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Israele, Gaza e noi

Come due pugili suonati, imbolsiti, ma incapaci di fare altro da quel che hanno sempre fatto, israeliani e palestinesi hanno ricominciato a darsi botte, sul solito ring. Con i soliti morti e le solite distruzioni. Il solito copione, risultato del solito match, programmato a intervalli quasi regolari da oltre mezzo secolo: in cui il pubblico, al solito, sostiene con veemenza il proprio campione.
Non ci interessa lo schierarsi pregiudiziale: il tifo calcistico, acritico, pro-Israele o pro-Palestinesi. E’ proprio da questo che bisogna uscire, è proprio con questo riflesso condizionato che bisogna finirla. Ci interessa capire se questo è uno stupido destino, senza senso e senza uscita, o se qualcosa si può fare.
Il rituale è davvero stanco, e il copione noioso, se non fosse tragico: se i morti e i feriti, se i cadaveri dei bambini, se il fumo acre che esce dagli edifici distrutti, se l’odio che rinasce, non fossero drammaticamente veri.
Il riflesso condizionato non aiuta. Israele dice che vuole garantire la propria sicurezza dai missili quotidianamente sparati dai territori palestinesi. E per questo vuole fare piazza pulita, per così dire, alle origini. Hamas, le autorità palestinesi, accusano Israele di aggressione ingiustificata, e di oppressione: che si manifesta nel quotidiano degli abitanti di Gaza, non solo nelle periodiche operazioni dell’esercito israeliano (un rituale, anche questo, che qualcuno in Israele, con rassegnato cinismo, considera un periodico e necessario “rasare il prato”, con cadenza spesso pre-elettorale).
Due pugili, quindi: incapaci di fare altro che recitare stancamente il proprio ruolo, insensatamente, senza scopo. Ma uno è un peso massimo, l’altro un peso piuma. In un paese, Israele, si cerca di vivere facendo finta di niente, come se si fosse in Europa: e proprio per questo ci si sente minacciati dai missili palestinesi nella propria civile e sviluppata quotidianità (la sentiremmo anche noi, questa insicurezza, nella loro situazione). L’altro paese, Gaza, è quanto di più lontano dall’Europa si possa immaginare: un fazzoletto di terra con una densità di popolazione tra le più alte del pianeta, una povertà inesorabile, diseguaglianze levantine, un ordine sociale discutibile, e le difficoltà quotidiane della vita materiale, chiusi nei propri confini, aggravate dalla cupezza di una vita senza speranza e, letteralmente, senza via d’uscita. Dei due, è uno solo a controllare i confini: l’altro può al massimo forzarli con un missile. E da una parte ci sono molti più morti che dall’altra.
Eppure questo non cambia la sostanza delle cose. Il peso massimo non può annientare il peso piuma. E il peso piuma è giustificato nel suo procedere dall’esistenza del peso massimo. Il peggio di entrambi i mondi si giustifica nell’esistenza dell’altro, e da questa è legittimato. E’ da qui che bisogna uscire. Ed è qui che le rispettive diaspore, quella ebraica e quella palestinese (e più in generale araba filo-palestinese) possono essere utili, e dare un segnale.
Perché anche il lamento sull’inesistenza dell’Europa e sull’impotenza della sua diplomazia è esso stesso rituale: una volta che l’abbiamo constatato, non abbiamo ancora fatto nulla. L’Europa se l’è cavata seppellendo il senso di colpa di oggi con un po’ di aiuti umanitari ed economici a Gaza e ai palestinesi, e quello di ieri concordando una sostanziale cecità selettiva di fronte alla politica di Israele. Ma non basta. Di fronte al dolore delle vittime, di tutte le vittime, non basta più. Dalle autorità politiche europee non ci aspettiamo di meglio di quel che hanno dato finora: dalle loro società civili sì. Si può almeno smettere di schierarsi acriticamente con l’uno e con l’altro. Si può almeno accettare di comprendere (da lontano, da qui, è più facile) le ragioni dell’altro, che sempre ci sono, e la parzialità delle proprie. Si può uscire dall’autocommiserazione reciproca e cominciare ad agire insieme, sul piano umanitario e su quello della convinzione dei cuori e delle intelligenze: dall’economia alla cultura, dall’informazione corretta alla formazione di elites politiche capaci di alternativa, le strade percorribili sono molte. Perché continuare così è cecità, questo lo sanno tutti: meglio di tutti, quelli che la violenza e l’inerzia dei soliti metodi la ripetono perché tanto le conseguenze di lungo periodo non le pagheranno loro. Anzi, loro ne avranno solo benefici. Indignarsi, davvero, non basta più.

Una risposta a Israele, Gaza e noi

  • Giacomina scrive:

    Ciao Stefano, mi ha fatto piacere in questo momento di rinnovata tensione, leggere quello che hai scritto. Ho pensato più volte alle nostre antiche e rapide chiacchierate sulla guerra in Bosnia o su quella del Golfo (la prima), quando eravamo continuamente pressati da qualche impegno o dall’urgenza – soprattutto tua, che ho sempre ammirato – di tentare vie nuove e coraggiose per “far qualcosa” di positivo. Continua, come anch’io cerco di fare nel mio piccolo, a cercare di sostenere la razionalità e il senso dell’umano, in mezzo alla follia e alla stupidità dilaganti. Un abbraccio Giacomina

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