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Il caso Dalla e le coppie senza diritti

Il caso Dalla e le coppie senza diritti, in “Mattino Padova”, 6 luglio 2012

Il caso di Lucio Dalla e del suo convivente Marco Alemanno – che, non riconosciuto come erede legittimo, resterà privo di qualunque tutela – è solo l’ultimo della serie: quello riguardante persone note che ci consente di parlare delle assai più numerose persone ignote nella stessa situazione, il fatto di cronaca che ci consente di parlare della storia. E la storia è semplice: i modelli familiari si sono pluralizzati, né sono del resto mai stati univoci. Non esiste più, e da tempo, un solo modello di famiglia. E il modello ufficialmente dominante è cambiato radicalmente.

La famiglia in passato era luogo di produzione oltre che di riproduzione; negli ultimi decenni – salvo per poche famiglie contadine e artigiane – non era rimasta che questa seconda funzione: oggi nemmeno più questa può essere considerata funzione irrinunciabile ed esclusiva della famiglia. Si è spezzato infatti il legame ineluttabile tra matrimonio e procreazione: si può procreare – e lo si fa sempre più spesso – al di fuori del matrimonio, anche in forme inusuali oggi consentite dalle tecnologie legate alla fecondazione, e si può fare famiglia senza procreare, come testimonia il crescere del numero di coppie infeconde per scelta, anche regolarmente sposate. Ma c’è molto di più.

La maggior parte dei matrimoni finisce già oggi, nei paesi occidentali, per separazione o divorzio, anziché per morte di uno dei contraenti, come in passato. E i secondi matrimoni durano meno dei primi. L’età del matrimonio si alza di continuo, separandosi sempre più dall’età del primo rapporto sessuale, e aumenta il numero di partner e di esperienze tra l’uno e l’altro. L’età del primo figlio si eleva, mentre diminuisce il numero di figli per coppia, di cui l’Italia, paese cattolico (e questo la dice lunga sul significato di etichette usate con troppa leggerezza), detiene il record negativo mondiale. Il numero di coppie dette irregolari, eterosessuali o omosessuali che siano, è in crescita costante, e giustamente la legge oggi equipara i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio – anch’essi sempre più numerosi – a quelli nati al loro interno, rompendo con l’iniqua discriminazione del passato. Rischiamo di diventare una società di figli unici, e i single (pre- o post-matrimonio, tra un matrimonio e l’altro, o per scelta) sono già oggi la maggioranza della popolazione delle grandi città. Insomma, il discorso pubblico sulla famiglia parla ancora di modello familiare, al singolare, mentre la maggior parte di noi lo vive al plurale, sperimentando, nelle esperienze altrui o nelle proprie, modelli diversi: figli di una coppia regolarmente sposata, che poi divorzia, riformandosi altrove con altri figli e nuovi legami, poi in età adulta single, poi conviventi, anche più di una volta, poi sposati, con o senza figli, poi separati, di nuovo single, risposati…

Di fronte a un tale mutamento, che al contrario di quel che molti credono non è affatto recente, viene da lontano, ed è una tendenza lunga e irreversibile di società a loro volta plurali, è cieco e sordo – o, per stare in metafore familiari, sterile e infecondo – il silenzio e il ritardo della politica nell’estendere, come si è fatto con i figli, i diritti degli uomini e delle donne, qualche volta anche padri e madri, che vivono al di fuori del matrimonio. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano, di relativizzare alcunché, tanto meno di demolire la famiglia detta tradizionale. Si tratta di garantire dei diritti fondamentali di dignità alla libera scelta di sempre più persone; e nello stesso tempo – questa sarebbe la scommessa che dovrebbero giocare i sostenitori del modello familiare classico – di sostenere davvero, con politiche attive, la famiglia come risorsa sociale irrinunciabile di creazione di società, come strumento fondamentale della sua riproduzione.

Se in questo Paese la famiglia, invece di essere lo strumento retorico di un repertorio ideologico da agitare senza affrontarne davvero i problemi, fosse considerata sul serio una risorsa, diremmo sì ai diritti delle coppie di fatto e sì a politiche attive a sostegno delle famiglie. E su questi temi troveremmo un’inedita unità tra sostenitori dei diritti di tutti – la maggioranza, anche in campo cattolico, a dispetto delle posizioni ecclesiali e della politica che in esse si riconosce senza crederci – e sostenitori della famiglia come bene comune.

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