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Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare

La destra scende, ma la sinistra non sale. E se il Partito Democratico, principale forza di opposizione, appare essere il primo partito (tra i votanti: perché nel corpo elettorale il primo partito è il non voto), ciò accade più per demeriti altrui che per meriti propri: un consenso volatile, quindi. Non l’adesione convinta a una proposta di governo, ma una scelta del meno peggio. Non l’adesione entusiasta a uno schieramento capace di sedurre con le sue ragioni, le sue pratiche politiche e i suoi leader, ma la disillusione per una proposta politica che ha fallito, lasciando il Paese in una situazione drammatica. Un ancoraggio debole, frutto del disancoraggio dalla precedente illusione, non il richiamo forte dell’alternativa.
In questo scenario, pur disastroso per la coalizione uscente, il Partito Democratico non sembra ancora in grado di candidarsi con il consenso necessario al ruolo cui in questa situazione sarebbe naturalmente destinato, quello di perno di una coalizione alternativa: non per le proprie divisioni interne o la debolezza di leadership, su cui c’è fin troppa enfasi mediatica (e del resto altri non stanno meglio), ma per l’incertezza della prospettiva di coalizione, e per la non sufficiente chiarezza della proposta riformatrice. E’ per questo che si cerca un governo tecnico: perché manca la politica. Il governo non c’è più, ma l’opposizione non c’è ancora.
Per capire come mai questo stia accadendo, occorre fare un passo indietro. Il progetto e l’intuizione che è all’origine del Partito Democratico è così riassumibile: unire le principali tradizioni riformiste italiane, aprendosi nel contempo con larghezza, intelligenza e generosità alla parte migliore della società civile, allo scopo di iniziare una stagione di modernizzazione radicale del Paese, attraverso un grande piano di riforme. Se la prima parte del progetto (unire le principali tradizioni politiche riformiste) sembra essere andata in qualche modo in porto, seppure in un amalgama imperfetto, in cui le nostalgie e le inerzie ideologiche e progettuali prevalgono su un autentico confronto, la seconda (aprirsi alla parte più innovatrice della società civile) sembra lontana dal realizzarsi, ed anzi in regresso.
Il PD sembra essersi ripiegato sulle due componenti principali da cui deriva (quella PCI-PDS-DS e quella DC-Popolari-Margherita), sottovalutando la terza, composta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati membri di quei partiti, che magari votavano senza troppa soddisfazione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo e riformatore. Sono proprio i rappresentanti di questa terza componente, insieme agli appartenenti alle altre due che si sono davvero messi in gioco per costruire un soggetto politico nuovo (una parte significativa di essi l’ha semplicemente subìto), a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro perdita, la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi mesi, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti e di iscritti, ma di energia, di motivazione e di capacità progettuale, nonché di connessione con la parte più attiva, moderna e ricca di conoscenze del Paese. Senza di loro, il PD può restare un partito forte, che mantiene un peso significativo negli equilibri politici del Paese, con un ceto dirigente mediamente più preparato di altri e capace di mettersi a servizio delle istituzioni (e non è poco), ma perde centralità propositiva.
Il processo non è aiutato dagli altri attori dello schieramento riformatore, gli alleati dichiarati o potenziali. Tra cui prevalgono i ripiegamenti populistici, la collusione con la rabbia urlata dell’antipolitica – assai fondata ma vacua nella proposta costruttiva – di cui si cercano di cavalcare le sirene, la vaghezza della proposta politica che si tenta di mascherare con la perentorietà dei toni (cose di cui è spesso esempio Italia dei Valori), o il tentativo di lucrare la propria posizione concorrenziale erodendo qualche consenso al soggetto maggioritario dello schieramento, cioè al PD, invece di cercarlo altrove (come spesso ha fatto Sinistra Ecologia e Libertà). Mentre crescono le proposte alternative e ‘contro tutti’ (Movimento 5 Stelle), ed è scomparsa, caso quasi unico in Europa, la componente politica ambientalista, che una dimensione progettuale ce l’avrebbe. E così il discorso sul progetto per il Paese finisce per cedere il posto a quello sulle alleanze per governarlo: per cui diventa più importante interloquire con il Terzo Polo o polemizzare con il Partito Radicale (perdendo, anche qui, una componente progettuale, minoritaria ma non irrilevante) che non dire al Paese dove lo si vuole portare. Solo che non è così che si affascina l’elettorato, e lo si convince: anche a fare scelte costose, ingurgitando medicine amare, come il momento richiederebbe, ma con la prospettiva di un avvenire migliore, di un Paese radicalmente cambiato, in cui davvero voler vivere, e con orgoglio.
Per far questo ci vorrebbe una proposta politica forte, e un cambiamento drastico di classe dirigente. Di cui parleremo nella prossima e ultima puntata di analisi della ‘crisi italiana’.

3 – continua

Allievi S. (2011), Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare, In “Il Mattino”, 15 novembre 2011, p. 13

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