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A cosa serve la ‘nuova’ UDC? Le inutili etichette di Casini

Nei giorni scorsi si è riunito alla festa dell’UDC un pezzo significativo di ceto politico detto moderato: proponendo una serie di tratti equivoci che vale la pena approfondire.

Il primo è il rilancio sul nome del partito. Non si sa ancora il nome definitivo, ma si sa che conterrà la parola ‘Italia’. Non solo non originalissima: ma trasparentemente pensata in maniera un po’ furbesca (del resto, il soprannome di Casini è Pierfurby) per rubare qualche voto a qualche cittadino sprovveduto che crederà di votare la vecchia Forza Italia di Berlusconi.

Il secondo equivoco, che assomiglia molto a un autogol, è sui nomi. Può seriamente parlare di futuro, non diciamo di rinnovamento, e promuovere nuove – almeno nominalmente nuove – forze politiche, un uomo politico, come Casini, che, pur facendo la tara sull’aria giovanile, è in Parlamento da oltre 29 anni e ha collezionato un’impressionante serie di cariche, tra cui quella di presidente della Camera? Senza contare che lo attorniava un’accolita persino imbarazzante di persone provenienti da ovunque, e disposte a qualunque cosa pur di rimanere dove sono oggi: in parlamento. Tanto per non far nomi: Beppe Pisanu, recordman di permanenza in poltrona (38 anni e rotti), Giorgio La Malfa, figlio d’arte in politica, il cui debutto da onorevole risale al 1972 ed è passato per svariate alleanze e collocazioni, Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera e come Casini in sella da 29 anni, per non parlare dei giovani Cirino Pomicino, De Mita e molti altri.

Certo, ci sono i nuovi innesti, che tuttavia per ora hanno alluso solo a una sorta di appoggio esterno. Da Emma Marcegaglia, ex-presidente di Confindustria, improvvidamente definita dal giovane Buttiglione “il nostro Monti femmina”, senza nemmeno essersi accorto di aver fatto l’ennesima gaffe maschilista, fino al possibile Corrado Passera, innesto tecnico certo di pregio ma ancora poco esplicito sulla sua collocazione futura.

Ma il vero equivoco sta nel progetto e nel programma. Il progetto si limita per ora all’affermazione che “dopo Monti per noi c’è solo Monti”. L’immediata smentita dell’interessato dà l’idea che non si siano nemmeno premurati di avvisarlo, e che comunque il progetto non potrà nemmeno partire. Ma la trovata non è un granché anche perché, oltre a mostrare un certa idea di irrilevanza del voto prossimo venturo, e quindi della volontà dei cittadini, affida ogni strategia e contenuto a qualcuno di esterno al partito. Dando l’impressione, che assomiglia a un dato di fatto, che in effetti di strategia il partito e il suo leader abbia solo quella della propria sopravvivenza. E il programma, semplicemente, non c’è: al di là del desiderio di rappresentare ancora il voto cattolico moderato con la benedizione, se possibile, della Conferenza Episcopale.

Certo, può esserci qualcosa di più, e di meglio. Molto dipenderà dalle scelte di altri soggetti liberali e vagamente collocabili al centro, come Italia Futura di Montezemolo (che tuttavia, dalle prime reazioni, non sembra avere in particolare simpatia il progetto di Casini) e alcuni gruppi dell’associazionismo cattolico, di provenienza non parlamentare: che paiono interessati, decisi anche a un rinnovato impegno e visibilità dei cattolici in politica, ma la cui forza dipenderà dalla capacità di trasformare davvero il contenitore e rinnovare il contenuto e i suoi rappresentanti, impresa che con queste premesse appare ardua.

Quello che inquieta l’osservatore, e il cittadino, in tutto ciò, è la morale che se ne può trarre: che nonostante tutto quello che è accaduto il ceto politico dirigente di questo paese non si è ancora accorto che i tempi sono cambiati, che non si può più fare la politica, fatto solo di etichette e di annunci, di sempre. E la sensazione agghiacciante che, se ci provano, vuol dire che pensano ancora una volta di riuscirci.

Le inutili etichette di Casini, in “Messaggero Veneto”, 13 settembre 2012, p.1

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