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Oltre il conservatorismo. Il paese si può riformare

La notizia è la riforma. Se ne potranno discutere in dettaglio i vari aspetti. Si potrà dire – e lo si dirà – che si poteva fare di più, che il governo ha ceduto alla pressione delle parti sociali o dei partiti su questo o quel punto. Ma il dato inequivocabile – che va al di là della stessa riforma del mercato del lavoro – è la dimostrazione che riformare si può: persino sui fondamentali del patto sociale. Il processo era già cominciato. Con la riforma delle pensioni, con le (ancora moderate) liberalizzazioni, ma quello del mercato del lavoro era lo scoglio più duro, e si sapeva, anche per il peso delle parti sociali coinvolte.

Bene, il segnale che ci si aspettava è arrivato: anche in questo Paese drammaticamente ingessato, dove dettano legge le caste e le corporazioni con le relative chiusure, dove il conservatorismo condito di cinica rassegnazione è diventato abito mentale, dove lo schieramento per opposte tifoserie fa ancora aggio sul dibattito sui contenuti, si può proporre e finalmente portare a termine una riforma, anche radicale, dei meccanismi regolatori della vita dei cittadini e dell’economia, troppo spesso considerati qualcosa di immemoriale e dunque di intoccabile. L’autorità dell’eterno ieri, come la chiamava Max Weber, è stata per una volta finalmente sconfitta. Il che ci fa sperare che sia possibile sconfiggerla di nuovo.


Il governo ne esce bene. Si è posto un obiettivo preciso, l’ha perseguito con decisione e rapidità, ha cercato di comunicarne le ragioni al Paese (un compito tutt’altro che facile), ma non l’ha semplicemente imposto alle parti sociali. Praticando una consultazione serrata ma ferma, lontana tuttavia come stile dalla concertazione paralizzante e inclusiva del passato, ha imposto l’agenda ma non le conclusioni, concedendo il necessario a chi doveva mostrare di portare a casa un risultato.

I partiti, per una volta, non ne escono male. Hanno sostenuto il governo in un compito che in parte li danneggiava, anche con qualche propria proposta costruttiva, mantenendo un difficile equilibrio tra logiche della rappresentanza e necessità di giungere a un risultato significativo e spendibile.

Il sindacato – Cgil in particolare, ma a tratti tutti gli altri – ha mostrato di essere quello che gli studiosi ad esso vicini da tempo pensano sia diventato: un nobile e cruciale soggetto conservatore (nel senso tecnico: e conservare, tanto più se si tratta di tutelare dei diritti, è una funzione importante) che ha tuttavia sempre meno da dire a quel mondo vasto del lavoro e dell’impresa, precario ma spesso più innovatore e anagraficamente più giovane, che non si sente da esso rappresentato, e che non avrà cambiato idea dopo questa trattativa. Quel mondo, oggi, è certamente più rappresentato dal governo che dai soggetti tradizionali del mondo del lavoro, Confindustria inclusa.

L’opposizione sociale e politica all’accordo ha avuto un ruolo prevedibile. Già la polemica sull’articolo 18, viziata da conservatorismi giurassici e da opposti ideologismi, e assurdamente posta sempre al centro dell’attenzione dai media, ha mostrato quanto poco si volesse davvero affrontare il merito delle cose: sia da parte dei pasdaran del liberismo declamatorio, sia da parte dei ritualisti del ‘tabù che non si tocca’. Ma l’aver voluto trasformare il presidente Monti e il ministro Fornero in un improbabile incrocio tra Dracula e Nosferatu non ha giovato a far crescere la comprensione per le ragioni di questa parte di mondo sociale e politico.

Dunque, il segnale è netto: contro i conservatorismi e gli specialisti nella difesa dello status quo, magari con la scusa del ‘benaltrismo’, riformare si può. E se si può, si deve continuare. Andando, da domani, più a fondo sui modelli di sviluppo, non solo sulle sue necessarie tecnicalità: con più immaginazione, e quindi con più radicalità.

Allievi S. (2012), Oltre il conservatorismo. Il paese si può riformare, in “Il Piccolo”, 5 aprile 2012, p. 1  

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