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La protesta europea. E i suoi perché

Quel rumore sordo a cui dobbiamo abituarci, in “Il Piccolo Trieste”, 15 novembre 2012, p. 1 (anche La protesta e la possibile via d’uscita, in “Messaggero Veneto”, p.1, e Protesta con solide ragioni, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, p.1)

Torna la mobilitazione. Torna la protesta. Torna la piazza. In vari paesi d’Europa, e con maggiore incisività in quella che sta pagando il prezzo più alto della crisi, l’Europa mediterranea. Ma non sono le masse. Non è il popolo. E non è la rivolta. Non da noi, almeno. Sono alcune categorie, alcuni sindacati, alcuni studenti. Ed è solo una manifestazione.
Questo, un po’, sorprende. La crisi è pesante. Le responsabilità del sistema (finanziario, bancario, politico) accertate. Molta gente sta pagando un prezzo altissimo: in termini di lavoro perduto, di clientela in diminuzione, di salario che vale meno, di opportunità che calano, di risparmio che si assottiglia, di lavoro solo precario per i giovani, di disperazione sociale che aumenta. L’appello alla solidarietà e contro l’austerity, lanciato dalle federazioni sindacali che hanno voluto questo sciopero generale europeo, è ragionevole, e condivisibile. L’istanza di giustizia che lo muove – non far pagare la crisi solo ai ceti che già hanno meno, e già la stanno pagando maggiormente (i lavoratori con la perdita di lavoro e di garanzie, le famiglie con i tagli al sociale, gli studenti con quelli all’istruzione, per citarne alcuni) – intuitiva, diffusa, comprensibile.
Eppure la protesta non sfonda, e non vince. Coinvolge solo alcuni. Tra questi, alcuni li coinvolge rumorosamente. Gli scontri con la polizia ritornano d’attualità, e con essi le botte, le vetrine rotte, i fermi. Ma si tratta di piccole minoranze, almeno nel nostro paese. Come se, per i più, la rabbia si fosse mutata in rassegnazione, l’urlo in mugugno, lo slogan collettivo in silenziosa solitudine, l’esaltazione della lotta in depressione.
Qualcosa succede, tuttavia. Non bisogna guardare solo all’epifenomeno, ma alle correnti che si muovono in profondità. La protesta, in Europa, è e sarà sempre di più un basso continuo: un sordo rumore di sottofondo che talvolta si concede un assolo, un’esplosione, udibile anche da lontano, anche da parte di chi si volta dall’altra parte, anche da chi è distratto. Un bisogno inespresso che talvolta si concede il lusso di un titolo in prima pagina. Perché le ragioni della protesta sono solide. Perché l’orizzonte si restringe, e il futuro si accorcia: con il primo processo aumenta la cupezza del vivere, con il secondo aumenta l’ansia, e si sfalda la speranza. E i primi ad accorgersene, magari in qualche maniera vagamente inconsapevole, e al contempo chiara, sono, come sempre, i giovani, gli studenti. Perché è il loro, soprattutto, di futuro, che si accorcia clamorosamente, che li costringe a vivere in un eterno presente, precario e superficiale, privo di progettualità e dunque di via d’uscita che non sia la fuga, l’esilio, l’altrove. Perché è il loro, soprattutto, di orizzonte, che si restringe, soffocandoli.
Ci sono segnali di radicamento, della protesta. E di riflessione seria, sulle sue cause. Proprio dai mondi che la esprimono. Non è detto che ridiventeranno movimenti capaci di influenzare gli eventi, ma è probabile. Gli indignados in piazza non ci sono più. Ma le loro istanze, le riflessioni sulla loro sconfitta, che poi non è stata tale, la penetrazione dei loro contenuti, e anche dei loro metodi di lotta (quasi sempre non violenti, spesso innovativi, pur in presenza di frange più incattivite e spesso con meno progettualità), è qualcosa che sta attraversando le giovani generazioni globali, da piazza Tahrir a Occupy Wall Street. E prima o poi troveranno la loro occasione, la forza di far fare alla storia uno di quei salti che ne segnano cambi di direzione significativi.
Dovremo abituarci alla protesta. Perché è debole, è vero, ed episodica: non assomiglia a un processo continuativo, lineare, in crescita costante. E’ carsica, piuttosto. Ma non per questo inesistente, e tanto meno inconsistente. Qualcosa sta per accadere. Non sappiamo ancora, esattamente, che cosa: e allo stesso tempo lo vediamo emergere, con una certa inesorabilità. Ma sappiamo che le società non possono vivere troppo a lungo sulla soglia: sulla soglia del cambiamento, sulla soglia di una svolta, nemmeno sulla soglia del baratro. Finisce che prima o poi si sceglie un’altra strada, e se non c’è la si inventa. O ci si butta, ci si lascia cadere. Va presa come una buona notizia. I movimenti sociali, le piazze, ci dicono che non continueremo nella stessa direzione ancora a lungo: perché non è più possibile, perché la società non lo regge. Anche quella che non manifesta. E forse non per la società intera, ma per una sua parte, per alcuni suoi gruppi più attivi, si apre la prospettiva di una via d’uscita.

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