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Troppo potere, troppo a lungo (scandali e politica)

Lusi, Formigoni, Errani, Rutelli… Casi molto diversi, imparagonabili. Il primo è un ladro reo confesso. Il secondo non è sotto inchiesta (non stavolta, non per malversazioni o tangenti), ma lo è tutto il suo sistema di potere, e la gente di cui si è circondato. Errani è indagato per un reato minore. Rutelli si considera vittima di Lusi. E poi il primo è un contabile, abile a fare i propri, di conti; gli altri tre sono leader politici. Cos’hanno in comune?

Una cosa sola: troppo potere, troppo a lungo, sempre nello stesso ruolo. Avvitati a tempo indeterminato sulle loro poltrone, hanno trasformato il mandato elettorale e il consenso in una sorta di satrapia di lungo termine. Vale anche per altri leader, del resto, anche non sotto inchiesta: Bossi ne è l’esempio più longevo, Berlusconi la parabola umana e politica più efficace.

E’ il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, e delle cariche a termine, in democrazia. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo. Anche se il ricambio farebbe bene anche a tante associazioni, imprese, enti, fondazioni, chiese… Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: ci si costruisce, di fatto, come blocco omogeneo e impermeabile. E i centri di potere così creati impediscono l’innovazione, opprimono l’originalità, temono la creatività, paventano, più di ogni altra cosa, il ricambio. E dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, o favori da concedere, producono di fatto cricche chiuse come mafie, e poteri occulti e omertosi, troppo stabili per non cedere alla tentazione e alla presunzione dell’onnipotenza.

Per questo il ricambio è sano. E meglio se frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, ad essere convinti della propria indispensabilità, e ad avere il culto della propria eternità. Non è così: che lo sappiano. Li cambiamo volentieri con altri, e ci abitueremo in fretta ai nuovi, e impareremo rapidamente i loro nomi, senza nostalgie. E’ ora di farglielo sapere. In questo è sconcertante la caparbietà con cui si difendono, restando attaccati ai loro scranni, convinti della propria centralità. Come se senza di loro arrivasse, davvero, il diluvio. Senza Lusi, senza Formigoni, senza Errani, senza Rutelli, e tutti gli altri i cui nomi conosciamo e ascoltiamo da troppo tempo, il mondo girerà lo stesso, probabilmente meglio: con meno inerzie, con minor attrito. Facciamo un’opera di bene, di ecologia politica, innanzitutto per noi, ma anche per loro: diciamoglielo. Con le buone, naturalmente, in maniera educata, con uno slogan che è anche una sana terapia democratica: dopo due mandati, tutti a casa. Per il bene di tutti.

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