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La lezione di Zanardi all’Italia

La fotografia – bellissima – di Alex Zanardi che solleva la sua handbike in segno di vittoria, resterà tra le icone più significative di questi anni. E uno dei pochi segni di speranza di questo momento di crisi economica e di depressione sociale e civile.

Non sto esagerando. Noi, anche sulla stampa, tendiamo a prestare attenzione soprattutto alle lotte di potere tra leader politici, alle questioni economiche, alle guerre: ma questo è ciò che emerge alla superficie. Paragonandola al mare, lo storico Braudel chiamava la storia delle battaglie, e delle dinastie in lotta, la schiuma dei giorni; mentre i cambiamenti più importanti avvengono nelle correnti più profonde (la storia dei prodotti agricoli, delle migrazioni, o dei cambiamenti climatici, secondo il livello di profondità). Bene: nella nostra società, certo, c’è la crisi economica, le elezioni in arrivo, le beghe di potere; ma ci sono anche cambiamenti lunghi, in corso, che percepiamo meno. Le paralimpiadi ce ne mostrano uno, assai significativo, e per una volta positivo.

Mai come oggi le paralimpiadi hanno avuto uno strepitoso successo di pubblico: merito di un paese di antica civiltà, come la Gran Bretagna, e di una cultura, quella anglosassone, storicamente molto sensibile ai diritti dei portatori di handicap, e alla loro autonomia. Ma anche un segno dei tempi: ne sono un esempio le foto dei vincitori fatte girare in rete e su facebook, anche da parte di persone da cui proprio non ce l’aspetteremmo. Oggi ci interessano di più queste storie individuali di coraggio personale, di lotta contro le difficoltà fisiche, perché sentiamo che ci riguardano: perché sono una metafora molto efficace, e immediatamente comprensibile per chiunque, della lotta quotidiana di tutti noi contro le difficoltà del vivere, da quelle economiche a quelle familiari. E perché a tutti potrebbe capitare di trovarsi improvvisamente in difficoltà simili, dopo una malattia o un incidente: e anche questa è una metafora significativa della crisi che ha improvvisamente cancellato la nostra presunzione di eterno sviluppo e di infinito progresso. Mentre ci riguardano meno, ci sono più lontane, le imprese di troppi supermacho o wonder woman, pompati e dopati, strapagati e anche troppo coccolati (significativa la reazione popolare alla superbia mostrata dalla Pellegrini dopo la sua sconfitta, che le è stata giustamente perdonata assai meno della sconfitta stessa): che fanno magari record stellari, ma ci sembrano, e sono, disumanizzati, tanto che ci stupiamo quando fanno cose normali, come ridere o amare, e glielo iscriviamo a merito con un commento significativo – in fondo è uno come noi…

Certo, c’è anche un po’ di political correctness, in questo, e di pietismo: ma è comprensibile, e suona quasi snob stigmatizzarlo. Certo, è vero: i portatori di handicap saranno veramente parte integrante della società solo quando discuteremo i loro record alla stessa stregua dei normodotati, disquisendo di preparazione atletica e di allenamenti. Ma intanto Alex Zanardi solleva la sua bici sulle prime pagine di tutti i giornali, e gli altri e le altre che abbiamo visto in questi giorni ci hanno fatto commuovere e sperare. Non possiamo non accorgerci che è un progresso di civiltà, di quelli veri. Soprattutto per un paese, come il nostro, che è sì fatto di persone di cuore – come delicatamente ha dichiarato Annalisa Minetti, dimenticata vincitrice di Sanremo che abbiamo riscoperto in questi giorni come campionessa di atletica – ma che è incapace di affrontare, sostenere e tutelare i portatori di handicap e le loro famiglie, ponendosi su questo piano, in termini di diritti, di attenzione e di risorse, a un livello di civiltà assai lontano da quello della media europea e anglosassone: a occhio e croce mezzo secolo indietro.

9 settembre 2012 (editoriale, “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”)

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