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Se la morte è uno spettacolo

La morte in diretta di Piermario Morosini, ma ancor più la pubblicazione della sua foto morente, ha aperto un dibattito importante, e toccato una corda sensibile (per fortuna, ancora sensibile) in molti. Che c’entra con l’humana pietas per un giovane sfortunato, con il dovuto rispetto per la sua storia e la sua persona, con la deontologia professionale del giornalismo. Ma che riguarda anche una società che da un lato spettacolarizza tutto, e dall’altro si indigna della spettacolarizzazione; che mostra un voyeurismo spietato e morboso (specie nei confronti dei cosiddetti vip e del sottobosco televisivo dei giornali di gossip), ma che poi, quando si trova dall’altra parte e non ha più da guadagnarci in visibilità da monetizzare, ma solo da perderci in privacy, vorrebbe sfuggire a questo ossessivo insinuarsi.


Quello sulla pietas è un argomento difficilmente aggirabile. Nessuno vorrebbe trovare il proprio figlio sbattuto in prima pagina nel momento della morte. In questo senso è stata nobile la scelta di Beppino Englaro di non voler pubblicare le foto della figlia alla fine del suo percorso, che pure gli avrebbero acquistato simpatie per la sua causa, ma di volere che fosse ricordata come era prima dell’incidente: bella, giovane e solare. E’ la scelta, vincente, dell’amore di un padre: è quella l’Eluana che ci ricorderemo, pur avendo discusso accanitamente intorno alla sua morte. Così come è il Marco Simoncelli sorridente, con la sua folta chioma e la fidanzata accanto, che ci ricorderemo, invece della brutta caduta in motocicletta che l’ha ucciso. Tuttavia quella caduta è stata vista decine di migliaia di volte, girando di telefonino in telefonino (io l’ho vista su quello di mio figlio, che l’aveva ricevuta da un compagno), prima di essere rimossa dal web. E le foto di Eluana le avremmo guardate tutti, se fossero state disponibili. Su questo vale la pena soffermarsi ancora.

Da un lato viviamo in una società giovanilista e analgesica, che cerca di nascondere la malattia e la vecchiaia in tutti i modi, il cui obiettivo finale è sconfiggere la morte, e il mezzo scelto è avvolgerla in un assordante silenzio o in irritanti metafore. Come nel linguaggio di quegli stessi giornali che sbattono il mostro in prima pagina, ma poi si muore sempre dopo lunga malattia, mai di cancro, e il tale non è morto, ma è mancato, si è spento…

Come se della morte non dovessimo parlare: non esplicitamente, meno che mai con il morente, ancora meno con i bambini. Ogni anno, quando tratto di questi argomenti, chiedo ai miei studenti se hanno mai visto un cadavere ‘vero’: più o meno la metà di loro, spesso di più, risponde di no, nemmeno di un familiare (specie chi vive in città: la cosa è meno vera per chi abita nei piccoli paesi e in campagna, dove c’è ancora un rapporto più domestico con la morte). Non a caso per i più la morte non fa parte della vita, in maniera naturale, ma è vissuta come qualcosa di alieno: che non si capisce, e che ci lascia interdetti, senza parole, tanto è vero che, di fronte a una persona che muore, anche anziana, se non chiediamo propriamente “chi l’ha uccisa?”, ci chiediamo comunque “di cosa è morta?”, che è quasi la stessa cosa. Come se la morte fosse un giallo in cui bisogna trovare il colpevole, anziché la fine naturale di una storia (d’amore, spesso).

Una società vitalista e giovanilista non inciampa volentieri nei suoi morti, come del resto nei suoi vecchi. La morte, e con essa tutto ciò che può ricordarla (la vecchiaia, la malattia, il dolore) viene sempre più nascosta. Si muore sempre meno a casa, e sempre più spesso in ospedale. Il funerale lo si fa in chiesa; sparisce anche il corteo funebre nel quartiere, e si vedono sempre meno simboli esteriori (addobbi, paramenti). C’è un’eccezione: la morte dei vip, delle persone conosciute, che diventa essa stessa notizia, e rito collettivo – si pensi alla morte e ai funerali di Lady D, o in tempi più recenti a quelli in mondovisione di Giovanni Paolo II.

La morte viene rimossa, insomma. Ma l’altra faccia della rimozione è la sua spettacolarizzazione, e la sua banalizzazione. Attraverso la morte seriale, da un lato: i nostri figli vedono ogni anno migliaia di cadaveri – nei videogiochi, nei cartoni, nei film – per lo più morti per una causa non naturale. E poi c’è il successo del genere horror, la necrofilia di tanto rock, fumetti e culture underground, fino alla diffusione dei teschi e degli scheletri anche nei giochi e nel vestiario per bambini (mio figlio di sei anni li porta orgogliosamente…). Abbiamo la sensazione che sia una risposta diretta a un bisogno di informazione, di esplicitazione, di consapevolezza, che viene negato dal discorso ufficiale della società, e cercato, e trovato, altrove. L’altra risposta sta nella spettacolarizzazione della morte reale: ultima, quella di Morosini. Ma casi celebri di suicidi o esecuzioni in diretta ci ricordano che questi sono eventi mediatici assai seguiti. E’ la morte ‘vera’, che passa però ancora dagli schermi televisivi, anziché dall’esperienza diretta: che in occasione di una carestia o di una strage terroristica fa irruzione nelle nostre case attraverso i Tg della sera, all’ora di cena. Ma che è oggetto privilegiato di interi programmi basati in buona parte su un voyeurismo che ha nella morte il suo centro.

Forse la risposta vera a tutto questo sta nel rendere di nuovo normale, quotidiana, la morte vera, di chi ci è vicino, e preparare la nostra, senza pudori, pensandola e parlandone anziché fuggendola. Perché la qualità della vita si misura anche dalla qualità della morte e dalla capacità di comunicarla nella normalità e semplicità del discorso quotidiano. A quel punto non avremo più bisogno delle morti eccezionali di qualcuno per ricordarcene. E potremo fare tesoro del suggerimento di una bella poesia di Wislawa Szymborska, relativa a immagini che tutti conosciamo, ‘Fotografia dell’11 settembre’: “Solo due cose posso fare per loro / descrivere quel volo / senza aggiungere l’ultima frase”.

Allievi S. (2012), Se la morte è uno spettacolo, in “Il Piccolo”, 18 aprile 2012, pp.1-38

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