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La punta dell’iceberg (la strage di Tolosa)

L’agguato alla scuola ebraica di Tolosa riapre domande dolorose, non tutte scontate.

La prima, sull’identità dell’autore, la lasciamo in bianco. Al momento in cui scriviamo, non ne sappiamo più delle fonti giornalistiche, che sono ancora vaghe. E ci è ancora troppo fresco il ricordo delle prime notizie diffuse dopo la strage di Utoya, che davano per assodato un attentato islamico poi rivelatosi di opposta matrice.

Le ragioni, se di ragioni ha senso parlare, o diciamo meglio i moventi, potranno essere diversi. L’antisemitismo è il primo e il più intuitivo. Ma di quale matrice, è arduo dire, dato che l’Europa, e la Francia in specifico, li ha conosciuti e ospitati tutti, anche di recente: quello di estrema destra, quello di sinistra, quello laico, quello elitario delle istituzioni, quello islamico (che ha recenti precedenti nelle scuole del Paese), quello cattolico. Con aspre polemiche e una rumorosa produzione di libelli, dovuta al fatto, in sé positivo, che anche la caccia all’antisemitismo ha una forte tradizione pubblica.

Il neonazismo è un altro, e del primo è figlio. Ma figlio vigoroso, e questo è un interrogativo in più. Le organizzazioni, i gruppi, i siti neonazisti, vivono una stagione rigogliosa, attrattiva, seduttiva persino, dal tifo calcistico di alcune curve anche italiche al neo-radicalismo politico di alcuni paesi dell’est Europa. E qui una domanda sul perché, sulle ragioni di questo fascino e di questa pervasività, a settant’anni dalla fine delle carneficine europee, che nel massacro degli ebrei hanno trovato un mito fondatore e un obiettivo comune, ce la si deve pur fare.

Il razzismo è un terzo, ed è bestia diffusa, e ben nutrita, nell’Europa odierna. Se, come pare, le vittime precedenti dell’assassino di Tolosa erano soldati francesi, sì, ma di colore, anche questo movente sembra rafforzato. E inquieta, perché di successo. Il neo-populismo xenofobo dell’est e dell’ovest (la cui ispirazione e il cui pubblico sono assai più ampi di quello neo-nazista), è un fenomeno in netta crescita elettorale, come dimostrano le recenti elezioni europee e quelle nazionali, e soprattutto culturale. E il razzismo è fenomeno cumulativo, non distintivo: se odio i negri, anche gli zingari, gli ebrei, gli omosessuali, e altri secondo occasione, in qualunque ordine si vogliano mettere, diventeranno facilmente oggetto di odio e di rifiuto. Nel razzismo si sa, e non sempre, dove si comincia, quasi mai dove si va a finire. E la sua forza, diremmo la sua legittimità anche nel discorso pubblico e politico, non può non far riflettere. Dopo Oslo, ancora di più.

E poi c’è sempre la pista della follia individuale, del disadattato marginale, del lupo solitario alla Anders Behring Breivik, il killer di Oslo e Utoya. Solitario, però, fino a un certo punto, per i motivi di cui sopra: la sua follia si ricollegava a un mondo di persone, partiti, gruppuscoli, e produzioni culturali assai diffuse, come testimonia il suo lungo memoriale. Probabilmente scopriremo lo stesso anche del killer di Tolosa, chissà.

Sono moventi che possono incrociarsi, sovrapporsi, e non ne escludono altri ancora.

Una domanda, però, resta sospesa: perché ancora, perché sempre gli ebrei. E di risposte vere, soddisfacenti, non ne abbiamo. Ma di indizi, sul fatto che sia malattia diffusa, male del nostro corpo collettivo, metastasi profonda, comodo capro espiatorio per troppi, ne abbiamo invece tanti. Le lezioni della storia non insegnano abbastanza, e noi lasciamo in fondo che questo accada, con un misto di stupore e rassegnazione, e un pizzico di complicità, non sempre incolpevole.

Lo si coglie ancora nelle battute da bar, nelle freddure vecchie e nuove che si tramandano a scuola, negli insulti usati nelle buone compagnie, nella satira che anche dopo la strage di Tolosa fa dell’orrido spirito ripescando i peggiori stereotipi antiebraici (e internet, con lo schermo dell’anonimato, ne favorisce l’amplificarsi). L’antisemitismo, l’antiebraismo, ancora non è morto. E’ una pulsione profonda, viscerale: che di tanto in tanto emerge, ma che resta latente. L’astio populista non lo ha cancellato, scaricandolo su un diverso oggetto: lo ha inglobato in qualcosa di più ampio e indistinto (che può chiamarsi islamofobia, omofobia o odio per i Rom, secondo l’occasione), ma mantiene viva la sua specificità. E non è un bel segnale, dalla civile Europa.

La punta dell’iceberg (la strage di Tolosa), in “Il Piccolo”, 20 marzo 2012, p. 1

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