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Il partito dei cattolici?

Il mondo cattolico è in fermento, pare. Il tormentone politico dell’estate, nella scarsità di notizie del ferragosto, sembra ruotare intorno al seguente interrogativo: ci sarà un nuovo partito dei cattolici? Ed effettivamente c’è un nuovo e positivo interrogarsi sul ruolo che possono avere i cattolici nel rinnovamento della politica e nella trasformazione della società. Qualche distinguo tuttavia è d’obbligo.

Intanto, il mondo cattolico come tale non è affatto coinvolto da questa discussione: come il resto del paese, è anch’esso a riposarsi sulle spiagge, o annichilito dalla crisi, con ben altro a cui pensare. Lo è, invece, la piccola parte di cattolici impegnati in politica. Per essere più precisi, la parte a sua volta minoritaria di cattolici impegnati in politica che pensa si possa fare politica solo all’interno di un partito cattolico: una minoranza della minoranza. Detto questo, proviamo a rispondere all’interrogativo iniziale. Certo, ci sarà un nuovo partito cattolico. Perché l’etichetta ‘cattolico’ vale pur sempre almeno il 5-6% dei voti. Questo da sola, a prescindere dal nome del leader, dal valore della squadra, e dal contenuto di programma: con qualche innesto di qualità, magari dal mondo laico detto moderato, può rappresentare anche il 10 o il 12%, o forse più. Poca cosa, rispetto ai fasti del passato, quando veleggiava ben al di sopra del 30%, ma abbastanza per sollecitare legittime ambizioni e meno legittimi appetiti. Tuttavia il nuovo partito in via di costruzione non sarà la soluzione ai mali del mondo politico italiano che qualcuno auspica. Per molte ragioni. Perché sarà un partito tra i tanti. Perché non sarà il perno di una futura coalizione, ma al massimo un suo gregario. Perché non sarà contenutisticamente trainante, tranne per i riferimenti a valori considerati non negoziabili dall’episcopato ma che, con la crisi, appaiono enormemente invecchiati nella loro capacità seduttiva: l’elettorato ha altro cui pensare, e peraltro anche quello cattolico li negozia eccome. Perché i nomi che circolano come suoi potenziali leader, a parte qualche ministro tecnico dell’attuale governo, sono tutti residuati bellici non solo della Seconda, ma della Prima repubblica: tutto configurando tranne che un segnale di rinnovamento del quadro politico. Perché infine le benedizioni della conferenza episcopale già pervenute, ancora prima di saperne composizione e programmi, fanno pensare a un’operazione verticista e clericale più che cattolica (da don Sturzo a de Gasperi, sono lontani i tempi in cui cattolico non voleva dire necessariamente clericale, e poteva significare porsi in contrasto perfino con il pontefice. Oggi, al contrario, in parlamento e in politica il tasso di clericalismo sembra essere inversamente proporzionale alla fede. E la logica di scambio – consenso su alcuni valori contro indicazione di voto – risulta ormai indigesta alla maggior parte dei cattolici, e sempre meno efficace nell’orientare davvero il voto, dato che ormai gli elettori, anche cattolici, decidono da soli). L’ambiguità più forte del progetto sta tuttavia nell’essere pensata più come un’operazione di schieramento e di ricollocazione di alcuni cattolici, che di contenuti e di riforma della politica. Dimenticando che il grosso dei cattolici che fa politica, già da tempo ha scelto di farla nei partiti esistenti, o nella nuova politica che nasce dal basso, dalle liste civiche ai movimenti anti-sistema (ne troviamo ovunque, dagli ambientalisti ai referendari ai grillini). Un’operazione fuori tempo massimo, dunque, che rischia di deludere i fermenti positivi di un mondo cattolico stanco di essere malamente rappresentato, in politica, da tutti, ma in primo luogo da coloro che ad esso fanno verbalmente riferimento, facendo scempio dei suoi valori di fondo. Si farà dunque il partito cattolico. Forse se ne farà anche più di uno: i potenziali promotori non mancano, e anzi la concorrenza interna si sta facendo serrata. E nel 2013 avremo dunque uno o due simboli in più sulla scheda. Ma niente di veramente nuovo sotto il sole. Con il rischio che i cattolici con etichetta a denominazione d’origine controllata, sostenuti dalla conferenza episcopale, si dimostrino parte del problema, e non della soluzione, se la soluzione è un radicale cambio di passo e di mentalità della politica italiana. Forse tornare a una riflessione sul ruolo del sale della terra e del lievito nella farina potrebbe aiutare a porre la discussione su binari più propri allo spirito evangelico: anche in politica.

Allievi S. (2012),
Il partito cattolico? Una svolta che sa di vecchio
, in “Il Piccolo”, 14 agosto 2012, p.1 (anche “Messaggero veneto”, Il rebus del partito cattolico e “Gazzetta di Reggio”, La ‘cosa’ dalla parte cattolica , 15 agosto 2012).



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