clima anche politico più generale, che fa sì che per esempio venga considerato progressivamente come normale, dai media e da alcune forze politiche, proporre consultazioni referendarie per consentire di aprire una sala di preghiera in tale o talaltra località, dimenticando che quello dell’esercizio del culto è un diritto costituzionalmente garantito, non una gentile concessione, e che se le maggioranze si arrogano il diritto di decidere sui diritti delle minoranze ci si avvia verso una china che porta dritto alla negazione in radice della democrazia, utilizzando un mezzo, il referendum, che dovrebbe invece esserne l’espressione più piena.
I problemi ci sono, e vanno affrontati, senza pudori politically correct. E nominandoli esplicitamente: dai delitti d’onore ai matrimoni forzati, dai collateralismi rispetto all’antioccidentalismo (e, nei casi peggiori, al radicalismo e al terrorismo) a forme anche gravi di chiusura intracomunitaria, più grave per i soggetti più deboli (donne e minori), fino alla formazione delle leadership. Ma vanno affrontati costruttivamente, e in collaborazione con le comunità. Non in opposizione e come frutto di una demonizzazione generalizzata che rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si prefigge.
Dopo l’11 settembre, di cui proprio in questo periodo abbiamo ricordato il decennale, sappiamo ufficialmente che l’islam può essere un nemico, capace di colpire anche sul suolo occidentale ed europeo (come successo poi con le stragi di Madrid e Londra). Dopo Oslo, tuttavia, sappiamo che anche l’odio islamofobo può essere non meno pericoloso e devastante. Ci sembra che questo oggi debba essere materia di riflessione per tutti. Ne abbiamo bisogno.
Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Islam bianco rosso verde (versione integrale), in “Jesus”, n.10, ottobre 2011, pp. 40-43 (in Dossier: Musulmani d’Italia, pp. 39-71)

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