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Serve un ricambio radicale

Le disavventure recenti incorse ai tesorieri di partito, prima, e ai leader di partito che li hanno promossi alle loro cariche, mantenuti e utilizzati (e ai loro famigli) poi, rimandano ad altro: non è in questione la disonestà di alcuni, ma l’insostenibilità di un sistema che ha assunto la disonestà a metodo.

Lusi sta a Rutelli come Belsito sta a Bossi. Ma il problema vero è che il sistema attuale di finanziamento della politica sta ai partiti come il formaggio sta ai topi. Troppi soldi troppo facili. Troppo pochi controlli. Troppo pochi piccoli uomini impreparati a resistere alle tentazioni offerte in maniera troppo forte da quelle grandi piscine piene di denaro, come quella in cui si tuffa con gioiosa irresponsabilità Paperon de’ Paperoni, che sono le casse dei partiti. Con l’aggravante che si tratta di denaro pubblico, malgestito e sperperato senza controlli. E, soprattutto, troppa abitudine a gestire il potere senza controlli, da troppo tempo, stando nello stesso ruolo, da parte di chi ha scelto i tesorieri, senza mai farsi troppe domande sull’entità, e sulla stessa ragione e liceità, del tesoro accumulato: anche, persino, quando non si è toccati dallo scandalo.


E’ per questo che non se ne uscirà con l’ennesimo processo per l’ennesimo caso di furto, malversazione, corruzione, o appropriazione indebita. Se ne può uscire, se ne dovrà necessariamente uscire, con un cambio radicale delle regole. E soprattutto, di necessità, con un ricambio radicale del ceto politico oggi in attività: complice, se non della corruzione individuale, della corruzione del sistema, sfruttato, non denunciato, accettato, condiviso nel metodo anche quando non nel merito.

Oggi la questione del ricambio, di una selezione del ceto politico capace di aprirsi alla società, e più in generale del porre un termine alla politica come professione, come ‘posto fisso’, è diventata ancora più urgente proprio per la corruzione profonda, endemica, sistemica, di abito mentale, verrebbe da dire, che pervade l’intero sistema politico. E che si manifesta in molti modi, anche a livello locale, non solo nelle casse centrali dei partiti: dalle nomine degli amici anziché dei meritevoli negli enti alla moltiplicazione delle cariche inutili ma retribuite, dall’incapacità di valutazione delle conseguenze delle proprie decisioni all’incompetenza portata a sistema. Perché anche questo è mala gestione, e abitudine a una corruzione soft che non è meno disastrosa dell’altra, anche perché più pervasiva. E che è frutto di un’abitudine all’impunità sostanziale: che, tra le altre cose, produce una selezione deviata, per cooptazione anziché per competenza, dove conta più la fedeltà che la capacità, e soprattutto la promessa di non cambiare nulla e di non fare i conti con il passato, e con chi il passato l’ha incarnato.

Aprire le finestre, cambiare aria, metodo, persone, è un’operazione di ecologia politica oggi indispensabile. Si comincia con la riforma del sistema elettorale. Si prosegue con il ricambio di chi sarà presente in quelle liste, con tutti i mezzi (anche generalizzando il metodo delle primarie, laddove possibile). E si finirà solo con la ricostruzione di una democrazia compiuta, trasparente, etica nelle pratiche reali e minute e non solo nelle dichiarazioni formali.

Allievi S. (2012), Serve un ricambio radicale, in “Il Mattino”, “Tribuna di Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 7 aprile 2012, pp.1-9; Il formaggio e i topi di partito, in “Il Messaggero Veneto”, 10 aprile 2012, p. 1; Tesorieri disonesti per metodo, in “La Gazzetta di Reggio”, 7 aprile 2012, p. 1

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