stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Libertà di stampa e democrazia (a proposito dei giornalisti arrestati a Cuba. E d’altro)

L’informazione alimenta la libertà, in “Messaggero Veneto”, 30 settembre 2012, p.1

“Un giornale è un testimone, non soltanto un raccattatoio di notizie”, diceva lo scrittore e giornalista Guido Morselli. La vicenda dell’arresto di quattro giornalisti italiani, tra cui l’inviato del Messaggero Veneto Domenico Pecile, a seguito del loro lavoro di testimoni dell’omicidio di Lignano, e di inchiesta su di esso, mostra che non sempre quello del testimone è un mestiere agevole.
I quattro reporter avevano appena intervistato Reiver, il fratello di Lisandra, rea confessa complice dell’omicidio dei coniugi Burgato, in quel di Cuba. Un paradiso esotico, certo, ma anche un paese tuttora chiuso, dittatoriale al suo interno, lontano dagli standard della democrazia occidentale, per non dire da quelli della libera stampa e del dissenso politico e intellettuale.
Ma l’arresto dei quattro, anche se poi rilasciati dopo qualche ora di interrogatorio (non prima tuttavia di aver cancellato le tracce del loro lavoro, ripulendo le schede di memoria delle macchine fotografiche e delle cineprese, e sequestrando i cellulari), sorprende. Anche perché non stavano indagando sui punti deboli di ogni regime totalitario – il dissenso politico o le inchieste sul funzionamento reale del paese, sulla sua povertà e le sue iniquità, magari sui suoi intellettuali e giornalisti in galera – ma su un fatto di cronaca nera, accaduto per giunta in un altro paese, nella lontana Italia.
Segno che il libero giornalismo, di per sé, da fastidio, laddove non si è abituati a goderne i vantaggi in termini di democrazia, e anche qualche svantaggio connesso, in termini di invadenza – delle notizie, prima ancora che dei giornalisti – e di privacy, magari. Segno che, laddove giornalismo vero non si può fare all’interno, non lo si vuol lasciar fare neanche a chi viene dall’esterno: non si sa mai che il cattivo esempio dilaghi…
Ecco, val la pena di rifletterci, anche per noi: così abituati alla libertà del giornalismo, come alla libertà in quanto tale, da non essere più capaci di riconoscerne il valore, e nemmeno i limiti. Da non esser più capaci di riconoscere quanto è prezioso e spesso costoso l’esercizio di questa libertà: al punto da passare troppo sotto silenzio e dimenticare troppo in fretta i molti giornalisti che altrove pagano con la vita l’applicazione di un diritto esercitato anche in nome nostro (si pensi ai coraggiosi giornalisti di denuncia di paesi meno liberi dei nostri, ma anche ai nostri inviati di guerra – ultimi, i numerosi giornalisti uccisi nelle rivolte in Siria di questi mesi – per i quali la testimonianza finisce per avere il significato etimologico di martirio, parola che applichiamo a torto solo per chi muore in nome della propria fede). E da non esser più capaci, qualche volta, di distinguere il buono dal cattivo giornalismo, la libertà d’opinione dal diritto alla diffamazione, la denuncia degli scandali dalla creazione dei medesimi, lo scoperchiamento delle cloache dalla messa in opera delle macchine del fango, che le cloache le ingorgano.
Questo segnale da altrove ci può essere di monito anche in questo. Nel considerare davvero sacro il diritto-dovere di informare liberamente, senza pagarne costi aggiuntivi – giudiziari, magari – quando si scrive, quando si denuncia e quando si manifestano opinioni (tutte le opinioni, non solo quelle più vicine alle nostre: il diritto diventa abito mentale vero solo quando ci impegniamo a tutelare quelle altrui). E nell’imparare che, come tutti i diritti e tutte le libertà, esso ha dei limiti nel diritto e nella libertà altrui: e non può quindi essere usato per accusare altri senza fondamento e per raccontare il falso (perché diventa un’arma impropria, non meno pericolosa di altre: e va in questo caso sanzionata, anche se magari solo con la giustizia civile e il risarcimento dei danni, come dovrebbe essere in una democrazia avanzata).

Leave a Comment