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Il disgusto non ci dà una politica

La politica può dare il disgusto; ma il disgusto, da solo, non può dare una politica. Sta tutto qui il paradosso di quella che oggi si chiama antipolitica, ma che tale non è: dovremmo chiamarla antipartitica, antioligarchica, semmai.

L’indignazione, la protesta, il rifiuto di andare avanti come prima, non sono un vicolo cieco. Sono, al contrario, un eccellente punto di partenza: nel privato, nel sociale, come in politica. Il problema è come proseguire, come andare oltre.


Ormai i politici sembrano assomigliare sempre più alla descrizione che ne dava Balzac: “Un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. Oggi questo è vero anche per chi dalla politica non guadagna in proprio più del lecito (che già è abbastanza), ma la rappresenta. Perché non è solo un problema di merito (essere onesti oppure no), ma di metodo, strutturale e funzionale: la politica attuale ormai è abituata a selezionare i suoi attori su basi che hanno a che fare con tutto tranne che con la competenza dei protagonisti (emerge solo chi ha accondisceso ai metodi dominanti) e ancora meno con la democrazia (come, noto, gli elettori hanno poco potere di scelta reale, e ancora meno di preselezionare le candidature), a spartirsi le risorse in modo predatorio (le nomine come lottizzazione: uno a te, uno a me, come fosse normale), a lavorare con priorità stravolte rispetto a quelle reali (le leggi che interessano al ceto politico stesso e non quelle che premono al paese) e in maniera primitiva e bizantina (dai regolamenti parlamentari in giù, con rituali anacronistici e drammaticamente inefficienti). I costi veri della politica sono questi, in realtà.
Di fronte a un ceto politico il cui principale problema sembra essere la propria autoconservazione, il non mollare la presa e la preda, il disgusto e l’indignazione diventano una risorsa da spendere in positivo. Ma dove stanno le riserve etiche e l’energia potenziale del rinnovamento? Un po’, e sembra paradossale, proprio nei partiti: ma nella base (per i partiti che ne hanno una), non al vertice. Oggi gli iscritti ai partiti, quelli rimasti, che fanno militanza, che si spendono, che in essi fanno il loro volontariato sociale, sono presi tra due fuochi: combattono anch’essi la battaglia dell’etica e del rinnovamento, come chi da fuori critica i partiti – e spesso con consapevolezza anche maggiore, perché vedono più da vicino i guasti del sistema – ma anche contro i propri stessi dirigenti, che invece cercano di perpetuare i comportamenti e le abitudini di sempre (dalla Lega al PD, colpisce vedere nelle sezioni come i più arrabbiati, oltre ai pochi giovani che hanno voglia di impegnarsi, siano proprio i vecchi militanti, quelli che ci hanno creduto da una vita, usi obbedir tacendo, che oggi si ribellano a un andazzo inaccettabile). Le altre riserve e le residue speranze per il buon uso della democrazia stanno invece fuori dal sistema. Come si è scoperto negli anni ’70, non tutto il politico è partitico, e non tutto il pubblico è istituzionale. Oggi forse è più vero di allora. Il problema è come far entrare questa gente impegnata, con la passione dei beni comuni, con valori e ideali per qualcosa e non solo contro qualcuno, con competenze e professionalità già sperimentati sul lavoro e nel sociale, dentro il sistema, dentro i partiti, dentro le istituzioni. Un po’ di spinte, dall’interno, ci sono, di chi si rende conto che il sistema attuale è arrivato al capolinea: dal capo della stato a chi, da tecnico, si spende nelle istituzioni, fino al livello locale dove si sperimenta il nuovo senza tanti clamori. Ma non basteranno, senza una pressione da fuori sempre più forte, che oggi sta montando: alla base dei partiti, in nuovi partiti (già esistenti o che nasceranno a breve, come oggi è già evidente), fuori dai partiti.

Allievi S. (2012), in “Il Mattino”, 28 aprile 2012, pp.1-8; “La Tribuna di Treviso”, “La Nuova di Venezia”, “Il Piccolo”, “Messaggero Veneto”, “Corriere della Alpi”, “Gazzetta di Reggio”.

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