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Le primarie e il ‘caso Renzi’

C’è un ‘caso Renzi’, in queste primarie. Lo mostrano molti fattori. Da un lato la sua crescente popolarità, un fenomeno politico di per sé significativo, che andrebbe indagato anche per le implicazioni che vanno oltre lo stesso Renzi, e che comunque vadano le cose avrà delle conseguenze di rilievo sul futuro quadro politico del paese. Dall’altro le reazioni dell’establishment del PD (ma anche degli altri partiti, che temono i propri potenziali Renzi interni: e anche di chi vorrebbe il monopolio della battaglia contro la casta, come Grillo, che non a caso ha cominciato ad attaccarlo personalmente), e una certa visceralità delle posizioni contro di lui espresse in rete e altrove.
Da un lato, ad alcuni, Renzi piace. Perché esprime una domanda di radicale discontinuità, e lo fa ad alta voce, senza cadere nel ‘vaffa’ gratuito dell’antipolitica. E magari perché è giovane, e perché franco, chiaro, diretto, capace di farsi capire. Persino seducendo e facendo sorridere, ciò che da altri, nella noiosa normalità della politica, è vissuto quasi come scandalo e come colpa (e da Grillo è vissuto come insidiosa concorrenza). Colpisce, in questo senso, l’accusa che i suoi incontri siano dei format: come se i comizi altrui non lo fossero. E ripetitivi (le stesse battute o gli stessi video): come se gli altri attingessero invece a un repertorio infinito…
Dall’altro, ad altri, piace assai meno. Il rifiuto dell’apparato è più scontato: se l’è cercata, per molti versi. Lo slogan della rottamazione non è mai piaciuto, specie a chi si sente parte in causa. Ma in compenso è tanto efficace da essere diventato popolare, diffuso, anche tra chi renziano non è, e al di fuori della politica. Perché risponde a un bisogno fondamentale del paese: e ne descrive un problema cruciale.
L’astio non d’apparato, invece, si spiega in altro modo. Renzi, a una parte del centrosinistra, non solo del PD, non c’è dubbio, proprio non va giù. Tra i principali motivi – un po’ dichiarati e un po’ no – c’è il fatto che è (o, per meglio dire, è considerato) difficilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Da qui le accuse – espresse come se fossero di per sé un argomento o una spiegazione – di essere ‘di destra’, di chiedere i voti della destra, e quindi di essere un infiltrato, un corpo estraneo. Mentre è semmai, per certi versi, post-ideologico: ha una visione da proporre, più che un’appartenenza da rivendicare. Del resto, sono spesso – o sono vissute come – post-ideologiche, o se si preferisce pragmatiche, le divisioni su temi squisitamente concreti, su problemi da risolvere. E sono percepite dai più in maniera post-ideologica tematiche quali il merito, la qualità (dell’ambiente, dei servizi, della relazioni tra istituzioni e cittadini), il funzionamento delle istituzioni pubbliche (non lo schierarsi ideologico per il pubblico o per il privato, ad esempio: ma l’analisi di come funzionano o come dovrebbero funzionare sia l’uno che l’altro), e persino la riduzione delle disuguaglianze (un tema che ha segnato ideologicamente quasi due secoli di storia politica europea), quando viene posto con ricette intuitive e praticabili.
Da qui gli appelli all’elettorato, a tutto l’elettorato, da parte di Renzi. Cui hanno fatto seguito le proteste scandalizzate di molti (la prova, per l’appunto, che è ‘di destra’). Da qui, anche, i tentativi di ridurre la partecipazione alle primarie, con nuove regole restrittive: dalla doppia registrazione al togliere il voto ai sedicenni e diciassettenni che alle precedenti primarie invece votavano. Da qui infine il ricorso all’argomento di una supposta ‘purezza’ del centrosinistra, che verrebbe ‘inquinata’ dal voto di nuovi arrivati dal fronte opposto. Un tema squisitamente ideologico, peraltro, questo della purezza…
E su questo, magari, il centrosinistra farebbe bene a riflettere. Sui principi fondamentali della democrazia, intanto: incluso quello di cambiare voto e scelta politica una volta accortisi di avere sbagliato (la democrazia, in essenza, non è voto di appartenenza, ma di opinione e di convinzione, laico). E su banali problemi di strategia e di tattica politica: si preferisce perdere in purezza o vincere accrescendo il consenso? Sempre che la risposta vera non sia una diffidenza di fondo – e del tutto trasversale al quadro politico – nei confronti delle forme di democrazia sostanziale e di partecipazione autentica, non rituale, o semplicemente confermativa di decisioni prese altrove. Dopo tutto, è così comodo continuare a spartirsi oligarchicamente il potere…

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