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Alle radici d’una ferocia banale. Sul delitto di Lignano

Oggi è persino facile ragionare sul profilo degli assassini dei coniugi Burgato. Sull’unica rea confessa, per ora, la cubana Lisandra Aguila Rico, e sul complice, il fratello Reiver. E c’entra poco la provenienza etnica, o il fatto di essere immigrati.
C’entra soprattutto altro, che non è l’immigrazione, e che assomiglia dannatamente alla nostra vita quotidiana. Basta dare un’occhiata non superficiale al profilo facebook di Lisandra. Che fa persino tenerezza, nella lunga serie di stereotipi che riesce a collezionare. Il corpo formoso e il seno prorompente bene in vista. I ‘mi piace’ dedicati a due marchi del lusso più glamour: Gucci e Roberto Cavalli, maestro in eccessi. Le fotografie di machos in locali notturni, o davanti a un Hummer giallo posteggiato da chissà chi, i body leopardati, gli occhiali scuri da diva, cantanti, attori, auto e moto da corsa, scarpe di lusso e altri oggetti del desiderio. I caricamenti dal cellulare: locali, bibite, bottiglie di liquore, feste, coppe di gelato. Gli autoscatti davanti allo specchio, con tanto di flash, da adolescente, con mossette, pose sexy, vestiti provocanti, tatuaggi. L’immaginario televisivo o da rivista voyeuristica sui vip. E il gioco innocuo su facebook, che tanti provano a fare: “A quale celebrità assomigli?” Con l’esito delle foto affiancate e il risultato del tutto implausibile: l’attrice spagnola Blanca Suarez, al 75%, le cui foto senza veli rinviano invece a una inequivocabile e impietosa dissomiglianza.
Un narcisismo ossessivo e infantile, che è proprio di tanti. E quella filosofia da ‘vorrei ma non posso’ che mette l’accento solo sul ‘vorrei’, inseguendo un sogno diffuso: sperando di realizzarlo, prima o poi, e cercando l’occasione per farlo. Che per alcuni è il matrimonio giusto, il colpo di fortuna, il biglietto della lotteria, la speranza della slot machine. E per altri, magari, la scorciatoia facile: i conti della ditta che non tornano, la truffa alla buona, la bustina venduta all’inizio solo agli amici, lo scippo all’anziano fresco di pensione, il furto all’apparenza semplice – che qualche volta non va come dovrebbe, e finisce in tragedia. Ma con la normalità familiare della foto della nipotina neonata a campeggiare sul profilo (e, oggi, i commenti dei visitatori, come segno dei tempi).
Sarebbe facile, ma non è facile per niente, generalizzare, magari sui nostri miti o falsi miti: che oggi condanniamo per tornarli a venerare da domani. Perché poi dietro a ogni categoria c’è una storia personale, un individuo singolo, che può scegliere, e lo fa.
Forse possiamo spendere qualche altro ragionamento, per cercare di capire, nella misura in cui capire si può: perché poi, di fronte a un delitto efferato e al tempo stesso banale, si entra in un terreno dove non è facile orientarsi con lucidità.
Un’ipotesi, intanto: sulle disuguaglianze globali, sulle differenze nel reddito pro-capite dei vari paesi. Che c’entra. Perché difficilmente, se fosse andata bene, gli assassini sarebbero rimasti a Lignano. Con un bottino che per noi non è una fortuna, a Cuba o altrove avrebbero potuto vivere bene e illudersi di ricominciare (anche se poi, a giudicare dalle aspirazioni di consumo, difficilmente ce l’avrebbero fatta, e ci sarebbero ricaduti). E’ quello che fanno sempre più nostri concittadini: dai parvenus con stipendi impiegatizi che vivono da ricchi ai Caraibi, in Kenya o in Thailandia, con soldi non sempre malguadagnati (quanti di noi, del resto, lucrano questo differenziale in occasione delle loro vacanze esotiche?), ai pensionati che solo altrove hanno speranza di farcela con i loro magri vitalizi. Un fenomeno globale, sempre più ordinario, su cui vale la pena riflettere.
A cui aggiungerne un altro. Quello dello sradicamento sempre più diffuso, dovuto alla mobilità frequente, alla perdita di radici. Che è positivo, ma ha qualche spiacevole effetto collaterale; ci regala opportunità, ma anche problemi. Nella nostra società siamo sempre più spesso stranieri: e autoctoni solo nei consumi, uguali dappertutto. Non occorre neanche migrare da un paese all’altro. Basta una migrazione interna, un trasferimento per studio o lavoro in un’altra città, talvolta un banale trasloco, o un divorzio, e ci ritroviamo in un altro mondo, stranieri, senza storia condivisa con chi sta intorno a noi, senza lealtà obbligate, senza legami, senza doveri, quasi. Abbiamo costruito, o ci siamo ritrovati intorno, una società cosiffatta, ne abbiamo goduti i vantaggi e le libertà: non abbiamo ancora imparato a costruire delle contromisure, dei luoghi e delle modalità diverse di integrazione, parola che facciamo ancora l’errore di applicare ai soli stranieri. E la realtà, qualche volta, ci presenta il conto, a modo suo.

Alle radici d’una ferocia banale, in “Il Piccolo”, 19 settembre 2012, p.1 (anche “Messaggero Veneto”)

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