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Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni)

L’aumento dell’età pensionabile è una scelta dolorosa. La progressiva parificazione tra quella degli uomini e quella delle donne può sembrare punitiva, per chi ha già il carico maggiore del lavoro di cura. Tuttavia sono entrambe inevitabili (mentre non lo è colpire malamente pensioni già basse).
Capiamo la rabbia di chi stava per andare in pensione, nel vedersi allontanare un orizzonte agognato, per il quale ci si era preparati, anche psicologicamente. Ma continuare con il sistema precedente sarebbe stato come dire: vogliamo andare in pensione comunque; non importa se a pagare la nostra pensione saranno trentenni e quarantenni con una vita lavorativa molto più precaria della nostra, già carichi del fardello del debito pubblico che noi abbiamo creato, che godranno di pensioni più basse, e lo sanno come lo sappiamo noi. Una prospettiva non accettabile: che non solo non accettano i più giovani, ma che anche a molti dei più anziani sembra, perché è, profondamente ingiusta. Perché dovrebbero essere i più giovani a pagare con il loro presente e il loro futuro gli errori del nostro passato?
Non solo: l’aspettativa di vita è cresciuta enormemente. Di trent’anni in meno di un secolo, e di quasi due anni solo negli ultimi dieci (e continuerà a crescere grazie ai rapidissimi progressi delle scienze e della medicina). Oltre tutto, fatti salvi i lavori usuranti, per i quali un’eccezione è d’obbligo, oggi si è più giovani e ricchi di risorse, a parità di età anagrafica, rispetto al passato: possiamo fare finta che nulla sia cambiato? E ignorare che altrove si va in pensione più tardi, o in maniera graduale?
Quanto alle donne, vivono in media sette anni più degli uomini. Ha ancora senso ‘difenderle’ per questa via? Con lo scambio umiliante: meno lavoro attivo in cambio di più lavoro di cura? Non sarebbe più degno, più soddisfacente, e anche più economicamente sostenibile, oltre che più civile, offrire, come si fa altrove, ben altro scambio: più lavoro esterno (bene quindi una transitoria defiscalizzazione delle assunzioni al femminile) sostenuto da più servizi pubblici dedicati al lavoro di cura? Più welfare e meno badanti, più asili, più cure domiciliari per anziani, più assistenza sociale per i soggetti deboli? E più flessibilità sul lavoro a richiesta del lavoratore, più part-time, ecc.?
E’ qui che bisogna fare il salto di qualità. Una politica conservatrice non può che cercare di difendere lo status quo, ben sapendo che finirà comunque. Come è stato fatto fino ad ora: colpevolmente, perché le cose sarebbero diverse se a una riforma seria si fosse messa mano venti anni fa, quando le tendenze si sapevano già tutte. Una politica riformatrice deve pensare invece in maniera innovativa. Non solo con le misure individuate, ma immaginando un diverso modo di erogare servizi, con ben altre risorse a disposizione, e in definitiva un diverso modo di immaginare la società.
Conosciamo le obiezioni: prima colpiamo l’evasione, i furbi, i grandi patrimoni. Tutto vero e profondamente giusto. Ma non basta, e per quanto doveroso ciò non esclude un ripensamento profondo del sistema previdenziale. Oggi non è progressista chi difende il sistema attuale; lo è chi promuove un sistema diverso. Ma, certo, chiedendo che una parte delle risorse recuperate vada precisamente a costruire un nuovo patto sociale, e le condizioni (i servizi) per attuarlo. E’ lì che la lotta deve essere più dura. Affinché i giovani e le donne non siano le vittime, ma le risorse del sistema: precisamente ciò che non sono oggi.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni), in “Il Mattino”, 12 dicembre 2011, pp. 1-4

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