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Stritolato dai crediti inesigibili (Morte di un imprenditore)

La morte dell’imprenditore Giovanni Schiavon è di quelle che lasciano il segno. Perché è la morte dell’innocente, dell’uomo d’onore che si suicida non per i debiti, ma per i crediti non esigibili. Non per la vergogna del proprio operato, ma per quella di non poter onorare degli impegni che sarebbe in grado di onorare, se altri non lo ostacolassero e non glielo impedissero. Non per avere agito male, ma per avere agito bene in un mondo in cui troppi altri non lo fanno.
Si è già detto quasi tutto, di questa morte. Si è espresso il rammarico. Si è manifestato il dolore. Si è urlata la rabbia. Ora si deve cominciare a fare qualcosa. Una proposta ce l’avremmo. Una proposta di sanzione, o meglio due: una morale, e una giuridica e politica. La prima: si pubblichino gli elenchi dei debitori di Schiavon. E poi si vada a indagare, a chiedere conto. Probabilmente si scoprirà che alcuni di quelli che non pagavano non potevano farlo, perché erano imprenditori come lui, presi nella stessa morsa, colpiti dalla stessa crisi, altrettanto sommersi da debiti non pagabili e crediti non esigibili: incolpevoli anch’essi. Ma probabilmente si scoprirà che altri avrebbero potuto e dovuto pagare e non l’hanno fatto: imprenditori più grandi, che campano meglio strangolando i piccoli anche senza necessità, tirando in lungo con i pagamenti oltre l’ammissibile, tanto non pagano pegno perché hanno le spalle forti; e amministrazioni pubbliche, magari vincolate dai patti di stabilità, ma che per principio non dovrebbero campare a spese dei loro cittadini e dei loro contribuenti.
Sarà allora giusto aggiungere questa morte alla lunga lista delle morti bianche: di chi muore sul lavoro, o di chi, come in questo caso, muore di lavoro. Ma sarà giusto chiedere anche per queste morti l’introduzione di leggi che rispettino le persone. Come si è fatto per le normative sulla sicurezza dei lavoratori, ancora troppo spesso non rispettate. Basterebbe poco. Una norma di pochi articoli (già non mancano i disegni di legge, mai discussi, in materia; e l’Unione Europea, dove queste cose non succedono, ce la chiede) che obblighi le pubbliche amministrazioni a pagare ogni prestazione a 30, 60 o 90 giorni al massimo, con sanzioni pesanti se non lo fanno. Perché non è giusto che lo stato e gli enti pubblici sopravvivano spremendo ignobilmente coloro che lavorano per essi, che dovrebbero difendere e rappresentare, e da cui sono mantenuti. E che obblighi i privati a fare altrettanto, salvo motivi fondati e documentabili, e l’accordo delle parti. Ma sanzionando maggiormente, con la leva fiscale, con i costi del contratto, con deducibilità differenziate o quant’altro, chi tira più in lungo. Se i soldi devono girare per far girare l’economia, che girino davvero, non per finta. Basta con un sistema che finisce per essere più oneroso e stressante per tutti, e profondamente ingiusto nei confronti di alcuni, costretti a ricorrere al prestito bancario pur vantando ampi crediti, o peggio costretti al fallimento o, come in questo caso, al suicidio. I parlamentari veneti, tutti e insieme, per dare un segnale forte, se ne facciano promotori: subito. E le associazioni di categoria, le amministrazioni pubbliche, i partiti, i sindacati, la sostengano, pubblicamente, insieme, con iniziative pubbliche unitarie. E’ l’unico modo per uscire da questo meccanismo infernale, che stritola i più piccoli, i più onesti, e paradossalmente coloro che lavorano meglio e i cui servizi sono quindi più richiesti. E’ l’unico modo per pagare almeno un debito, per quanto tardivo, a Giovanni Schiavon.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Stritolato dai crediti inesigibili (Morte di un imprenditore), in “Il Mattino”, 17 dicembre 2011, pp. 1-14

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