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La Lega come metafora

Proviamo a leggere la vicenda leghista come metafora dell’incapacità dei partiti di produrre cambiamento di sistema.
Il passaggio di testimone da Bossi a Maroni alla segreteria della Lega è al contempo un segnale di cambiamento e un’occasione persa.
Un segnale di cambiamento perché si passa dalla gestione familista e paternalista del fondatore a un approccio più moderno e razionale, vedremo se anche più democratico in termini di gestione interna del partito.


Il fatto che insieme a Umberto Bossi siano costretti a un passo indietro non solo i vacui famigli del capo ma anche i fedelissimi della corte padana, è un colpo al familismo amorale italico (il cui livello di degrado è testimoniato dall’indagine aperta dalla Procura di Milano che coinvolge l’intera famiglia ex-regnante della Lega). Inoltre costituisce un riequilibrio di potere territoriale: è probabile che assisteremo a un maggiore peso e a una maggiore visibilità delle altre componenti regionali (o ‘nazionali’ nel linguaggio leghista), a cominciare da quella veneta, più antica e per certi versi più culturalmente attrezzata di quella Lumbard, dopo che per una lunga stagione le gerarchie interne si erano formate per cerchi concentrici di fedeltà al capo indiscusso. Si tratta poi del passaggio da un leader anziano e in fase di evidente decadenza, fisica e di autorevolezza, a un leader più giovane e dinamico: che, tuttavia, può rivendicare la continuità del progetto, essendo anch’egli presente dagli inizi della parabola leghista (anche se ha dovuto patire in passato periodi di esecrazione e di ostracismo interni, cui ha resistito con una solidità degna di nota). Infine, si tratta del classico passaggio dalla fase carismatica iniziale, in cui tutto poteva reggersi sulla capacità seduttiva del fondatore, alla fase della istituzionalizzazione, del costruirsi come entità autonoma, che non può più fondare la propria coesione e garanzia di sopravvivenza su un carisma evidentemente appannato.

Fino a qui tutto bene, dunque. Dove il rinnovamento leghista appare un’occasione persa è nei metodi, molto più simili alla congiura di palazzo rinascimentale che all’apertura al metodo democratico. In questo senso sarebbe stato preferibile se l’arrivo di Maroni alla segreteria fosse avvenuto attraverso un congresso, che sarebbe stato certamente vivace e partecipato. Perché avrebbe messo in moto energie vitali che solo nello scontro politico aperto si manifestano nel loro massimo vigore, e sole possono essere la garanzia di un cambiamento senza compromessi. Ma il costume politico italiano ha orrore della lotta politica aperta, che pure è il modo più efficace e democratico di selezionare leadership politica e di produrre idee intorno a cui coagularla. In questo la Lega si è adeguata alle liturgie tipiche del sistema partitocratico italiano, che preferisce i continuismi almeno di facciata (ma purtroppo assai spesso di sostanza) al rinnovamento e alle svolte. Certo, lo scopo era tenere insieme la Lega. Ma la scelta di fare finta che tutto sia avvenuto in una tranquilla continuità che sappiamo non esserci stata, rischia di non attrarre alla nuova leadership quegli attori del cambiamento che dovrebbe invece valorizzare se vuole dare solidità ed efficacia alla propria svolta. Infine, al cambiamento di leadership non si accompagna una svolta programmatica esplicita. Lo ricordiamo per inciso: le religioni, quando passano dalla fase carismatica centrata sul fondatore a quella istituzionale, si dotano di solito di un canone di riferimento – un libro sacro, nel linguaggio politico un programma – che dovrebbe servire come riferimento orientativo per l’azione successiva. Di questo fondamento, che in politica di solito si basa sulla critica aperta del programma precedente e sulla proposta di uno innovativo, nella vicenda leghista per ora non c’è traccia. Il che rischia di ridurla a un banale cambio al vertice, privo di effetti significativi, per la Lega e per il sistema.

Allievi S. (2012), Tra novità e occasioni perdute. La Lega come metafora, in “Il Piccolo”, 17 maggio 2012, p. 1; L’occasione perduta dalla Lega, in “Il Mattino”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, “Gazzetta di Reggio”, 18 maggio 2012, p.1

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