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Primarie, pasticciaccio nel PD

in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Messaggero Veneto”, “Corriere delle Alpi”, 5 ottobre 2012, p.1

Il Partito Democratico sta per discutere delle regole delle primarie. Tardi: con la concreta possibilità di produrre regole non condivise quando ormai la partita è in corso. Il rischio di rissa tra tifoserie contrapposte è alto. Ed è un peccato. Perché si poteva fare altrimenti. Chi voleva le primarie, le regole le chiede dalla scorsa primavera: da prima che ci fossero le candidature. Come sarebbe stato giusto: non si inizia un campionato prima di conoscerne le regole del gioco. Ma le voci della ragionevolezza non sono state ascoltate. E così si arriva al pasticcio di oggi. Che ha molte ragioni.

La prima. Lo statuto del PD prevede che il candidato leader sia il segretario del partito, cioè Bersani. Quindi le primarie non avrebbero dovuto avere luogo. E’ stato lo stesso Bersani, con un atto di generosità politica, ma anche intercettando una domanda che veniva dalla base e da tutto il centrosinistra, a dire che si sarebbero svolte ugualmente. Sicuro di vincerle (il grosso dell’apparato è senza dubbio con lui), ma anche convinto che una grande legittimazione popolare prima delle elezioni sarebbe stata un traino formidabile per il risultato elettorale del centrosinistra.

La seconda. Si è fatto troppo tardi. Le candidature – per responsabilità e lentezza di un establishment in parte restio alle primarie, e timoroso di perderle – sono arrivate prima delle regole. E non poteva che essere così: non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di fare campagna elettorale, altrimenti. Oggi qualunque decisione venga presa, rischia di suonare come il tentativo di favorire l’uno o l’altro. E visto che la proposta di regole viene dall’apparato del partito, che sostiene Bersani, il sospetto che le regole servano per limitare il successo di Renzi sarà difficile da dissipare.

La terza, nel merito. Viene spontaneo chiedersi perché le regole usate per le precedenti primarie, che nessuno ha mai messo in discussione, oggi diventino improvvisamente sbagliate. E si senta il bisogno di restringere il campo della partecipazione, introducendo la registrazione degli elettori prima ancora del voto, ad esempio, come qualcuno vorrebbe. Non dovrebbe essere nell’interesse di tutti allargare al massimo il campo della partecipazione? Non è quello che dovrebbe fare chiunque vuole che la sua parte politica vinca: e, in particolare, chiunque voglia fare il premier? Perché è a questo che servono le primarie: a scegliere il candidato premier, non il prossimo segretario del PD, anche se qualcuno fa tuttora confusione.

Le primarie sono state uno dei pochissimi elementi di modernizzazione politica introdotti in un sistema altrimenti antiquato e antidemocratico. Non a caso intorno ad esse c’è un interesse forte anche da parte di elettori ancora incerti, o in passato di altre aree, o non schierati, o delusi. Perché, davvero – visto il rischio incombente che si voti ancora con il porcellum, reiterando l’infamia di un parlamento di nominati – le primarie rischiano di essere la sola vera possibilità di scelta dell’elettorato. Anche perché non ci sono solo quelle per il premier. Ci saranno anche quelle per scegliere i parlamentari: e potrebbero avere un impatto dirompente sui meccanismi di selezione delle leadership, rompendo con la cooptazione e la peggiocrazia italiana. Sono un’occasione per la democrazia italiana, non solo per il centrosinistra. Sarebbe un peccato che si sprecassero in diatribe tra gruppi dirigenti.

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