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La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro)

La cronaca politica non ci dà tregua, e ci riporta continuamente al rapporto incestuoso del sistema dei partiti con il denaro.
Se i campioni della Padania investono opacamente in Tanzania, il tesoriere della Margherita investiva privatamente in Canada, usando come roba propria i soldi di un partito peraltro morto, il cui rappresentante legale, Rutelli, è transitato nel frattempo in un altro partito (altro rapporto incestuoso che meriterebbe qualche riflessione). Ormai i tesorieri di partito sono diventati una figura idealtipica della convergenza di interessi tra il malaffare e la mala politica. Ma incarnano un problema che viene da lontano. A cominciare dal fatto che, se i partiti hanno tutti quei soldi, è perché hanno aggirato un referendum stravinto che ne aboliva il finanziamento pubblico, chiamando i finanziamenti rimborsi elettorali, anche se ammontano al quintuplo dei soldi che i partiti dichiarano di aver speso, e sono aumentati del 1.110 per cento in dieci anni.
Laddove di mezzo non ci sono le casse dei partiti, c’è comunque il rapporto dei politici con gli enti pubblici o parapubblici che gestiscono denaro non proprio e fuori dalle logiche del mercato, o con l’imprenditoria parassitaria che vive di buone relazioni con la politica anziché di concorrenza. Un senatore del Pdl, Riccardo Conti, ha guadagnato in un sol giorno, senza sborsare un centesimo, la bellezza di 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile da un ente all’altro, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani. E a livello locale c’è l’arresto ai domiciliari per corruzione di Lino Brentan, amministratore delegato della Società autostrade Venezia-Padova, esponente del Pci prima e ora del Pd, per aver incassato tangenti dalle imprese cui dava appalti (e a proposito, possibile che in questa regione gli appalti li prendano sempre le stesse poche aziende, dai cognomi noti e dalle relazioni bipartisan? E Confindustria, a tutela degli altri suoi membri, possibile non abbia nulla da dire su questa flagrante violazione del libero mercato?). Del caso Brentan sorprende la cautela di tutto il sistema partitocratico veneto, che sul lucroso consiglio di amministrazione ci ha mangiato, visto che a presiederlo erano seduti Giustina Destro prima e Vittorio Casarin poi, e tanti altri ne ha creati. Al di là del caso singolo, su cui si pronuncerà la magistratura, è il sistema che va posto sotto accusa. Uno dei veri e gravi costi della politica, ben più degli stipendi dei parlamentari, è infatti la proliferazione di enti pubblici e parapubblici, con consigli d’amministrazione elefantiaci e inutilmente strapagati per gestire società spesso inefficienti e con funzione sociale quanto meno dubbia, le cui nomine sono sempre e solo politiche, in cui l’appartenenza è tutto e il merito è nulla.
Bisogna cominciare da lì. La politica, tutta, senza eccezioni, e a tutti i livelli (comune, provincia, regione, ministeri) ha ritenuto fino ad ora suo diritto procedere all’invenzione di società e alla gestione delle relative nomine in maniera del tutto non trasparente: mai che si parli di confrontare curricula, percorsi formativi, risultati di gestione; ovunque si è nominati perché amici del sindaco o dell’assessore, del presidente o del segretario, del ministro o del capo corrente, accontentando le tante fameliche microlobby che stanno all’interno dei partiti, e non solo questi ultimi. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere così. Occorrerebbero commissioni di valutazione, stop alle scelte discrezionali, ma anche una anagrafe degli enti e delle loro performance, per arrivare a una loro razionalizzazione e soppressione dei doppioni e di quelli inutili, nonché alla diminuzione radicale delle cariche di nomina politica. Così si fa pulizia. Così si uscirebbe da questa specie di feudalesimo partitocratico, e dalla concezione patrimonialista dello stato e delle pubbliche risorse che la politica ha di fatto assunto. Un tema che si incrocia con quello del rinnovamento radicale del ceto politico. Perché non è pensabile che facciano una nuova politica le persone che, anche senza personalmente guadagnarci sopra, hanno praticato quella vecchia fino ad ora. E’ il sistema che è marcio, non suoi singoli membri. Per questo non è dalla vecchia politica che vediamo emergere le nuove regole, né la ferma condanna delle vecchie pratiche, né tanto meno il ricambio delle persone, che hanno carriere politiche o manageriali infinite, accumulando cariche e mandati. Un altro argomento che la nuova politica sottopone a quella vecchia, per ora senza successo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2012), La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro), in “Il Mattino”, 2 febbraio 2012, pp.1-10 (anche “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

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