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Vaticano, i peccati del potere

Quanto sta accadendo in Vaticano dimostra che vi è un peccato originale del potere temporale della Chiesa: che non sta in qualche singolo infedele, o in un occasionale complotto, ma è inscritto nelle logiche stesse di funzionamento del sistema ecclesiale. Il potere è sempre corruttore. Ma vi sono logiche proprie, specifiche, delle gerarchie e del potere, per come è esercitato nella Chiesa, che andrebbero esaminate. E non a caso sono le stesse che altrove – nelle democrazie – si è tentato di temperare.

Tre sono i punti dove un po’ più di osservazione dei mali del mondo farebbe bene anche a una possibile riforma della Chiesa: la trasparenza, i limiti temporali al potere, e la presenza femminile. Tutti snodi su cui non a caso si stanno giocando partite importanti in tutte le democrazie avanzate: per risolvere i loro, di mali.

Trasparenza, innanzitutto: perché è ciò che consente di rendere esplicito, pubblico, e quindi anche verificabile il conflitto. E’ dove questo non accade, dove il potere è imperscrutabile e nelle mani di alcuni, pochi, che decidono e governano persone e carriere, che le logiche dell’insinuazione, dell’ipocrisia, del servilismo e del complotto dominano maggiormente. L’esempio positivo sarebbe sotto i propri occhi, per la Chiesa: già gli Atti degli apostoli raccontano che nel concilio di Gerusalemme si affrontarono due partiti anche teologicamente avversi, quello di Pietro e quello di Paolo. Ma ciò avvenne alla luce del sole: e dopo il dibattito si giunse a una decisione condivisa. Non così nella vita quotidiana della Chiesa. Dove, ed è significativo, anche negli incontri della Conferenza episcopale italiana fa notizia la prolusione iniziale del suo presidente, che viene ampiamente commentata, dando per scontato che né il dibattito né le conclusioni contino alcunché. Il che ci dice qualcosa, oltre che sulla trasparenza, sulla democraticità dell’insieme.

Ricambio, in secondo luogo: lo stiamo vedendo in questi giorni, nella malata democrazia italiana, quanto sia importante il ricambio, il limite temporale al potere, l’impossibilità persino tecnica di svolgere ruoli di rappresentanza troppo a lungo in maniera efficace ed efficiente. Il sapere che c’è un limite farebbe assai bene anche al potere ecclesiale, impedendo il pieno dispiegarsi delle logiche funeste che abbiamo visto all’opera in questi giorni. E’ il sogno eterno del potere, quello di durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Vale anche per la Chiesa. Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: anche laddove non c’è mala fede (espressione, in questo caso, quanto mai pertinente).

La presenza femminile, infine. Perché un certo modo di concepire il potere è specificamente maschile. E laddove per definizione le donne non hanno accesso, nulla e nessuno mai metterà in questione le modalità di gestirlo: perdendoci in profondità di confronto, non solo nel merito, ma anche nel metodo.

A corollario, c’è un problema di età: vedere uomini, solo uomini, e anziani, nei posti di responsabilità, è essa stessa una dimensione del potere, e un segnale che si manda alla società. Che lo interpreta con i suoi criteri: in questo caso certamente non benevoli. C’è un’estetica del potere che non perdona, che ne rende immediatamente visibili le dinamiche e le storture.

Se la Chiesa non avrà il coraggio di cogliere l’occasione per riflettere sui suoi meccanismi di funzionamento, e si limiterà a cambiare qualche nome in qualche ruolo, inevitabilmente ricadrà negli stessi meccanismi. Che sono quelli che fanno dire ai romani, con ironico cinismo, che a Roma c’è molta fede perché tutti quelli che ci arrivano ne lasciano giù un po’…

Allievi S. (2012), Vaticano, i peccati del potere, in “Il Mattino”, 31 maggio 2012, p. 1; in “Nuova Venezia”, “Tribuna di Treviso”, “Corriere delle Alpi”.

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