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Se la vita eterna è sui social network

Si dice che le nuove tecnologie della comunicazione schiaccino i loro utilizzatori sulla dimensione del presente. Che sia in corso una presentificazione degli orizzonti. Che si dimentichi il passato, e ci si immagini sempre meno il futuro. C’è del vero, e lo sappiamo da vari indicatori.
Ma le cose non sono così semplici né così univoche. Il presente vuole durare. La storia, la mia storia, cerca una continuazione, anche quando la storia è finita. Sempre più si ha voglia di narrarsi, di dare una senso alla propria storia, di raccontarla. E le tecnologie comunicative aiutano anche in questo. Nell’universo digitale, si può pianificare il proprio futuro anche dopo la morte. E si cristallizza, si rivive, o si cambia, il passato. In un auspicio o un’anticipazione di eternità facilmente realizzabili.
Sarà capitato a molti, ed è esperienza straniante, di digitare su Google il nome di una persona conosciuta, magari un amico o un collega, che si sa morta. E vedere che lì è ancora viva. Che l’universo della rete mantiene le sue tracce: quello che ha fatto, ha detto, ha scritto, spesso oltre tutto coniugato al presente, in una contemporaneità illusoria ma infinita.
Ma la durata, la sopravvivenza almeno nel ricordo, in rete si manifesta in molti modi. Sempre più diffusi sono i cimiteri online, in cui è possibile inserire (da soli e in anticipo, o post mortem da parte di qualche parente o amico) le nostre foto, i nostri scritti, i video, le canzoni o i film preferiti, la cronologia della nostra vita, reinterpretandola, per ‘rifarsi una vita’ almeno virtuale, magari assai diversa da come è stata quella reale. Anche i cimiteri virtuali, come quelli reali, hanno le loro tariffe (una tantum per l’occupazione dello spazio e costo di gestione annuo), e non mancano quelli per animali. Molti sembrano tuttavia solo un servizio in più offerto dalle agenzie di pompe funebri: certe pagine con foto per lo più di anziani che magari non usavano nemmeno il computer, data di nascita e di morte, pubblicità dell’agenzia di pompe funebri e nient’altro trasmettono una tristezza infinita; ma fanno dopo tutto il paio con i loculi in serie, le frasi fatte e i messaggi stereotipati, i fiori in plastica e la fisicità fredda del marmo. Una modalità più vivace e ‘vitale’ di esistere in rete post mortem è quella delle pagine facebook, continuate o create dopo la morte di qualcuno (spesso dopo una morte drammatica), per tenere vivo il ricordo, continuare a mandare messaggi, pensieri, preghiere, fiori virtuali persino, e consolare i rimasti. Ce ne sono molti, di questi profili, che contrastano singolarmente con l’origine di questo social network, nato per favorire incontri vivaci tra vivi, e ne sanciscono la trasformazione e il radicamento.
Questo della morte su facebook è anche un modo per integrare la morte nel quotidiano. La nostra società giovanilista, che si vuole e si crede amortale, ha espulso la morte, ma anche la vecchiaia e la malattia, dall’orizzonte del dicibile e del visibile: bisogna fingere, o avere l’apparenza, di essere giovani, sani, e immortali. La morte è spesso un tabù: la nascondiamo, nemmeno ne pronunciamo il nome,  la cancelliamo dall’orizzonte domestico ospedalizzandola, e non la facciamo guardare in faccia dai bambini. Che poi ne vedono centinaia al giorno, nei programmi a loro dedicati, dai cartoni alla fiction, nei videogames, o nei telegiornali che guardiamo insieme a loro. E quasi sempre si tratta di morti con una causa precisa: disgrazie, omicidi, quasi mai comunque morti naturali, dando così l’idea che la morte stessa è innaturale.
Ecco, la ‘vitalità’ della morte su facebook non è solo il modo di assicurarsi una vita eterna digitale e virtuale. E’ anche un modo di riappropriarsi del discorso sulla morte, occultato dalla cultura mainstream. E’ una reazione della stessa famiglia delle necroculture giovanili, del dark rock, dei fumetti alla Dylan Dog o di certi manga giapponesi, della necrofilia gentile della famiglia Addams, ma anche degli splatter, dei ‘b movie’ hollywoodiani, dell’horror più intellettuale alla Stephen King, del filone catastrofico degli aerei in avaria o degli uragani, o quello futuribile delle catastrofi climatiche a venire, ma anche degli scherzi di halloween e della diffusione di teschi e ossa come gadget, incluso per bambini. Che assume il ruolo di riflessione proprio là dove la riflessione e la verbalizzazione era stata espunta, e di risposta forse non del tutto inconsapevole a una rimozione che si percepisce falsa e ipocrita, e forse pericolosa – mortale, appunto.

Stefano Allievi

Allievi S. (2012), Se la vita eterna è sui social network, in “Il Piccolo”, 15 gennaio 2012, pp.1-4

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