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L’idea di città che non si vede

Le vicende dell’auditorium, dell’ospedale, del centro congressi, pongono un interrogativo forte, a chi si interessa ai destini della città. Che non è quale di questi progetti, preso singolarmente, sia migliore o peggiore. Ma in quale idea di città si inseriscono. Si affronta infatti sempre un singolo problema, con i suoi favorevoli e i suoi contrari, in un clima più da tifo calcistico (lo ricordo, una malattia: da typhos, febbre, offuscamento) che da programmazione urbanistica, e raramente ci si confronta sulla città nel suo complesso.

La città non è l’ospedale, non è l’auditorium, non è i ponti e le strade. La città sono gli uomini e le donne che ci abitano, i bisogni che hanno, i problemi che manifestano, i desideri che potrebbero esaudire: le relazioni tra le persone, ciò che le aiuta e ciò che le ostacola. Se di questo parlassimo, forse vedremmo con un occhio diverso l’ospedale, l’auditorium, e anche altro. Penso alla questione della ‘Casa delle genti’. Qualcuno l’ha proposta, qualcun altro non la vuole, e la cosa finisce lì. Ma può una città permettersi il lusso di gettare a mare un investimento nel sociale, con i chiari di luna attuali, per svolgere un servizio che alla città serve? Che idea di città c’è, dietro? Penso alle discussioni che ogni tanto si riaccendono sui giovani: ogni tanto succede qualcosa, si chiude un locale, o si propone di portare i giovani a Foro Boario, per dire (e in entrambi i casi: in nome di quale idea di città?), ma poi tutto finisce lì.

Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?

Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.

Stefano Allievi

Allievi S. (2012), L’idea di città che non si vede, in “Il Mattino”, 7 febbraio 2012, p.14

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Quando l’amico Stefano Allievi, lui milanese sociologo e da qualche tempo osservatore della nostra città, scrive che dietro l’auditorium, il centro congressi o il nuovo ospedale “quello che manca è un’idea di città”, credo voglia in realtà prenderci in giro per l’inconcludenza di tanti interminabili dibattiti.
Gli antichi romani, quelli sì avevano le idee chiare quando fondavano una città: sceglievano il posto giusto, intrecciavano perpendicolarmente il cardo con il decumano come nel nostro Canton del Gallo, predisponevano subito il sistema fognario, mettevano qui il Tempio là il Foro, con tanto di Arena perché gli spettacoli erano già allora il sale della convivenza, et voilà eccoti la città. Anche nel Rinascimento nacquero così, da menti illuminate, città come Sabbioneta o Pienza. Era la fortuna di agire ex novo, in una scala controllabile, sposata a idee chiare e alla univocità del potere politico.
Dopo il fallimento di tante utopie e il disimpegno di tanti intellettuali che per decenni hanno glorificato la programmazione per poi dimenticarla del tutto, per disegnare qualcosa di così complesso intervenendo in corso d’opera in organismi ereditati dalla storia e dallo stratificarsi di volontà, esperienze e fasi spesso contrastanti, oltre ad avere in testa una visione, occorre – piaccia o non piaccia – fare i conti con la realtà data. Attraversare passaggi decisionali (che rispondono a logiche diversissime e spesso condizionate da contrapposizioni politiche che impediscono quella naturale e obbligata collaborazione tra Regione, Provincia – quando sarà abolita? – e Comune) è purtroppo obbligatorio per dare un senso a qualsiasi vera scelta urbanistica. A Padova tutto potrebbe essere forse migliore. Ma Padova, negli ultimi anni, tra compatibilità economiche, eredità e compromessi obbligati, un disegno lo ha dispiegato: lo si è visto con il tram, con le grandi infrastrutture viarie che erano rimaste troppo a lungo nei cassetti, con una diversa attenzione per le periferie, per il verde e per i servizi. Troppo poco? Può darsi, ma a fronte dei tanti conservatorismi, degli interessi corporativi e dell’ostruzionismo fine a se stesso si è trattato, per un padovano di lunga memoria come me, quasi di una rivoluzione copernicana. Invocare i disegni di grande respiro è sempre utile e necessario per non affogare nell’ordinaria amministrazione, ma insieme alla capacità di visione guai al non sapersi misurare con le condizioni oggettive. Non è forse quello che ci ricorda il Calvino delle “Città Invisibili”, quando racconta della città di Perinzia, fondata dagli astronomi all’insegna della massima saggezza e capacità di previsione e, ciò nonostante, rivelatasi più che un luogo rispecchiante l’armonia del firmamento una città di mostri…?
Parliamo pure dell’area ex Boschetti e del cosiddetto PP1, non dimenticando il Gasometro con le sue montagne di nero carbone, sporcizia e vero pericolo nel secolo scorso contro la Cappella degli Scrovegni; area poi divenuta e per decenni provvisoria sede della stazione delle autocorriere. Questo “non luogo” dotrebbe finalmente trovare una sua diversa e nuova dignità, sposando funzioni pubbliche e culturali ad un assetto nuovo più vivo e definitivo dell’abbandono e dello squallore attuali. Ciò con un “disegno” che c’è già dai tempi della Giunta Destro e dove sono già impegnate da anni non lievi risorse economiche private, ormai incancellabili. Continuare a parlare di disegni da rifare avrebbe un’unica conseguenza, quella non di fermare un treno in corsa nella sua parte privata, ma solo quello di colpire il vagone dell’Auditorium, l’unica comprovata urgenza di interesse pubblico. Altro che verde pubblico, cancellato da Galan nel 1999!
Ancora sull’ottuso rifiuto dell’Auditorium, infine, tre cose precise vanno dette. La prima, quella più clamorosa: è che la città continua ad essere davanti al ricatto tutto politico che intende sabotare ad ogni costo qualsiasi proposta dell’Amministrazione in carica indipendentemente dal merito. La seconda: si assiste all’incofessato rifiuto culturale della contemporaneità, che dimentica che le città così come le viviamo sono il frutto di un continuo portato storico, la somma del sedimentarsi di interventi diversi. Si pensi a Palladio in quel di Venezia, niente – quando vi costruì le sue chiese – appariva più stonato rispetto al preesistente. Lo stesso dicasi per la Torre Eiffel a Parigi e, sempre nella capitale dello “charme” urbano, per il Beaubourg di Renzo Piano. Un limite purtroppo tutto italiano, lo stesso che ha ostacolato a Roma il progetto di Richard Meier per L’Ara Pacis o il rifiuto opposto ad Arata Isozaki per l’ingresso posteriore degli Uffizi a Firenze.
La terza: l’altrettanta inconfessata convinzione che le arti, la cultura e la “musica forte” siano un lusso per pochi privilegiati. Una ottusa convinzione che salta a piè pari l’italianissimo volano economico fondato sull’arte e, se pensiamo a Padova, che ignora volutamente i clamorosi successi del Pala Geox, una struttura precaria privata, perché non esiste un’alternativa pubblica, che solo con i concerti leggeri – una parte dei quali potrebbe svolgersi all’Auditorium – sta in piedi, introita tanti denari e paga l’affitto per il suolo pubblico e in un’area non proprio attraente davanti al cimitero.


La risposta di Elio Armano, uscita il 10 febbraio sul ‘Mattino’, con il titolo Città ideale grande scusa per non fare

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La discussione è tanto più vera se fatta di passione, di anima. Lo scontro di opinioni fa emergere le idee, le chiarisce esibendole. Pazienza se ogni tanto ci scappa il disaccordo formale laddove c’è accordo sostanziale. Come nell’articolo di Elio Armano ospitato ieri, che prende spunto da un mio intervento sulla ‘idea di città che non si vede’: in cui si chiedeva alla politica di uscire dal braccio di ferro sulle singole iniziative per raccontarci in nome di quale visione della città si è pro o contro.
Un invito tuttora necessario. Si perde, nella discussione sui singoli progetti, l’idea complessiva di città: o almeno non si vede. Gli amministratori hanno bisogno di ricordarsela e ricordarla a noi, amministrati. Questo convince e spiega molto più delle polemiche tra istituzioni. Avere il coraggio di dire: vogliamo (o meno) l’auditorium qui perché rende viva la città, l’ospedale là perché possiamo davvero migliorare la condizione dei malati, la casa delle genti perché dobbiamo pensare a una popolazione troppo trascurata, dei luoghi dove i giovani si possano incontrare – senza periferizzarli per toglierceli dai piedi – perché in questo incontro maturano i legami sociali e si progetta il futuro, la moschea perché nell’incontro religioso si producono relazioni forti, buone anche per altri usi, i festival perché producono cultura e aggregazione sana, un centro vitale e vissuto, sociale e socializzante anche nelle ore serali e al di là delle attività commerciali, perché in esso si esprime l’anima e la faccia della città. E perché sono un volano economico. E perché una città più vivibile e vissuta è più sicura. E vogliamo tutto questo anche in edifici architettonicamente belli (su questo, dibattito quasi zero), perché l’estetica è la madre dell’etica, e un ambiente gentile fa persone più gentili. Gli oppositori, che si candidano al futuro governo della città, devono inventarla, questa visione: non ce n’è traccia. Non è un caso che le polemiche siano più interne al campo, diciamo così, progressista. E’ assordante il silenzio del centro-destra (che non vuol dire i conservatori: quelli ci sono anche a sinistra), dal quale arrivano solo i no ai singoli progetti, non la visione alternativa di città. Con il rischio di ripetere le ridicole capriole sul tram, da cui sarebbe utile trarre invece una lezione: perché sull’opposizione ad esso, nel breve periodo, ci si è vinta un’elezione, ma sul lungo periodo ci si è persa la faccia.
Il centro dell’intervento di Armano è comunque l’auditorium, che io citavo solo tangenzialmente. E’ certo necessario un contenitore adeguato per musica, danza e altro ancora. La notizia in più è che gli eventi culturali funzionano. Che la gente ne ha bisogno e che le iniziative buone hanno successo, anche economico. Che hanno bisogno di una degna cornice, di per sé attrattiva (per dire, è triste che eventi artistici significativi siano ospitati al Palageox, una struttura esteticamente brutta, dall’acustica opinabile, scomoda, non servita da mezzi pubblici. Meno male che c’è, in mancanza d’altro. Ma, appunto, serve altro). Dopodiché, il luogo non è tutto (San Gaetano docet): occorre anche chi sa cosa farne, inventare una programmazione che crea fiducia e rapporto continuativo con il pubblico, come avviene in altri più modesti luoghi di produzione culturale della città, dall’Mpx a certi circoli musicali. E’ così che un luogo si trasforma in elemento di una cultura sedimentata e condivisa: e un edificio, nello snodo di una rete.

Stefano Allievi

Allievi S. (2012), in “Il Mattino”, 11 febbraio, Fare le cose in funzione di una idea di città, p. 14

Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi

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