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Seconda puntata. La rivoluzione mancata: Il centrodestra e il sogno infranto

Se il governo piange (e il Paese con lui, e a causa sua), l’opposizione non ride. Di fronte al precipitare degli eventi, e a una situazione senza precedenti, con una verticale caduta di credibilità dell’intero ceto politico (la ‘casta’ ormai per tutti, non a caso), più grave ancora di quella seguita alle vicende di Tangentopoli, l’opposizione sembra non saper offrire, così com’è adesso, l’auspicata soluzione di ricambio, il governo alternativo di cui il Paese ha bisogno. Tanto che molti sospettano che il governo tecnico sia la soluzione auspicata da tutti, maggioranza e opposizione: per non dover gestire la crisi con misure inevitabilmente impopolari, ma anche per una presa di coscienza delle proprie rispettive difficoltà interne, della propria inadeguatezza, e per alcuni della propria assoluta incompetenza.
L’elettorato sembra essere consapevole di questa situazione: e i sondaggi ne sono lo specchio. Da un lato indicano in testa, assai di misura, il Partito Democratico sul Popolo delle Libertà (un risultato che sorprende per lo scarso distacco, alla luce del disastro italiano). Dall’altro indicano in crescita i partiti minori del centro-sinistra e altre espressioni del voto di protesta o anti-sistema, ma soprattutto l’astensionismo, il partito del non voto (che ormai rappresenta oltre un terzo dell’elettorato, ed è quindi il primo ‘partito’ d’Italia), e gli indecisi. Cresce anche il centro: l’eterno centro intorno a cui la politica italiana continua nonostante tutto a ruotare, pescando al bisogno, nonostante il tentativo di ingresso del Paese nel mondo del maggioritario e del bipartitismo, risultato assai più imperfetto di quanto si potesse prevedere. Segno di un’offerta politica non soddisfacente.
Cominciamo l’analisi dal centro-destra. Un capitolo che potremmo intitolare: il sogno infranto. Sia che si parli del Popolo delle Libertà che della Lega Nord.
Questo centro-destra, come progetto politico di governo, nasce con la speranza berlusconiana. La famosa discesa in campo del ’94. Uno stile nuovo, un progetto di riforma in senso liberale, una comunicazione dirompente. E la capacità pragmatica di costruire alleanze al di là delle ideologie: sdoganando Fini, e includendo la Lega. Inutile ripercorrerne le disavventure, pur all’interno di un’epopea personale esaltante e di una narrazione per lungo tempo risultata vincente. Limitiamoci alla storia recente, e all’epilogo. Che vede quello stesso centro-destra, dopo 17 anni, in agonia conclamata. Il progetto di riforma liberale non è partito, o non è andato lontano: segnali di rottura ci sono stati, ma la vera rivoluzione liberale non è stata mai nemmeno impostata. La comunicazione è risultata fine a se stessa, e sempre più opaca. Lo stile, all’inizio brillante, si è col tempo inevitabilmente appannato: e, dopo la sequela di scandali personali concernenti il premier, appare parola persino impronunciabile. L’epopea personale è diventata ossessivo presenzialismo e autoreferenzialità. E la narrazione delle magnifiche sorti è oramai sempre più stanca e meno convinta e convincente, data la situazione del Paese, evidente a tutti meno che al suo primo ministro. La speranza della rivoluzione liberale è rinviata a data da destinarsi, e forse nemmeno alla destra prossima ventura, ma ad altri. Il sogno infranto, appunto.
Quanto alla Lega, il suo tessuto appare più solido, la realtà meno limacciosa. Ma la debolezza è evidente. Alla Lega si deve il merito storico di aver sollevato e imposto a tutto il ceto politico, almeno a parole, il tema del federalismo: che avrebbe potuto essere il più sostanziale disegno di modernizzazione riformatrice proposto al Paese – la carta vincente per uscire dalla sua perdurante arretratezza burocratica, istituzionale e politica, dando slancio alle sue realtà economiche e sociali. E infatti l’opinione pubblica l’ha preso sul serio, e l’elettorato ci ha creduto: un elettorato in alcune sue componenti assai più innovativo e riformatore, nelle sue idee come nelle sue pratiche professionali, di come è stato dipinto dai media. Ma a fronte di questo indubbio merito storico, cui si collega coerentemente l’idea di una rappresentanza territoriale anziché sociale o di interessi, sta il demerito altrettanto storicamente decisivo di non essere stata capace di costruire intorno a questo disegno una classe dirigente capace di portarlo avanti con competenza e determinazione. Ciò che appare più una scelta esplicita del suo leader che una mera casualità o incapacità: ed è comunque, in entrambi i casi, una responsabilità politica evidente. Il compiacimento bonapartista del leader maximo ha prodotto per paradosso il partito più centralista d’Italia, in cui il mantra preferito dai dirigenti, quando gli si chiede un’opinione, è il servile “deciderà Bossi”, in assoluta contraddizione di metodo con quanto dichiarato come ideale (e le contraddizioni prima o poi scoppiano…). E, per derivazione, il familismo amorale della risibile investitura al figlio, del cerchio protettivo della moglie, degli scandali a cui si mette il silenziatore, dell’impossibilità di dissenso, sempre stroncato sul nascere con durezza da centralismo togliattiano, a colpi di purghe, di espulsioni e di accuse di tradimento. Come inevitabile conseguenza sono emersi, con poche eccezioni, i mediocri, non in grado di fare ombra al capo, usi obbedir tacendo. Non si crea classe dirigente, in questo modo. Il risultato è il calo di consenso esterno, e l’emergere del dissenso interno (una buona notizia: l’inizio della democrazia…), non più nascosto da uno stile comunicativo ruvido che non diverte più nemmeno i fedelissimi e non fa più notizia sui giornali. Con un altro sogno infranto: il federalismo mancato, il grande risultato salvifico non ottenuto.
Bilancio complessivo: il centro-destra è riuscito a produrre una quantità significativa di delusi, che potrebbero essere un bacino elettorale a disposizione di una nuova seria offerta politica. Ma il centrosinistra non sembra capace di intercettare e di coinvolgere questo elettorato. Insomma, la maggioranza crolla, ma la minoranza non sembra capace di diventare maggioranza vera nel Paese. Di questo parleremo nella prossima puntata.

2 – continua

Allievi S. (2011), Seconda puntata. La rivoluzione mancata: Il centrodestra e il sogno infranto, in “Il Mattino”, 10 novembre 2011, p. 13

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