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Il suicidio involontario dei partiti

Non è un assassinio: nessuno li ha uccisi, anche se è un sogno ricorrente di molti. Non è eutanasia: nessuno ha accelerato la loro morte, anche se molti vorrebbero farlo. Non è un suicidio assistito: nessuno li ha aiutati a compiere l’autonoma volontà di porre fine alla propria vita, anche se molti ci spererebbero. No, è proprio un suicidio, quello che i partiti della prima e della seconda repubblica stanno compiendo: un pubblico, insopportabile, infinito e per giunta inconsapevole hara-kiri.

Un suicidio non programmato, di cui forse nemmeno si stanno rendendo conto: il che la dice lunga sulla capacità e lungimiranza di chi li guida. In un momento drammatico per il Paese, con una crisi che non solo impone a tutti sacrifici spesso enormi – al punto che produce le vittime sacrificali di chi davvero si suicida a causa di essa – e che tutti sappiamo durerà ancora a lungo, sono ancora attaccati come cozze più o meno pelose ai propri privilegi, al proprio ruolo, alla propria presupposta importanza, alla propria logorrea, al proprio ego.

Messi insieme, i segnali di questi giorni sono più che evidenti. I sondaggi misurano una fiducia nei partiti al minimo e l’astensionismo al massimo. Gli scandali che riguardano loro esponenti e loro leader si moltiplicano, con vicende tra l’agghiacciante e il ridicolo, con qualche punta di boccaccesco, ma che insieme sono un insulto alla vita e ai problemi dei cittadini. I partiti antipartito continuano ad acquisire consenso e a salire nei sondaggi. E quelli che sono in parlamento hanno dovuto pure smettere di fare il loro mestiere e cedere il ruolo ad altri più capaci, visto che non erano in grado di esprimere un governo del paese. Eppure non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su qualche taglio significativo alle spese per il proprio funzionamento, che sappiamo essere offensivamente malgestite. Le dichiarazioni e le interviste sono peggio delle non decisioni. Tutti lì a difendere i costi della democrazia – che dobbiamo assolutamente difendere – dimenticando che sono cosa ben diversa dai costi di una vorace partitocrazia oligarchica e incapace di rinnovamento.

Governare, stanno governando altri, non i partiti. Questi avrebbero solo due cose da fare, in questi mesi: porre mano a una legge elettorale che restituisca la libertà di scelta ai cittadini, e fare una radicale riforma del loro finanziamento e del loro funzionamento interno, in modo da consentire un larghissimo, radicale ricambio del ceto dirigente del paese. Perché non è pensabile che siano gli stessi nomi e le stesse facce che hanno gestito la fase precedente a gestire quella futura con un minimo di credibilità. Hanno solo questi pochi mesi per dimostrare di non voler morire ignominiosamente, sepolti da un meritato disprezzo (ma trascinando nel loro crollo anche noi, che ci metteremo di più a ricostruire se di più saranno le macerie da sgombrare). Purtroppo, pare che non se ne rendano conto, e continuano a camminare veloci nella stessa direzione, pur essendo sempre più vicini all’orlo di un precipizio della cui esistenza sono stati ampiamente avvertiti. Si chiama, per l’appunto, suicidio.

Allievi S. (2012), Il suicidio involontario dei partiti, in “Il Messaggero Veneto”, 20 aprile 2012, p. 1; Il suicidio inconsapevole dei partiti, in “Il Mattino”, “La Nuova”, “La Tribuna”, “Il Corriere delle Alpi”, 21 aprile 2012

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