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Così nasce la Terza Repubblica

Il risultato dei ballottaggi conferma e persino accentua le tendenze già viste al primo turno. C’è nell’elettorato una stanchezza e una disillusione diffusa, che la crisi non fa che accentuare: e questo spiega l’aumento dell’astensionismo, ma anche, in parte, quello di un voto che non è solo di protesta, ma ha anche questa componente. E c’è, nei sopravvissuti del sistema, in chi vota ancora, un desiderio diffuso di cambiamento: di volti nuovi, più giovani (in qualche caso molto più giovani, rispetto al gerontocomio offerto dai partiti tradizionali), più freschi e lontani dalla politica politicante, almeno apparentemente più capaci di ascolto. I partiti non garantiscono più nulla.


Il Pdl e la Lega escono distrutti da questa tornata elettorale. Il Pd e il centrosinistra vincono solo laddove hanno saputo intercettare e interpretare, a prezzo di qualche scelta coraggiosa, la domanda di cambiamento che viene dal basso.

Non ha vinto l’antipolitica: questo, almeno, adesso è chiaro. Perché non di antipolitica si trattava, ma solo di rifiuto della politica tradizionale: di antipartitica, se vogliamo. L’antipolitica, a dirla tutta, in questi anni l’hanno fatta e interpretata i partiti, non ascoltando il desiderio di cambiamento, diventato uno tsunami proprio perché represso e non incanalato fino all’ultimo, che veniva dal basso: e non interpretando correttamente, quindi, il ruolo di rappresentanza democratica del paese che era stato loro affidato.

Da questa tornata elettorale emerge al contrario con chiarezza una nuova domanda di personalizzazione della politica, che è una assunzione in proprio di responsabilità. Una personalizzazione dal basso, però, non verticistica, non leaderistica, come quella che negli anni scorsi spingeva a mettere nel simbolo del partito il nome del leader nazionale anche nella più sperduta delle frazioni. Oggi i leader nazionali non seducono – non ingannano – più nessuno; sono i leader locali, quelli che si assumono la responsabilità di dire “ci provo io”, con l’umiltà dell’ascolto e del coinvolgimento, a raccogliere consenso.
I partiti faranno molto bene a non demonizzare il nuovo, la più infantile e in ogni caso perdente delle reazioni. E a cominciare a sperimentare altri modelli anche di organizzazione interna: perché, con tutta evidenza, quelli attuali non funzionano più nemmeno come antenne nella società. Non a caso perdono tutti, e pesantemente, iscritti, e consenso.

In questi anni si è parlato molto di Seconda Repubblica, nata sulle macerie di Tangentopoli. Era una definizione largamente inesatta, perché non c’era stato né un cambiamento costituzionale e un ridisegno istituzionale (quelli che hanno segnato la storia della Francia e il passaggio dall’una all’altra Repubblica, da cui l’espressione è mutuata), né un rinnovamento nei comportamenti dei partiti stessi e del ceto politico nel suo complesso. Oggi vediamo esprimersi i primi segni di una Terza Repubblica, che nasce dal basso, per volontà popolare: ma che non ha ancora trovato una canale istituzionale e costituzionale in cui collocarsi. Il compito della politica – se saprà essere buona politica almeno in questo – dovrà essere quello di costruire, su questa nuova domanda, una risposta adeguata. A cominciare da una nuova legge elettorale che consenta a questa politica di esprimersi. Altrimenti avrà abdicato al suo ruolo. E sarà meritatamente spazzata via.

Allievi S. (2012), La sfida della nuova politica, in “Il Mattino”, “Nuova Venezia”, “Tribuna di Treviso”, 23 maggio 2012, p.1; Così nasce la Terza Repubblica in “Gazzetta di Reggio”, p.1; Il segnale che viene dal basso in “Il Piccolo”, p.1.

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