stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Il suicidio non assistito di un ceto dirigente. Piccola fenomenologia di Rosy Bindi

Ho assistito alla chiacchierata di Rosy Bindi all’inaugurazione della Festa Democratica di Padova. Ricordo l’enfasi di un dirigente, preannunciandola su facebook: “La Festa Democratica parte con il botto”. Già…

Le modalità, innanzitutto: quelle da chiacchierata, appunto. Sì, certo, lo so che è il format classico. E quindi niente di personale: fanno tutti, ma proprio tutti, così. Ma mentre parlava, dopo decenni di cariche politiche, riuscendo ancora a usare espressioni come “vorrei aprire un dibattito…”, e “bisogna aprire una discussione…”, con apparente convinzione, non riuscivo a non domandarmi, guardandola – come guardando tutti gli altri che fanno la stessa cosa in simili frangenti: ma ci crede davvero? c’è o ci fa? E mi dico che quella politica lì, davvero, non la sopporto più: per questioni estetiche prima ancora che etiche, e di senso della vita prima ancora che politiche. E che, davvero, per fare politica così, bisogna proprio esserne convinti. O essere indifferenti al suo contenuto.

Già, il contenuto. Ovvio, dice cose condivisibili, e altre meno. Ma è il modo che mi colpisce. Per dire, uno degli applausi più convinti l’ha ottenuto dicendo: “cominciando dalle cose fattibili: ma vogliamo parlare dell’abolizione delle regioni a statuto speciale o no?”. E, certo, così dicendo ci si prende l’applauso: almeno nelle regioni non a statuto speciale. Poi uno, uno come me, ci pensa su, si volta verso il dirigente che ha a fianco, e chiede, sapendo già la risposta: “ma il PD ha mai presentato un progetto di legge in tal senso? E la Bindi ci si è mai impegnata?”. E allora di cosa stiamo parlando? Che senso ha dirlo? Di più: che senso ha fare ancora politica così? Chiacchiere, parole in libertà, promesse…

Perché tanti, davvero tanti, non ne possono più, di questo modo di fare politica. E vorrebbero chiarezza, concretezza, cose vere, parole oneste, non ‘petites phrases’, come le chiama Milan Kundera: quelle piccole frasi buttate là non perché dicano qualcosa, o servano a nulla, ma semplicemente per attirare l’attenzione dei giornalisti, o guadagnarsi il sorriso, l’applauso facile, insomma il consenso a buon mercato dell’ascoltatore, o dello spettatore, perché di questo si tratta, alla fine, e da spettatori acritici si è trattati. “Un bell’applauso…”
Infine, la ciliegina. Parlando con i giornalisti, che ovviamente fanno il loro mestiere e chiedono di Renzi, risponde, testuale: “Io a Renzi non riconosco la statura dello sfidante”. In questo mostrando tutta la spocchia di un ceto dirigente che, così facendo, si avvicina a grandi passi al proprio suicidio politico, senza accorgersene.

Perché non può, proprio non può, il presidente di un partito, non riconoscere lo statuto di sfidante a un membro del medesimo partito che si appresta a rivendicarne la leadership, e la leadership del Paese. Non può. E’ l’abc della correttezza politica, e dell’interpretazione del proprio ruolo. Renzi può legittimamente stare antipatico, può essere a sua volta accusato di arroganza, può essere percepito come una minaccia, si può essere in totale disaccordo con lui, ma sta facendo una legittima battaglia politica all’interno del partito di cui Bindi è presidente e quindi garante. Lo dico: non me ne frega niente di Renzi, in questo frangente. Ma un ceto dirigente che si comporta in questo modo si squalifica da solo. E’ l’emblema di un modo di fare politica, di uno stile politico, che oggi sempre più elettori, iscritti, militanti, non accettano proprio più.

Certo, Renzi è arrogante di suo, e ha cominciato lui. Non c’è dubbio: del resto è lui lo sfidante. E sull’attacco al gruppo dirigente ci marcia, ne ha fatto un punto centrale – forse troppo centrale – della sua battaglia politica. Mettiamola così: Renzi e Bindi, in quanto arroganza, pari sono. Ma Renzi è appunto uno sfidante, Bindi il presidente del partito. Si dimetta da presidente, e potrà dire quello che vuole. Ma il presidente è un garante, o dovrebbe esserlo. Può esprimere le sue simpatie e antipatie, non viviamo sulla luna, ma non disprezzare ostentatamente il suo avversario al punto da non considerarlo nemmeno all’altezza di essere tale. Perché è il presidente anche di quegli iscritti del PD, tanti o pochi non importa, che sosterranno Renzi, e sono critici rispetto all’attuale conduzione del PD. Un militante, o anche un dirigente di opposta collocazione, può reagire in maniera scomposta e stizzita: c’è spazio per tutte le opinioni. Il garante di tutti gli iscritti e di tutte le posizioni no.

Per come stanno le cose, sintetizzerei così: arroganza da tentato assalto al potere (c’è sempre una certa presupponenza anche solo nel volerlo fare, del resto, anche a prescindere dai modi) contro arroganza di chi ci è seduto sopra, forse da troppo tempo. Renzi, questo assetto di potere costituito, lo mette in discussione: duramente, e pure maleducatamente. Bindi, che lo incarna, da Renzi ha quindi qualcosa da temere. E allora, minacciata, attacca: ma da una posizione di potere. Non sono, in questo, sullo stesso piano. E, voglio dire, anche se è una comparazione che rattrista, e vorremmo parlare d’altro: dati i diversi ruoli e il diverso potere, nemmeno gli insulti pesano allo stesso modo. Altrimenti, dove sta la diversità e il senso di responsabilità di chi nei ruoli di responsabilità ci è stato messo?

Lo dico. Non ho niente contro Rosy Bindi. Anche se, ultimamente, alcune sue uscite in difesa dei privilegi della casta cui appartiene le ho trovate veramente intempestive, personalmente fastidiose, e del tutto fuori tempo massimo: e, aggiungo, suicide, e pure gravemente dannose per l’immagine del partito che presiede (che, dopo tutto, è anche il mio, e ne pago il prezzo pro quota). Come non si fosse accorta che è cambiata un’epoca, che siamo alla fine di una pagina di storia della Repubblica per molti versi ingloriosa, di cui lei, come molti altri, anche se meglio di tanti altri, è stata una protagonista di rilievo. E poi, lo so, Rosy Bindi è stata una specie di eroina, proprio qui in Veneto, qui a Padova, quando ha azzerato il ceto dirigente di allora. E’ un merito storico che nessuno le toglierà. Ma è storia, appunto.
Oggi molte persone, molti elettori del centrosinistra, molti iscritti del PD – mica solo Renzi, che in questo senso è solo l’ultimo arrivato – considerano che il progetto, per come è incarnato da alcune facce ormai troppo viste, e quindi logore (e in un certo senso per il solo fatto di essere incarnato da quelle facce: che ne hanno già incarnati troppi, di progetti, in passato), perda di credibilità e di consenso. Non è solo un’opinione, ma un dato di fatto: calano gli iscritti, e calano pure i voti, a testimoniarlo.

Non è arrogante o demagogico, l’argomento delle facce, anche se a chi le incarna non sembra raffinatamente politico. Del resto non è nuovo, e ciclicamente ritorna. “I candidati devono essere facce nuove e credibili, devono essere in grado di essere eletti e di contendersi i voti con gli altri partiti”. Renzi 2012? No: Rosy Bindi 1993, Abano, Atti del congresso costitutivo del Partito Popolare veneto. Non è arrogante, è solo naturale, che a vent’anni di distanza qualcuno usi contro di lei i medesimi argomenti: probabilmente con qualche ragione, dopo che è passato un lasso di tempo lungo quanto il fascismo (con cui non faccio paragoni: solo per dire che è un’intera epoca storica), in cui lei, e altri con lei, è stata ceto dirigente.

Ma non mi aspetto che un gruppo dirigente che ha cambiato tutte le pelli, tutti i simboli e tutte le etichette, ma le poltrone se le è solo scambiate a rotazione – in questo, purtroppo, ha ragione Renzi, che peraltro dice quello che moltissimi altri pensano e dicono (si ascoltassero le battute nelle riunioni del PD, ogni tanto – che, peraltro, spesso vengono dai militanti più anziani, quelli che ne hanno viste di più – quanto si imparerebbe sul comune sentire del partito…) – possa accettare serenamente di discutere di questo: ne va della loro stessa ragion d’essere, e del loro concretissimo potere.

No, loro andranno avanti così: a testa bassa, in totale e persino inconsapevole arroganza, a difendere lo status quo, perché lo status quo sono loro. Rosy Bindi, in questo senso è un caso tra gli altri – da manuale, ma tra gli altri – uno stimolo occasionale (per dire, avessi ascoltato D’Alema, avrei avuto la stessa identica reazione: solo con un po’ di prurito in più…). E’ un esempio tra i molti di suicidio di una classe dirigente. Non assistito: perché purtroppo non chiedono aiuto. Solo che di mezzo c’è anche un omicidio: quello dell’Italia, quello del nostro futuro.




3 risposte a Il suicidio non assistito di un ceto dirigente. Piccola fenomenologia di Rosy Bindi

  • Cecep scrive:

    Se c’era Renzi ha la stessa foezztnada del se mi avessero lasciato governare berlusconiano. L’unica stima vagamente plausibile e8 che, casomai, il PD avrebbe preso di meno. Anche perche9 viceversa, al netto di una possibile maggiore attrattivite0 (ma nei confronti di chi? Montiani? Pidiellini?), cif2 significherebbe che i renziani non abbiano compattamente votato ne9 sostenuto Bersani, mentre dubito fortemente che i voti dei bersaniani si sarebbero dispersi. Per cui la tua tesi e8 pif9 probabilmente falsa che vera.

  • John scrive:

    A parte l’evidente ironia del post, mi pare una mezza ovevite0 che una parte di quanti han votato Renzi alle primarie non abbia poi votato PD alle politiche. Non sto sindacando se questa sia una cosa buona o cattiva , o se sia una buona cosa che una singola persona (sia questa Renzi, o Berlusconi, o Grillo) catalizzi su di se9 e poi traduca in eletti molti pif9 voti di quelli che prenderebbe la sua coalizione, o la sua idea/identite0 politica. Mi par di poter dire che oramai e8 cosec. Dunque, al netto del fatto evidente che coi se non si fa la storia, e8 probabile che con Renzi candidato il PD avrebbe raccolto pif9 voti. Per poi usarli alla PD, e non alla Renzi, e questa mi pare una probabile (buona, secondo me) differenza tra il PD e il PDL e il m5*.

  • Sergio Frigo scrive:

    Sarà interessante – se dovesse vincere Renzi – vedere la Bindi e D’Alema sostenere davanti agli elettori che egli ha la statura non dello sfidante, ma dello statista…

Leave a Comment