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Partiti estranei al paese

Torna la politica, si ritirano i partiti. Sembra un paradosso, ma non lo è. Da un lato i partiti si mostrano sempre più incapaci di canalizzare la domanda politica, che è uno dei loro ruoli principali, insieme a quello della rappresentanza e della selezione delle classi dirigenti. Dall’altro, i cittadini sembrano voler partecipare, proporre idee, e anche autoselezionarsi come leadership potenziale, sempre di più. Lo dimostrano tanti esempi di questi giorni.


Per quanto riguarda la progressiva irrilevanza dei partiti, oltre all’elevato indice di ‘sgradimento’ di cui godono, anche l’incapacità di autoriforma, il non rendersi conto della fretta oggi necessaria nell’agire: che si tratti di riformare il finanziamento pubblico ai partiti (slittato ancora una volta, e che, se aspettano ancora un po’, rischia di essere proposto dal governo con i suggerimenti di un tecnico chiamato ad hoc, Giuliano Amato) e la loro stessa forma, o di approvare la nuova legge elettorale. Certo, i partiti non sono tutti uguali, e alcuni operano meglio di altri. Ma, insieme, condividono una discreta incapacità di ascoltare il Paese, e anche il grido di dolore della propria base militante.

D’altro canto, la domanda di politica non è diminuita: al contrario. La pletora di liste, di candidati, e di aspiranti sindaci di questa tornata elettorale (mai così tanti) lo dimostra. Essa mostra con chiarezza il desiderio e la domanda di agire, di fare da sé, di giocarsi in prima persona, di metterci la faccia. E, per lo più, fuori dai partiti tradizionali, con liste civiche giudicate più appetibili per l’elettorato: tanto che pure i vecchi marpioni della politica politicante si riciclano anche loro in liste civiche spesso fantoccio, e che in molte situazioni i candidati chiedono ai partiti che li appoggiano di essere il meno visibili possibile.

Questo per quanto riguarda la rappresentanza, e la selezione delle leadership, ambito in cui l’elettorato chiede di contare molto di più che non in passato: dalle richieste di ricambio a quella di primarie, alle acclamazioni dal basso di nuovi potenziali leader. Ma c’è un ambito ancora più interessante, nel quale si sviluppa oggi un nuovo desiderio di partecipazione politica: ed è legato ai contenuti, alla formazione della domanda politica. Non solo su questo c’è grande attivismo sul web, dove si moltiplicano i gruppi di discussione (anche su tematiche molto politicanti, come la riforma stessa dei partiti, o della legge elettorale: e il fatto che se ne discuta di più in internet che nelle sedi dei partiti stesse è già quanto mai indicativo), ma c’è un enorme attivismo sociale, nei gruppi, nei movimenti, in quello che una volta si chiamava pre-politico, ma che oggi è politico a tutto campo. Dai referendum alla discussione sui beni comuni gli esempi sono molti: colpisce che oggi sia addirittura il governo a spingere per questa via. E’ indicativo che, dalla discussione on line sul valore legale del titolo di studio, alla richiesta di suggerimenti via mail su come tagliare i costi dello stato, il governo chieda il parere direttamente ai cittadini attivi organizzati, bypassando di fatto i partiti. E a ragione, perché è nella società, non nei partiti, che maggiormente si trovano le energie competenti e le idee, maturate sul campo e nel confronto-concorrenza con altri Paesi, per cambiare il nostro, di Paese, e riformarlo.

Se qualcuno – non fuori dai partiti, dove queste cose si sanno e si sperimentano, ma dentro – aveva ancora dei dubbi sulla necessità e l’urgenza di modificare i propri meccanismi di funzionamento, è bene che se li faccia passare. Prima che sia troppo tardi.

Allievi S. (2012), Partiti estranei al paese, in “Messaggero Veneto”, p.1-8, 5 maggio 2012.

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