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Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd)

E’ indicativo il riflesso condizionato liquidatorio di una parte della dirigenza del PD di fronte alla voglia di cambiamento che emerge al suo interno.
Sono giovani? In realtà non è vero, sono vecchi dentro. Hanno idee nuove? No, in realtà è roba anni ‘80. Pongono un problema di leadership e di ricambio? Sono presuntuosi e arroganti. Vogliono contare, e per farlo si rivolgono direttamente al pubblico, senza passare per le assemblee di partito, dove peraltro non si decide nulla perché tutto è già deciso? Sono sleali. Hanno idee che piacciono o interessano anche fuori del partito? Allora sono di destra (come se si potesse vincere con i voti e il consenso dei soli duri e puri).
Solo nel mese di ottobre ci sono stati diversi incontri significativi. Quello ‘ortodosso’ organizzato a metà mese da Zingaretti e soci. Quello più ‘movimentista’ organizzato a Bologna la settimana scorsa da Civati e Serracchiani. Quello, molto più mediatizzato, organizzato da Renzi a Firenze questa settimana. E in mezzo un documento ‘liberal’ di trentenni del partito. Tutti lì a impegnarsi per dire la loro, spiegare cosa pensano, in cosa credono e cosa vorrebbero fare: dentro e per il PD. Decine di migliaia di persone che si muovono per l’Italia per incontrarsi e produrre nuove idee, che leggono, scrivono, si documentano, si ritrovano in rete, si scambiano informazioni, cercano di far arrivare la loro voce al vertice del partito e al di fuori dei suoi steccati, che si impegnano. E il ceto dirigente come risponde? Impaurito, incapace di sintonizzarsi, infastidito perché non si rispettano i sacri rituali e il sacro ruolo dei sacerdoti di sempre.
Chiunque avesse un minimo di intelligenza politica correrebbe in giro per l’Italia ad incontrarli e ad ascoltarli, considerandoli risorsa pubblica e bene comune: grato per quel che stanno facendo. Cercherebbe di coinvolgerli, di dar loro uno spazio per elaborare insieme un progetto: perché lì dentro c’è il meglio della cittadinanza attiva, e anche della militanza PD, altrimenti ridotta a semplice cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove, a megafono di voci che partono sempre dall’alto verso il basso, mai viceversa.
La vera sfida culturale per il Partito Democratico, e la sola sua possibilità di rilancio politico, sta nella capacità di ascolto, di incontro, di elaborazione, che questa mobilitazione, in tutte le sue espressioni, manifesta. Se c’è questo fiorire di iniziative, è perché ce n’è bisogno, e la gente si crea da sola le risposte ai suoi propri bisogni. Specie se non le trova altrove. Se, per dirne una, nelle sezioni del partito di queste cose non si discute, o comunque si ha la sensazione che sia così. Se quando una proposta non viene dal vertice non ha canali per emergere e non viene ascoltata. Se una richiesta di coinvolgimento e di partecipazione, per farsi udire, deve passare per i giornali o per facebook, e per qualche forma di dissenso, perché altrove è possibile solo il consenso conformista o il silenzio. Gli iscritti diminuiscono, mentre i partecipanti a questi eventi e a questi movimenti aumentano? Forse vuol dire qualcosa. Forse c’è un motivo, o probabilmente più di uno.
Tutto questo è vero a livello nazionale come a livello locale. O il PD ricomincia ad ascoltare coloro che lui stesso aveva scelto come propri referenti e sostenitori, quando ha inventato un nuovo partito e un nuovo modo di fare politica (coinvolgendo davvero il meglio della società civile che gli è vicina, sia nella fase di progettazione che in quella di selezione della leadership: attraverso primarie vere, aperte, in cui il partito non si schiera per default con la classe dirigente in sella). O dovrà rassegnarsi alla gestione dell’esistente, e a un lento declino. E a una sempre più vivace concorrenza.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd), in “Il Mattino”, 1 novembre 2011, pp. 1-11

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