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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Ha vinto Bersani. E ha vinto Renzi. Ma soprattutto…

Ha vinto Bersani, non c’è dubbio. Che nelle primarie ha creduto, anche
contro un pezzo del partito e dei suoi stessi sostenitori, e ci si è
giocato. Il segretario del PD ne esce vincente al primo turno, con un buon
distacco, e largamente rilegittimato, anche agli occhi di chi non l’ha
votato. Se sarà lui il vincitore al ballottaggio, otterrà un’investitura
di autorevolezza che senza le primarie non avrebbe mai avuto. Se dovesse
perdere, sarà comunque il segretario che ha mostrato di credere nel
rinnovamento, anche di metodo, del partito: un ruolo che resterà, comunque
vada a finire.
.
Ha vinto Renzi. Lo sfidante che ha imposto molti dei temi di queste
primarie, ne esce con un risultato notevole, capitalizzato in poco tempo.
Con percentuali risibili di parlamentari, di apparato e di amministratori
del PD a suo sostegno, ha mostrato che esiste un’altra militanza e un
altro elettorato di centrosinistra, fino ad ora marginalizzato e
sottorappresentato anche e soprattutto dentro il PD, che era in cerca di
rappresentanza e ora l’ha trovata. Se vincerà lui, avrà vinto un’ardua
scommessa di trasformazione di metodo e di merito, senza precedenti nella
sinistra italiana. Se dovesse perdere, avrà comunque il compito di
rappresentare una minoranza cospicua, decisiva e d’ora in poi
imprescindibile negli equilibri interni al PD e al centrosinistra.
.
Ma soprattutto ha vinto il PD. La prova di organizzazione, di volontariato
e di democrazia interna che ha dato con queste primarie si tradurrà in
consenso non volatile e in autorevolezza politica ed elettorale. L’effetto
di trascinamento, sulle intenzioni di voto alle prossime elezioni, è già
cominciato: e oggi il suo peso è largamente superiore a quello che aveva
prima che iniziasse il percorso delle primarie. Inoltre, ha mostrato di
non essere solo in continuità con se stesso: di fatto, il Partito
Democratico come partito nuovo nasce con queste primarie, le prime
veramente contendibili, aperte, dall’esito non scontato, su progetti
realmente differenti e intorno a persone in effettiva concorrenza tra
loro. Grazie ad esse, il PD si è conquistato una centralità, nel polo di
centrosinistra ma anche nel Paese, indiscutibile. Nessuno potrà più dire
che è solo l’amalgama mal riuscito di vecchi partiti della prima
repubblica, come ancora pensano – agendo di conseguenza – alcuni dei suoi
stessi antichi dirigenti. L’innesto dell’ulivo nuovo sulle radici del
vecchio – la metafora evangelica assume qui riferimenti storici e
coloriture politiche evidenti – si può dire, da ieri, riuscito. Se
vincitori e vinti avranno il buon senso di non lanciarsi in reciproche
accuse e in vendette trasversali, e sapranno cogliere il senso profondo di
queste elezioni, quale che ne sia il risultato finale, il PD si troverà,
al di là delle sue stesse intenzioni e della stessa volontà delle sue
figure di riferimento, storiche o emergenti, proiettato in un universo di
significati e in un paesaggio simbolico e politico più ricco. Con una
peculiarità molto forte: il fatto di essere l’unico partito a conciliare
il senso profondo dell’essere comunità politica (la militanza generosa, il
senso di appartenenza a un progetto condiviso, l’introiezione dei
meccanismi di democrazia partecipativa, la pervasività delle strutture
territoriali) con l’idea della contendibilità dei ruoli, della selezione
pubblica delle leadership, della partecipazione al di là degli schemi
stretti e dei vincoli dell’idea classica di partito di massa guidato da
un’élite sostanzialmente autolegittimata. Comunque vada, è un PD molto
diverso quello che sta emergendo da questo voto. E lo dico apposta, prima
ancora del ballottaggio. Perché, comunque vada, il processo è già
iniziato. E, comunque vada, non potrà essere fermato.

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