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Bersani e Renzi, tra Grillo e UDC

Bersani, Renzi, e le mosse di UDC e Grillo, in “Il Mattino”, 9 novembre 2012, p.1 (anche “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, e “Messaggero Veneto” Non a caso Grillo prende di mira Renzi)

Dall’affossamento della legge contro l’omofobia, al cambio in corsa sulla legge elettorale (entrambe votate insieme a PDL e Lega negli ultimi giorni), rischia di essere l’UDC il convitato di pietra delle primarie del centrosinistra. Perché il leader del PD, Bersani, con Casini ci vorrebbe costruire l’alleanza, e ci ha giocato il suo progetto politico, ricevendo in questo periodo uno schiaffo al giorno. Il suo principale rivale, Renzi, vorrebbe invece correre in proprio: allearsi con gli italiani, come sostiene.
La differenza tra la tradizionale politica delle alleanze di Bersani, e l’azzardo di Renzi, non potrebbe essere più netta. Anche perché guarda altrove, in realtà. A un’altra partita, e all’altro vero convitato di pietra, il più pesante elettoralmente: Grillo, e il possibile recupero dell’astensionismo e della protesta antipolitica.
Grillo, dopo la vittoria – clamorosa per chi non vuol vedere, ma per niente inattesa – alle elezioni siciliane, ha moltiplicato gli attacchi diretti a Renzi. E non è un caso.
Bersani, per Grillo, come concorrente e come bersaglio, sarebbe più facile. Perché è più assimilabile agli altri leader e al sistema partitocratico tutto intero (nel linguaggio grillesco, il PD non è altro che il PDL meno L). Perché è segretario di un partito che è stato di governo, e che sostiene il governo. E si porta dietro la quasi totalità dell’apparato di quel partito: la ‘ditta’, come la chiama Bersani stesso e come la vivono molti esponenti della sua nomenclatura (diverso il discorso sugli iscritti: che, a differenza dell’apparato, sono molto più divisi nelle loro intenzioni di voto). Bersani, insomma, anche a dispetto della sua persona, e al suo pragmatismo riformista, mostrato anche quando era al governo, nella logica del Movimento 5 stelle incarna la continuità, e il continuismo, più che la rottura e la discontinuità: un facile simbolo di ‘vecchio’, contro cui lottare, per uno come Grillo.
Con Renzi invece la partita di Grillo è più dura: per questo lo attacca in via privilegiata, per nome, non limitandosi ad assimilarlo alla casta. Perché Renzi, comunque lo si giudichi, esprime una discontinuità netta con il modo tradizionale di fare politica, e soprattutto con chi l’ha incarnata. Non a caso il suo slogan più popolare è quello sulla rottamazione. Che forse può spiacere ad alcuni, specie a chi si sente parte in causa, ma intercetta un sentimento diffuso: tanto da diventare popolare anche tra chi renziano non è, e al di fuori della politica. Tuttavia la critica di Renzi è interna al sistema politico: vuole rottamarne i metodi e gli esponenti di sempre, non la funzione. Interpreta un desiderio di cambiamento, mettendoci la faccia e giocandosi tutto, ma senza cadere nel ‘vaffa’ gratuito dell’antipolitica. E’ costruttiva, insomma, non distruttiva. Tanto che si esprime non al di fuori dei partiti tradizionali, ma all’interno del principale partito del paese: il Partito Democratico. In più Renzi è sindaco, amministratore: non uno che è contro chi governa, ma uno che governa.
Non solo. Renzi piace a un elettorato che interessa molto anche a Grillo: quello dei delusi della politica, e quello giovanile. Non a caso il PD ha fatto il possibile per tenere fuori questo elettorato dalla contesa, cambiando le regole delle primarie: introducendo la doppia registrazione per scoraggiare il voto, e impedendo ai sedicenni e diciassettenni di votare, diversamente da quanto avvenuto nelle precedenti primarie. Segno che il timore è forte, a dispetto della sufficienza con cui la sua candidatura viene vista dall’apparato: un timore che è una conferma della capacità attrattiva del sindaco di Firenze.
Renzi invece fa concorrenza a Grillo sul suo stesso terreno, persino nella forma, di cui Grillo è maestro: perché anche lui dice battute, anche lui fa sorridere, anche lui mostra in pubblico una notevole capacità seduttiva, anche lui è capace di non essere noioso, ma con qualche parolaccia e volgarità in meno, rispetto a Grillo. Inoltre Renzi è più giovane di Grillo: e in questo la concorrenza – l’immagine – è spietata. Renzi è più simile al profilo biografico dei candidati di Grillo di Grillo stesso. Infine, anche Renzi, come Grillo, non è facilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Ma lo fa non rifiutando la dicotomia, ma interpretando un diverso modo di scegliere una delle due parti. In maniera post-ideologica, se vogliamo: come è diventata una parte significativa della pubblica opinione. Renzi ha una visione da proporre, più che una appartenenza da rivendicare. Da qui le accuse nei suoi confronti, da parte di certa sinistra, di essere di destra (come se, di per sé, l’etichetta spiegasse qualcosa), e di cercarne i voti: come se la democrazia non consistesse in questo, e come se l’elettorato in fuga dalla politica – anche in direzione di Grillo – non fosse anche, in larga parte, un elettorato di centrosinistra. Accuse, queste, che Grillo si guarda bene dal riprendere. Perché gioca sullo stesso terreno.

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