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Dopo Monti, Monti? No, grazie

Il governo tecnico è stata una necessità: non può diventare un destino. Specie se non è eletto.
In questo senso è stata una pesante caduta di stile la scelta di Monti di offrire, con la vetrina di una platea internazionale, la propria disponibilità a rimanere al governo anche dopo le elezioni. Ma di non sottoporsi al vaglio elettorale. Peccato: avevamo apprezzato l’understatement che lo aveva caratterizzato fino ad ora su questo tema, e avevamo considerato un segno di stile prezioso aver sempre detto che non si sarebbe ricandidato alla guida del governo. Ora eccolo lì, ‘disponibile’: come i peggiori cacicchi della prima e della seconda repubblica, come i tanti deretani di bronzo che non riusciamo a far schiodare dalla sedia.
No, grazie. Per questioni di principio fondamentali. Quando questa parentesi sarà finita, il paese ricorderà Monti come un salvatore della patria, come una di quelle ‘riserve della Repubblica’ che sono state così preziose nella storia italiana, prestando i propri civil servants migliori alla politica. E aiutando una politica incapace di azione, prima ancora che di riforma, a fare quello che avrebbe dovuto fare. Grazie, quindi, Monti. Grazie governo tecnico.
Ma ora basta. La supponenza tecnocratica rischia di andare oltre un limite sopportabile a una qualsivoglia dinamica politica. Deve crescere una politica nuova, altra, diversa: e sta crescendo, nonostante tutto. E dobbiamo liberarci di tutta la vecchia politica, che ci ha portato al disastro attuale. Ora, mentre il governo Monti ha rappresentato una benvenuta discontinuità, la sua reiterazione anche dopo nuove e democratiche elezioni (purché lo siano davvero, purché si consenta ai cittadini di scegliere) sarebbe una jattura e un freno, proprio per i processi di modernizzazione del paese che il governo Monti ha cercato di introdurre, o avrebbe dovuto farlo, o avrebbe voluto, o comunque era chiamato a promuovere. Perché dietro di esso, sotto ad esso, mimetizzati da esso, ci sono e ci saranno i peggiori continuisti della storia repubblicana: quelli che, come al solito, vogliono cambiare qualcosina perché niente cambi sostanzialmente; quelli, soprattutto, che vogliono continuare ad esserci, a qualunque costo.
Ebbene, no. Abbiamo bisogno di una nuova classe politica e di un nuovo ceto dirigente, anche fuori dalla politica. Con facce, idee, azioni nuove. Non può la politica, nemmeno in un paese gerontocratico come il nostro, essere guidata da un ceto dirigente over seventy.
Grazie, presidente Monti, senatore a vita. Cercheremo di utilizzarla al meglio, in futuro. Ma, per favore, non si autocandidi, come un Berlusconi, un D’Alema o un Casini qualsiasi. Abbiamo già dato, con quelli come loro.

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