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Grillo vs. Renzi

Il vero rivale di Grillo è il “rottamatore” Renzi, in “Il Piccolo”, 7 novembre 2011, p.1

Beppe Grillo è abituato ad attaccare la casta: tutta intera, senza distinzioni. Con Matteo Renzi, ultimamente, fa eccezione: lo attacca personalmente, direttamente. E c’è un motivo: che con la simpatia o antipatia c’entra poco, ma c’entra molto con l’interesse elettorale.
Renzi esprime una discontinuità netta con il modo tradizionale di fare politica, e soprattutto con chi l’ha incarnata. Non a caso il suo slogan più popolare è quello sulla rottamazione. Che forse può spiacere ad alcuni, specie a chi si sente parte in causa, ma intercetta un sentimento diffuso: tanto da diventare popolare anche tra chi renziano non è, e al di fuori della politica. Perché risponde a un bisogno fondamentale del paese, e ne descrive un problema cruciale. Tuttavia la critica di Renzi è interna al sistema politico: vuole rottamarne i simboli e i metodi, non le caratteristiche di fondo. E’ riformista, diremmo con un vocabolario tradizionale: interpreta un desiderio di cambiamento, e lo fa ad alta voce, mettendoci la faccia e giocandosi tutto, ma senza cadere nel ‘vaffa’ gratuito dell’antipolitica. E’ costruttiva, insomma, non distruttiva. Tanto che si esprime non al di fuori dei partiti tradizionali, ma all’interno del principale partito del paese, quello che tutti i sondaggi danno come vincente: il Partito Democratico. In più Renzi è sindaco, amministratore: non uno che è contro chi governa, ma uno che governa.
Non solo. Renzi piace a un elettorato che interessa molto anche a Grillo: quello dei delusi della politica, e quello giovanile. Non a caso il PD ha fatto il possibile per tenere fuori questo elettorato dalla contesa, cambiando le regole delle primarie: introducendo la doppia registrazione per scoraggiare il voto, e impedendo ai sedicenni e diciassettenni di votare, diversamente da quanto avvenuto nelle precedenti primarie. Segno che il timore è forte, a dispetto della sufficienza con cui la sua candidatura viene vista dall’apparato: un timore che è una conferma della capacità attrattiva di Renzi.
Grillo lo teme perché, come concorrente e come bersaglio, per lui, sarebbe più facile Bersani. Bersani è segretario di un partito che è stato di governo, e che sostiene il governo. E si porta dietro la quasi totalità dell’apparato di quel partito: la ‘ditta’, come la chiamano e come la vivono in molti. Nomi e personaggi invisi persino a una parte dell’elettorato democratico: che, a differenza del suo apparato, è molto più diviso nelle sue intenzioni di voto. Bersani, insomma, anche a dispetto della sua persona, incarna la continuità, e il continuismo, più che la rottura e la discontinuità: un facile simbolo di ‘vecchio’, contro cui lottare, per uno come Grillo. Mentre Renzi gli fa concorrenza sul suo stesso terreno, e persino in meglio: nel merito e nel metodo. Nel merito, anche lui è contro la vecchia politica, e fa proposte di cambiamento. Nel metodo, anche lui dice battute, anche lui fa sorridere, anche lui mostra in pubblico una notevole capacità seduttiva, anche lui è capace di non essere noioso, ma con qualche parolaccia e volgarità in meno, rispetto a Grillo.
Inoltre, Renzi è più giovane di Grillo: e in questo la concorrenza – l’immagine – è spietata. Renzi è più simile al profilo biografico dei candidati di Grillo di Grillo stesso. Ma oltre che essere dinamico, a differenza di Grillo può vantare il fatto di averci già provato, a inventare e governare il nuovo. Non a caso Grillo in questi giorni lo sta attaccando proprio su questo: sulla sua politica a Firenze.
Infine, anche Renzi, come Grillo, non è facilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Ma lo fa non rifiutando la dicotomia, ma interpretando un diverso modo di scegliere una delle due parti. In maniera post-ideologica, se vogliamo: come è diventata una parte significativa della pubblica opinione. Renzi ha una visione da proporre, più che una appartenenza da rivendicare. Da qui le accuse nei suoi confronti, da parte di certa sinistra, di essere di destra (come se, di per sé, l’etichetta spiegasse qualcosa), e di cercarne i voti: come se la democrazia non consistesse in questo, e come se l’elettorato in fuga dalla politica – anche in direzione di Grillo – non fosse anche, in larga parte, un elettorato di centrosinistra. Accuse, queste, che Grillo si guarda bene dal riprendere. Perché gioca sullo stesso terreno.

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