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Perché voterò per Matteo Renzi

La mia scelta per le primarie
Perché voterò per Matteo Renzi

Questo documento ha uno scopo solo: motivare, innanzitutto a me stesso, e spiegare, la mia scelta. Per questo è lungo, certamente troppo, per essere un manifesto politico: e infatti non lo è. Vuole aiutare a far capire, non lanciare anatemi o dichiarare appartenenze. Non procede per slogan, perché si sottrae alla logica delle opposte tifoserie e degli schieramenti. Vuole ragionare e far ragionare: non pretende, naturalmente, di convincere i già convinti, tanto meno i professionisti dello schieramento a prescindere. Forse può aiutare a far riflettere gli indecisi, o quelli che, prima di dare e darsi le risposte, ponderano bene le domande da fare e da farsi. Lo deposito in rete: dove potrà muovere qualche discussione, o riposare in pace.

Le primarie e il Partito Democratico

Le primarie sono un elemento di modernizzazione del paese e del suo sistema politico, non solo del centrosinistra e del Partito Democratico. E, forse, sono parte – da sola, evidentemente insufficiente – di un processo di soluzione dei problemi di consenso che affliggono i partiti: non è un caso che persino l’opposizione, e il PDL in particolare, abbiano pensato, senza alcuna tradizione e convinzione in materia, di adottarle come meccanismo di selezione della propria leadership. Esse rispondono a una domanda vera, sentita, popolare: quella di scegliersi i propri rappresentanti e leader in maniera trasparente e diretta.
Sono dunque una vera innovazione democratica. Una delle poche, in un sistema politico che ha il sistema elettorale nazionale che sappiamo – il tragico porcellum – cui la riforma elettorale in discussione rischia di mettere una toppa molto ma molto discutibile.
Speriamo quindi che il sistema si estenda: anche alla scelta dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei sindaci (come già si è cominciato a fare, con straordinario successo, e anche qui producendo una novità fondamentale per il sistema politico italiano), con primarie aperte e ruoli realmente contendibili.
Il Partito Democratico ha il merito di averle introdotte in Italia, e nel dibattito politico complessivo, con successo (per una volta, la Francia ha copiato da noi: anche se poi le ha fatte meglio, e più aperte delle nostre attuali…). Per questo il PD uscirà bene da queste primarie. Anche perché, per la prima volta a livello nazionale, il confronto è reale, netto, tra alternative vere, su progetti differenti.
Quello attuale è un ritorno al progetto originario. Anzi, in un certo senso il PD come soggetto nuovo, come partito diverso, che non sia il mero erede di tradizioni precedenti, nasce ora. In particolare grazie alla candidatura di Matteo Renzi (figura atipica, che pur essendo già in politica precedentemente, le primarie, a Firenze, le ha vinte contro l’apparato del partito, quindi fuori dalle alchimie oligarchiche e dalle logiche di cooptazione), ma anche di Laura Puppato, una nativa democratica, che non è stata iscritta in precedenza ai partiti che hanno co-fondato il PD.
Le primarie faranno bene al PD: per questo anche Bersani le ha volute, non solo accettate, nonostante i rischi che può correre. E l’ha teorizzato esplicitamente, quando ha sostenuto – anche nel dibattito alla festa democratica di Padova – che esse costituiranno una manifestazione di popolo, e quindi un traino elettorale formidabile per il Pd stesso. E’ così. Ha ragione. E va a suo merito di avere accettato di mettersi in gioco lui stesso: come dovrebbero fare tutti, ma proprio tutti coloro che questo gioco – quello di una politica trasparente e pulita – vogliono continuare a giocarlo.

Il caso Renzi

C’è un ‘caso Renzi’, in queste primarie.
Lo mostrano molti fattori: le reazioni dell’establishment del PD, l’astio direi viscerale misurabile in molti contesti, l’irritazione e il nervosismo dell’apparato, le dichiarazioni dei vertici del partito, gli endorsement pro Bersani espressi in chiave anti Renzi, la violenza dei commenti e delle reazioni anche in rete, le accuse oblique, le minacce persino, gli avvertimenti (alla D’Alema: “si farà male”).
Se l’è cercata, si dirà, ed è vero. Lo slogan della rottamazione non è mai piaciuto, specie a chi si sente parte in causa. Ed è invero poco elegante: ma tanto efficace, in compenso, e diventato quindi popolare, slang abituale, diffuso e condiviso. Anche all’interno del PD. Anche da parte di chi renziano non è affatto. Ma anche al di fuori: in politica, nei media, nelle professioni, e in molti altri contesti. Perché risponde a un bisogno fondamentale del paese: e ne descrive un problema cruciale.
Renzi dispiace, quindi. Ma nello stesso tempo Renzi piace, anche perché dice spiacevoli verità, e le dice ad alta voce, senza aspettare di mettersi in fila per il suo turno di parola – mugugnando nel frattempo a bassa voce nei corridoi, come si fa di solito – e senza chiedere permesso (lo fa anche Grillo, è vero: Renzi lo fa politicamente, costruttivamente, per far vincere un progetto di governo, non solo per distruggere uno status quo mortifero. In questo è una risposta politica all’antipolitica prodotta dai partiti negli ultimi decenni, di cui Grillo è solo una conseguenza, non la causa).
E non parlo solo delle verità sulla leadership del PD, le battute su Rosy Bindi o Massimo D’Alema, che ormai è come sparare sulla croce rossa, e sport diffusissimo anche in qualunque circolo del PD (e peraltro quasi di più da parte dei vecchi militanti, che vengono dalla storia lunga del PCI-PDS-DS o della DC-Popolari-Margherita, che ne hanno viste di tutti i colori per troppo a lungo, e proprio per questo certe persone pensano abbiano fatto il loro tempo).
Parlo delle spiacevoli verità, o delle non ovvietà, anche sulla riforma dello stato, della pubblica amministrazione, dell’università, sull’economia parassitaria, sulla meritocrazia, sulla possibilità di intraprendere, sul sindacato. Faccio un esempio, marginale ma chiaro, per far capire cosa intendo. Sia Bersani sia Renzi, nei loro interventi alla Festa Democratica di Padova, hanno citato l’Alcoa. Il primo per dire che bisogna essere solidali con i lavoratori e le loro famiglie: e va bene, ci mancherebbe. Il secondo per dire che bisogna essere solidali con i lavoratori e le loro famiglie; ma che però bisogna anche finirla con un modello di sviluppo e una politica economica basati sull’utilizzo di contributi pubblici forniti a gruppi privati per mantenere posti di lavoro che in regime di libera concorrenza non si sosterrebbero, e che non si può far pagare il posto di lavoro di alcuni dalla fiscalità di tanti, che magari stanno in condizione anche peggiore. E che proprio l’averlo fatto fino ad ora ci ha portato alla bancarotta in cui ci ritroviamo. Che, insomma, è ora di finirla con un modo di pensare agli insediamenti industriali inefficiente e clientelare, basato su una spesa pubblica parassitaria e priva di giustificazione economica. Credo che le cose stiano così anche rispetto a molti altri argomenti.
E poi Renzi non piace perché è difficilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Perché per certi versi è davvero post-ideologico: a differenza di una parte almeno della sinistra (e del mondo cattolico di vertice, e della destra liberista, ad esempio) che vive l’ideologia come un’impalcatura rigida. Perché è naturalmente post-ideologica la generazione nata dopo l’ultima grande ubriacatura ideologica. Del resto, lo sono anche altri: solo che non lo dicono, ma in compenso lo fanno, praticando la collaborazione (come giusto) o magari l’inciucio nel reciproco interesse – in quei casi le differenze ideologiche non contano mai – salvo poi differenziarsi ideologicamente, per schieramenti. Come spesso sono o dovrebbero essere post-ideologiche, o se si preferisce pragmatiche, le divisioni su temi squisitamente concreti: dalla Tav (è utile o inutile?) all’articolo 18 (personalmente penso che sia stata una inutile battaglia ideologica abolirlo; e che sia un’inutile battaglia ideologica volerlo reintrodurre. I problemi veri sono altri). In cui la logica di schieramento ideologico non è necessariamente la più utile per comprendere la posta in gioco. Come sono post-ideologici la maggior parte dei problemi, che si pongono in forme assai diverse dal passato. Si pensi alle disuguaglianze: tragicamente in crescita, eppure meno percepite come tali; l’ideologia ci dice, forse, se siamo favorevoli o contrari all’aumento delle diseguaglianze (e io sono contrario: ma per questioni etiche, non ideologiche): ma poi il problema è come diminuirle, attraverso quali ricette, per trovare le quali l’ideologia non è sempre lo strumento migliore. Come sono (o, almeno, come sono percepite) post-ideologiche tematiche quali il merito, la qualità (dell’ambiente, dei servizi, della relazioni tra istituzioni e cittadini), il funzionamento delle istituzioni pubbliche (non lo schierarsi per il pubblico o per il privato: ma, rispettivamente, come funzionano o come dovrebbero funzionare sia l’uno che l’altro), ecc.
Un capitolo significativo in sé è quello dell’astio anti-renziano in rete, soprattutto da sinistra. Le accuse di essere di destra (come se evocare questa parola di per sé spiegasse davvero qualcosa), berluschino (il mantra sull’essere telegenico o sui suggerimenti di Gori), persino baby e bamboccione: che, da sinistra, e da parte di under 40, suona come un approccio abbastanza tafazziano…
Più ovvio, ma sorprendente in certe sue forme, l’astio dell’establishment, del ceto dirigente: è riuscito a metterlo d’accordo tutto. Sia quello di filiazione comunista sia quello di filiazione democristiana. Riassumibile in due figure tipo: Massimo D’Alema e Rosy Bindi (pure, una ex rottamatrice).
Ma anche quello dell’apparato del partito, anche locale, e dei funzionari, dei nominati: che sta con Bersani, in gran parte, non c’è dubbio. Anche perché Renzi, e va a suo merito, non tratta gli appoggi nei suoi confronti, non può blandirli e non può ricompensarli. Per la buonissima ragione che non ha un potere interno che gli consenta di farlo. E, in questo senso, è più libero – di dire quello che pensa, e un domani di farlo – di chiunque altro, e in particolare proprio del segretario del Pd, spesso prigioniero degli equilibri interni, e di fatto sua espressione.
Il ‘caso Renzi’ si vede però anche nell’altra direzione. Nell’entusiasmo che suscita, anche in insospettabili che ormai le hanno viste tutte. Nel coinvolgimento che molti spontaneamente sentono. Nella militanza gratuita che produce: meno scontata di altre, proprio perché nata in maniera post-ideologica e al di fuori di un apparato costituito, e che difficilmente potrà essere ricompensata. Solo lui o per altri versi Laura Puppato (Nichi Vendola, dopo tutto, dietro di sé un partito ce l’ha) godono in questa misura di questo slancio di fatto autoprodotto e autogestito. Anche perché non hanno altro, dentro il partito. Altri – per non far nomi: il gruppo che sostiene Bersani – hanno altro, molto altro: il partito in sé come struttura, l’organizzazione, le finanze, il personale a tempo pieno, le fondazioni, la stampa di partito, il personale nominato negli enti…

Quali primarie? Si vota per la premiership, non per la segreteria del PD

C’è una certa confusione, intorno a queste primarie. Un po’ voluta, e un po’ no. Molte dichiarazioni e commenti di bersaniani (e il fuoco di sbarramento dei media amici: riassumibile nelle dichiarazioni di uno Scalfari, per dire) paventano e prevedono catastrofiche conseguenze per il PD (rotture, scissioni, uno snaturamento della sua storia e dei suoi valori di riferimento) in caso di vittoria di Renzi, di fatto finendo per far credere che le primarie servano ad eleggere il segretario del Partito Democratico. Renzi fa riferimenti frequenti a cosa succederebbe nel Partito Democratico se vincesse lui le primarie (mandare a casa una certa dirigenza a tempo scaduto): e molti ne deducono implicitamente che siano primarie sulla segreteria del PD. Puppato stessa è scesa in campo con ampie confusioni sul tema, dichiarando di porsi in mezzo tra Renzi e Bersani, per il bene del partito. E tra i commenti in rete, ma anche nei circoli, soprattutto tra i difensori dello staus quo, la confusione su questo è sovrana.
Renzi, è bene ripeterlo, come gli altri, si candida alla premiership del paese, non alla segreteria del PD. Sembrerebbe scontato, eppure va chiarito.
Partiamo dall’esempio francese per capirci. Martine Aubry era segretaria del Partito Socialista francese. François Hollande si è candidato alla guida del centrosinistra, con primarie aperte e di coalizione, contro di lei. E le ha vinte contro la segretaria del suo partito: che poi è rimasta tale. Hollande è stato poi eletto alla presidenza della repubblica francese. E, certo, la sua elezione influisce sul partito: ma non direttamente, come qualcuno in Italia teme, pensando a uno ‘snaturamento’ del PD.
Renzi sarebbe probabilmente un pessimo segretario del PD. Troppo di rottura, anche se magari più per colpa di altri che sua. Perché molti non l’accetterebbero, e forse non pochi se ne andrebbero, nella migliore tradizione scissionistica della sinistra italiana, se lui diventasse segretario del PD. Tra l’altro, va detto: Renzi ha detto che se perdesse resterebbe nel PD e sosterrebbe Bersani alle elezioni. Sarebbe interessante sentire su questo, a parti invertite, più che Bersani, i pasdaran bersaniani: se davvero collaborerebbero lealmente con Renzi se a vincere fosse lui. Ci permettiamo di dubitarne: e questo la dice lunga sulla introiezione di un modello di partito veramente democratico da parte di costoro.
Renzi, dicevo, non sarebbe probabilmente un buon segretario del PD, dove ancora prevale il bisogno di una figura che sappia mediare e unire le differenti e scalpitanti anime del partito: ma qui si fanno le primarie per scegliere il prossimo leader della coalizione di centrosinistra. E, auspicabilmente, il premier del paese. Ruolo in cui serve qualcuno capace di fare una proposta, e su questa chiedere consenso: non uno che medi punti di vista interni. E qualcuno, soprattutto, capace di prendere i voti dell’elettorato, non solo quelli (pochi, e in calo) degli iscritti e dei simpatizzanti d’area: e che si rivolga al primo, non ai secondi. Dove per elettorato si intendono anche i molti ex del PD: quelli che ci hanno creduto, e che sono rimasti delusi, o più propriamente fregati, da quelli che venivano dalle tradizioni precedenti, e che ai nuovi, ai nativi democratici, non hanno di fatto lasciato alcuno spazio reale (quel poco, i nativi se lo sono conquistato, spesso in opposizione dura all’apparato: non è un caso che molti nativi oggi stiano con Renzi). Dove per elettorato si intendono i delusi del sistema: quelli che non votano più (e molti sono dei nostri, e hanno votato alle precedenti primarie) o voterebbero qualunque cosa che non fossero le solite vecchie facce imbolsite. Dove per elettorato, infine, si intendono i voti in libera uscita dell’elettorato moderato e di centrodestra, prima illusi e poi delusi dalla promessa di una modernizzazione del paese (la famosa rivoluzione liberale che poi non c’è stata), e che ora sono alla ricerca di una nuova offerta politica.

La questione dell’‘inquinamento’ del voto

Da qui gli appelli all’elettorato, a tutto l’elettorato, da parte di Renzi. Cui hanno fatto seguito le accuse di non essere di sinistra, di chiedere i voti della destra (peggio, dei berlusconiani), di essere un infiltrato nelle file del centrosinistra, un corpo estraneo. Da qui la paura, il clima da fortino assediato. Da qui la martellante propaganda, citando le dichiarazioni pro Renzi di questo o quell’esponente di centrodestra (spesso, dettate dall’invidia e dalla speranza di avere un Renzi anche loro, per riformare il loro stesso schieramento, per innovare e cambiare una leadership giunta a fine corsa). Da qui tutti i tentativi posti in essere per ridurre al massimo possibile la partecipazione popolare alle primarie, con regole talvolta ridicole e surreali, soprattutto mai adottate prima: dal togliere il voto ai sedicenni e diciassettenni che alle precedenti primarie invece votavano (dopo aver visto che, anche senza sondaggi, un semplice colpo d’occhio agli incontri pubblici era sufficiente a registrare che il supporto a Renzi è più alto tra i giovani), alla farsa della doppia registrazione (tanto che adesso si è dovuto produrre un video, per spiegare come si vota alle primarie… In passato non ce n’era bisogno). Da qui il ricorso implicito – un abito mentale, in primo luogo – all’argomento di una supposta ‘purezza’ del centrosinistra, che verrebbe ‘inquinata’ dal voto di nuovi arrivati dal fronte opposto. Un approccio, questo sì, fortemente ideologico, ottocentesco, impaurito, e di fondo settario: tragicamente in antitesi con l’evoluzione culturale, sociale e politica, del paese e anche dell’elettorato di centrosinistra.
Su questo, tuttavia, va detta una parola chiara. Con una doverosa premessa: nelle primarie, li vogliamo gli elettori? Non volevamo che le primarie fossero, nelle parole di Bersani, una festa di popolo? E allora perché questa paura che il popolo arrivi davvero? Perché questa continua accusa di prendere (peggio, di volere, come se fosse un crimine) i voti della destra? (E si badi bene: dell’elettorato di destra o di centro, mica della sua leadership, che parla molto ma si guarderebbe bene dal partecipare sul serio alle primarie del centrosinistra). Come se non fosse questo il principio fondativo stesso della democrazia: cercare il consenso, volerlo allargare. E, del resto, basterebbe rovesciare l’impostazione del problema, e puntare al contrario alla maggiore partecipazione possibile: statisticamente, maggiore è la partecipazione, e minore, più difficile, più costoso e di fatto impossibile inquinare la campagna da parte di gruppi organizzati interessati a orientare il consenso per fini obliqui, che non siano la mera manifestazione di consenso. Basterebbe cercare di avere la presenza maggiore possibile di elettori per rendere ininfluenti gli eventuali ‘provocatori’ e ‘delegittimatori’ (anche questo, un vocabolario ottocentesco…).
Questa campagna elettorale è strapiena di esempi in tal senso, di accuse a Renzi di essere di destra e di volere i voti della destra. Di fatto questo è diventato, da parte dell’apparato e dei sostenitori di Bersani (ma anche di Vendola e di Puppato) l’argomento principale della campagna contro Renzi (ancora una volta, una campagna contro qualcuno e non pro qualcosa: alla faccia di chi accusa Renzi di fare solo una campagna contro le vecchie leadership da rottamare).
Sarebbero molti gli argomenti da opporre a questo modo di impostare il problema. Basandoci, intanto, sui principi fondamentali della democrazia: incluso quello di cambiare voto e scelta politica una volta accortisi di avere sbagliato (la democrazia, in essenza, non è voto di appartenenza, ma di opinione e di convinzione, laico). Per arrivare poi a banali problemi di strategia e persino di tattica politica: si vuole vincere, o la sinistra, certa sinistra, ancora una volta preferisce perdere in purezza che vincere accrescendo il consenso? Fino a toccare un problema reale anche se malvolentieri dichiarato e ammesso: la diffidenza di fondo di un’intera tradizione politica (di sinistra come di centro e di destra) nei confronti della democrazia e della partecipazione. La preferenza per il buon vecchio metodo tradizionale: la gestione, la spartizione diretta del potere, con il consenso come mera manifestazione confermativa di una volontà già espressa dalle oligarchie.
Ci limitiamo a illustrare il problema con un esempio locale, ma indicativo di due mentalità opposte. Che, queste sì, ci sentiamo di qualificare come il vecchio e il nuovo: anzi, per mutuare la terminologia da una celebre controversia culturale, l’antico e il moderno.
A volte twitter, nella sua sinteticità, fa venir fuori dei problemi grossi. Illuminandoli con un flash (anzi, un tweet). Problemi irrisolti. In questo caso, di un pezzo di sinistra. Che le innovazioni introdotte dal PD – in questo caso le primarie – di fondo, non le ha mai capite. E in ogni caso, se le ha capite, non le ha mai mandate giù: ha fatto finta di crederci, ma solo tatticamente, finché andavano come si voleva che andassero, cioè a confermare le scelte già assunte dall’oligarchia dominante del partito. Ci dice molto, il breve scambio di tweet che segue, della tanto diffusa e talvolta stucchevole diatriba tra il vecchio e il nuovo. Qui è chiarissimo di cosa si tratta.
Luca Sofri ha commentato criticamente l’ennesima stretta sulle regole delle primarie da parte dell’apparato PD. Flavio Zanonato decide di intervenire, con un’argomentazione che la dice lunga sul fatto di non avere proprio capito il significato delle primarie, che infatti dalla maggior parte dei leader del partito da cui proviene Zanonato (ma non da una parte significativa della base, che invece ne ha capito benissimo la funzione e il significato innovativo), sono state subìte ma mai veramente accettate. Ecco lo scambio di battute: “@lucasofri ma se voti per eleggere il capo del tuo condominio fai votare anche quelli di un altro condominio?”; “@flaviozanonato se voglio che vengano a viverci, magari sì. Occhio ai paragoni, perché tornano indietro.”
Ecco, qui ci sono davvero due mondi in conflitto. Uno abituato a controllare la realtà. L’altro che vuole lasciarle lo spazio per esprimersi. Dietro il mondo di Zanonato c’è un’idea di partito di militanti: smentita dalla storia, e dal crollo del militantismo, oltre tutto (il PD, in un solo anno, tra il 2010 e il 2011, ha perso niente meno che un quarto degli iscritti: da oltre 800.000 a oltre 600.000. Una qualunque azienda che perdesse un quarto del mercato in un anno cambierebbe sia la dirigenza che il prodotto. Da noi, nel PD, nulla: anzi, nemmeno se ne parla – argomento tabù. Il sospetto è che alla dirigenza, dopo tutto, vada bene così: che restino pure in pochi, purché restino i nostri – controllabili, quindi – e se ne vadano gli altri, come infatti sta succedendo: perché se ne stanno andando soprattutto quelli che credevano nel PD e sono stati delusi da come si è evoluto, da come non ha risposta alla domanda che pure aveva saputo evocare. Per colpa di qualcuno, peraltro…). Dietro il mondo di Sofri c’è semplicemente un’altra idea della politica e del ruolo dei partiti. Scegliere in quale dei mondi collocarsi è dopo tutto, questa sì, una scelta di campo, anche se non la chiamerei ideologica. Da cui discendono molte cose. Incluso chi sostenere alle primarie.

Il mio candidato ideale alle primarie

Il mio candidato ideale alle primarie non esiste. Per dire: se si fosse presentato, possibilmente come candidato unico alternativo a Bersani, avrei votato Pippo Civati, cui mi sento vicino su molte riflessioni di merito e anche su un metodo di lavoro, che apprezzo, fatto di coinvolgimento, di prospettiva non solo immediata ma anche di medio-lungo termine, fondata sul desiderio di unire una prospettiva onestamente riformista con una visione capace di uscire dalle alternative secche di sistema, e di vedere altro e ‘da fuori’. Ma le cose sono andate diversamente, e lo scontro non è tra Bersani e Civati, o comunque tra quei due modi di fare politica e tra quelle due prospettive alternative. Per cui, limitiamoci ai candidati oggi in corsa.
Probabilmente il mio candidato ideale è un cocktail: due parti di Renzi, una di Puppato, una di Bersani, due cubetti di Vendola, una spruzzata di Tabacci, il tutto sapientemente shakerato. Le proposte di ‘liberazione’ delle energie prigioniere di Renzi, l’agenda più ambientalista di Puppato, la capacità di navigare di Bersani, e fuori dal PD l’enfasi sui diritti e la capacità di vedere un mondo diverso di Vendola, e infine la competenza economica e la capacità di sporcarsi le mani con il reale senza perdere di vista l’etica di Tabacci.
Ma la politica è l’arte del possibile applicata al reale, alle condizioni date. Per cui, poiché bisogna scegliere, cerco di motivare la mia scelta, che è quella di sostenere Matteo Renzi. Cominciando dall’inizio. E quindi dal perché, pur essendo un iscritto al PD (e nativo democratico: non ero iscritto ai due principali soci fondatori del PD, che tuttora hanno il difetto di sentirsene i proprietari), non sostengo il suo segretario, e cioè Bersani, che pure dovrebbe essere l’opzione più ovvia e naturale.
Ho stima, di Bersani. L’ho stimato come ministro. E un po’ meno come segretario: perché sì, ha cercato di unire, se non altro, anche se limitandosi ai soci fondatori, trascurando la vera novità del PD, quelli che credevano nel PD e solo in quello; ma ha accettato di rimanere prigioniero delle logiche di cui è figlio, riformandole, sì, ma solo passo passo, lentissimamente, nel consenso di tutti – troppo poco, rispetto alle urgenze del partito, del centrosinistra e del paese. Anche all’epoca delle primarie per la segreteria non l’ho votato: sostenevo Franceschini, allora, nella speranza che incarnasse meglio una trasformazione vera del PD in Partito Democratico, e con la possibilità di vincere (motivo per cui non sostenevo allora Marino, anche se mi ritrovavo, contenutisticamente, praticamente su tutto ciò che proponeva).
Bersani sarebbe la scelta più ovvia, essendo il segretario del partito. In fondo è simpatico, competente: e, come si dice, una brava persona. Capace di tenere unito il partito (ma al ribasso, senza slancio). Capace, pure, di tenere testa ai bersaniani (o ai bersanoidi, come li chiama qualcuno: che, invece, sono un gruppo presuntuoso e riottoso, che punta più alla divisione e alla spaccatura che all’unione). Ma si porta dietro la ‘ditta’, oggi ingombrante persino per lui. Quella che si è auto assicurata – con la complicità del segretario – la continuazione di ruolo passando dai tre mandati ai 15 anni di permanenza in parlamento, pur di rimanere ancora un po’ incollata ai propri scranni, per dire. Quella che da decenni ha cambiato tutte le sigle senza mai cedere il posto. Quella che ha sposato tutti i progetti – qualche volta vincendo, spesso perdendo – ma è ancora lì. Cui si aggiungono gli scalpitanti della seconda fila (i bersanoidi di cui sopra: convinti di avere diritto alla successione per primazia politica. Vengono da lontano, anche loro; e anche loro vogliono andare lontano…). Che costituiscono un problema in sé, perché prefigurano il futuro del partito, non ne descrivono il passato. Un futuro che assomiglia tuttavia in maniera inquietante al passato: con un progetto egemonico interno paleozoico (in bilico tra il centralismo democratico e l’accordo tra capibastone) e un progetto politico esterno datato, ancora fermo alla logica delle alleanze tra vertici (ci alleiamo con i cattolici – rappresentati da chi? – e con i moderati – rappresentati da chi?). Soprattutto – nonostante il crollo degli iscritti e della militanza, e dunque anche della rappresentatività reale dei partiti, e l’aumento siderale della loro distanza dalla società – ancora con un’idea del partito come il soggetto che elabora, decide e controlla, non il partito che ascolta la società ed elabora con essa, aprendosi ad essa e includendone le forze più attive e dinamiche, anche attraverso le primarie, ma soprattutto progettualmente.
Soprattutto, il mio giudizio su Bersani è politico, e riguarda la sua linea, il suo progetto. Quando mi hanno chiesto la prima volta come sarebbero andate a finire le primarie, ho risposto d’istinto: “Vincerà Bersani. Farà l’accordo con Casini. E in questo paese non cambierà nulla…”. E, da padre di famiglia, ripensandoci, di fronte a questa prospettiva ho avuto uno scatto di ribellione. Mi sono detto: “No, non posso accettare che ancora una volta, per l’ennesima volta, vada a finire così”.
Infine: se vincesse Bersani, e con un’affermazione troppo netta, sarebbe la fine del PD come l’ho conosciuto io, nativo democratico. E questo partito ridiventerebbe quello che già sta ridiventando con l’attuale drastica diminuzione degli iscritti, che oltre che quantitativa è drammaticamente qualitativa: il PDS cosmeticamente truccato, la struttura del vecchio PCI con qualche cattolico di bandiera. Con la stessa tempistica inattuale e la stessa modesta capacità trasformativa: troppo poco, decisamente troppo poco e troppo indietro, rispetto ai mutamenti veloci della società. Con gli innovatori, quelli che qualcuno chiama i ‘PD-PD’, ovvero quelli che non hanno (o non vogliono più riconoscersi in) una storia anche gloriosa ma ormai irrimediabilmente passata, marginalizzati, non coinvolti, spesso detestati o subìti con fastidio, come un male necessario, e perennemente all’opposizione. Come già sta accadendo ora. Come già è adesso: perché gli altri, quelli che vengono da lontano, così stanno già lavorando, tra loro, usando il partito (e le sue strutture, per non parlare delle sue fondazioni, argomento di cui non amano parlare) per promuovere la loro corrente e i loro candidati, come fosse cosa loro.
Quelli, per tornare al discorso di cui sopra, a cui va benissimo che il PD perda iscritti e tessere, e non ne parlano mai, pur essendo la prova di un drammatico fallimento: perché quelli che se ne vanno, i delusi, sono gli altri. E quelli che restano sono i loro.
Ecco spiegato perché Bersani no, in maniera semplice. Ed ecco perché la ricerca di alternative.
Quali? Lo dico subito, così capiamo da quale prospettiva vengo. Come ho detto, ho seguito con interesse il gruppo di Prossima Italia e altri personaggi nativamente democratici, che mi sembrano incarnare meglio di altri, con maggiore consapevolezza e sensibilità, il progetto democratico, in maniera aperta e inclusiva, desiderosa di cercare idee e liberare progetti più che delimitare confini. Con questi mi sento di avere molte affinità elettive. Con questi, e con molti altri, senza preclusioni, se non verso chi preclude: quelli di cui ho parlato prima.
Fin dalla prima Leopolda (l’unica cui ho partecipato, peraltro), quella del duo Civati-Renzi, avevo respirato un’aria interessante, finalmente libera e aperta, innovativa e partecipata. La stessa che ho respirato leggendo il primo libro di Renzi, “Fuori!”: ragione per cui, insieme ad altri amici, avevo contribuito a organizzare la presentazione del medesimo a Padova. Come fenomeno politico interessante in sé: come novità di rilievo non solo nello schieramento di centrosinistra, ma nella politica italiana.
Poi si è consumata la rottura tra i due: senza dubbio per scelta e responsabilità soprattutto di Renzi. E la cosa mi è dispiaciuta. D’altro canto, è apparso evidente – anche dalle ritrosie civatiane – che Renzi aveva un progetto che guardava più lontano e probabilmente più ambizioso, e che voleva realizzare al più presto. E questo è utile, è necessario, è indispensabile, se si vuole cambiare non solo una forza politica, ma un paese che di cambiamento e di ricambio ha urgente bisogno, che sta morendo sotto i tempi lenti della politica che non cambia: se si ha per esso una visione. Non sempre si può aspettare: il momento migliore, la congiuntura astrale favorevole, il consenso dei più.
Penso che Renzi farà il gioco del rinnovamento del PD, comunque vada: anche di chi sta fuori dal gioco e non lo sosterrà. E anche del rinnovamento del quadro politico, e dunque della politica stessa. Perché ha un progetto di modernizzazione del paese, di uscita dall’immobilismo e dalla gerontocrazia, puntando sul merito, sull’eguaglianza di opportunità, sulle mobilità, contro le incrostazioni e le corporazioni. E in questo è decisamente più credibile di altri candidati: se non altro perché si è messo in gioco, in prima persona.

Il programma e il progetto

Non starò a magnificare il programma di Renzi, né a illustrarlo. E del resto i programmi dei vari candidati hanno vaste aree di sovrapposizione: e non potrebbe essere altrimenti, dato che si tratta di candidati della stessa coalizione (se non dello stesso partito: da qui la ridicola accusa a Renzi, da parte di alcuni entusiasti bersaniani, di avere copiato in alcuni punti il programma del PD, come se Renzi non fosse del PD – mi domando cosa dovrebbero dire del programma di Bersani, allora…). Ci sono anche differenze d’accento, tuttavia: altrettanto significative. E soprattutto omissioni, che di solito sono la cosa più importante: e ogni candidato ha le sue. Mi limito a sottolineare l’enfasi, nel programma di Renzi, sulla trasparenza, sulla semplificazione, sul ricambio, sulla parità di opportunità, sul merito: che si parli di scuola o di mercato del lavoro, di pubblica amministrazione o di funzionamento e costi della politica. Mi basta.
Più interessante è il progetto. In sintesi: quello di sbloccare un paese immobile. Che, nell’immobilismo, rischia di perire. Un progetto che hanno anche i critici che pensano a un nuovo modello di sviluppo per il paese, sempre in estrema sintesi. Ecco, io penso che le due cose vadano insieme, e siano una precondizione dell’altra. L’ipotesi modernizzatrice, diciamo così, e liberale nel senso largo (nel senso dei diritti, ad esempio, e delle opportunità: non solo in senso economico), si sposa molto bene con quella dell’altro punto di vista, del nuovo modello di sviluppo, se vogliamo. Sono alleati naturali. E il fatto che troppo spesso si vivano reciprocamente come nemici (o meglio, che alcuni militanti del nuovo modello di sviluppo vivano Renzi come un nemico) è un problema in più, un frutto malsano della stagione delle ideologie. Faccio solo un esempio: un paese più libero e liberale nel senso che ho detto (non, quindi, semplicemente liberista), non offeso e prigioniero delle burocrazie di tutti i tipi (mentali, statali, corporative e quant’altro), è una precondizione anche di una riflessione sui fondamentali che parta dall’ambiente, dall’energia, dal rinnovabile e dal sostenibile, dai modelli di consumo, dalla knowledge economy, dalla cultura, dalla partecipazione vera alle scelte, dalla qualità (della vita, dell’ambiente, delle relazioni), ecc. Senza la prima cosa (i diritti, le opportunità, la libertà dalle costrizioni e dalle burocrazie, la qualità, il merito, la mobilità), la seconda (un nuovo modello di società) è un sogno lontano. Non a caso i paesi che in Europa sono più avanti sulla seconda, sono anche quelli che non hanno bisogno della prima perché l’hanno già conquistata da decenni. E possono svoltare verso la sostenibilità, la qualità, e anche l’equità, perché una autentica rivoluzione liberal (non quella a suo tempo promessa da Berlusconi) l’hanno già fatta, e hanno stati e istituzioni che funzionano proprio perché rispondono ai cittadini, con criteri di efficienza, di trasparenza, che favoriscono la partecipazione e il coinvolgimento delle energie positive della società, ecc. Noi no. Se si fa la prima cosa, e insieme si pensa la seconda, ne usciamo, dalla crisi, e bene, altrimenti no. Se non si fa la prima, la seconda è una mera dichiarazione d’intenti, un vago auspicio, o un indirizzo di vita personale, e poco più. E resteremo lì, a fare qualche chiosa critica al pensiero unico, nemico comune, comodamente acquattati nei nostri privilegi, per chi ne ha ancora – e saranno sempre meno – che tanto i nostri errori li pagheranno altri e altre generazioni.
Per fare questo – per cambiare il paese, liberarlo, e pensare quello nuovo – bisogna passare, tra le altre cose, anche attraverso un radicale cambio di persone, oltre che di metodo e di obiettivi. Non è semplicemente pensabile che chi ha fatto finora una cosa faccia l’opposto con convinzione. Al massimo farebbe finta, come è stato finora. E sarebbe una presa in giro e una perdita di tempo ulteriore. Che non possiamo permetterci.
In questo senso, per me Renzi e Puppato, e un pezzo di Vendola (e anche di Tabacci: non a caso un uomo che sta provando a cambiare le cose dal basso, come Pisapia – il modello di esperienza politica cui mi sento più vicino – se l’è scelto come collaboratore chiave), sono alleati naturali. Lottano tutti per una svolta: vogliono una riforma radicale del paese. E almeno per un tratto di strada, tutt’altro che breve, dovrebbero camminare uniti. Come dicevo, il fatto che il dibattito si risolva in accuse a Renzi di essere di destra – accusa che sembra servire soprattutto a rimarcare che altri, invece, loro sì, sono di sinistra (come se fosse un valore di per sé, come se bastasse dirlo per fare qualcosa di utile per cambiare il paese) – mi sembra una forma di infantilismo politico.
Mettiamola così: in un programma e in un progetto che sblocca l’Italia, è più facile metterci dentro anche quello che ancora non c’è. In un’Italia bloccata restiamo ingessati e prigionieri tutti quanti.

Concludendo…

Torniamo alla politica come arte del possibile applicata al reale. Che vuole trasformare, ma avendo contezza delle condizioni date.
Penso che solo Renzi abbia la possibilità di battere Bersani. O almeno di piazzarsi molto bene. Se non ci sarà alcun vincitore al primo turno, il ballottaggio sarà tra Bersani e Renzi.
Incidentalmente, mi ha colpito che altri candidati, che potranno sperare su un qualche piazzamento ma che quasi certamente non arriveranno al ballottaggio, abbiano già detto che al ballottaggio voteranno Bersani. In questo, davvero, Laura Puppato, che è persona che stimo, mi ha deluso. Se l’obiettivo è andare in una nuova direzione, ha scelto il treno sbagliato, che sta andando alla solita destinazione di sempre, per giunta fermandosi a tutte le stazioni, a una velocità di una lentezza estenuante: non solo rispetto alle impazienze dei giovani – non è di questo che si tratta – ma alle risposte che la crisi richiede. E la logica di supporto – il patto – con Vendola e Nencini (leader ignoto ai più di una minuscola componente della frastagliata galassia socialista) ha, da questo punto di vista, lo stesso significato: entrambi, al ballottaggio, daranno indicazione di votare Bersani. Ed entrambi, in fondo – lo sappiamo – ci guadagneranno qualcosa. Non personalmente, non alludo a questo: penso seriamente che Vendola non appartenga per nulla a questa categoria, e lo stimo per questo (e Nencini non corre, per cui non lo prendo in considerazione). Ma come peso nella proposta politica successiva. E mi sembra, tutto questo, vecchia politica: e, di fatto, se non è del tutto sbagliata l’analisi che ho fatto all’inizio, conservazione. Dov’è, nel progetto bersaniano, e soprattutto nell’apparato che non a caso quasi unanimemente lo sostiene, la novità, l’innovazione, la discontinuità, il progetto di una nuova società?
Per questo penso che, comunque vada, sarà utile che Renzi abbia un risultato significativo: per il rinnovamento del PD e, soprattutto, per la modernizzazione del paese. Naturalmente, spero che Renzi possa non solo gareggiare, ma vincere. Vincere le primarie, per poi correre alle elezioni come leader della coalizione di centrosinistra, con la possibilità di vincerle davvero. Ottenendo un risultato – di questo sono convinto – migliore di quello che otterrebbe Bersani, non parliamo di Vendola o di Puppato.
Questo paese sta affondando nel suo stesso immobilismo, in un’aria mefitica come una palude.
E non voglio dover pensare che il futuro sia la brutta copia – solo più povera, e ancora più inquietante – del presente. Ho dei figli: non voglio pensare che la salvezza, per loro, stia solo nello studiare inglese e nell’andarsene di qua. E sento una responsabilità, per questo. Non posso pensare un domani, di fronte alle loro domande, di dover dire che non ho fatto nulla, che sono stato a guardare.
L’impressionante serie di scandali che sta travolgendo le istituzioni del paese, ci mostra quanto il comportamento dei ceti dirigenti italiani sia radicato in una rete di relazioni, di comportamenti, e di modi di pensare la politica, che deve essere fatta saltare, né più né meno. Il livello di inefficienza, di incompetenza e di irresponsabilità del sistema, che tutti hanno contribuito a mantenere e spesso a peggiorare, non foss’altro che con le proprie inerzie mentali e politiche, è già molto oltre il livello compatibile con la stessa democrazia reale. Le diseguaglianze sostanziali, non solo di redditi e di rendite, ma più complessivamente tra garantiti e non garantiti, sono tragicamente aumentate: e troppi protagonisti erano tutti lì, in questo periodo storico, e avrebbero potuto fare molto più di quanto hanno fatto e stanno tuttora facendo, e ci sono ancora (a sostenere chi, in queste primarie, lasciamo tirare a indovinare). E di questa tragedia sono corresponsabili. E non si tratta solo di politica: deve ancora cominciare una innovazione, un ricambio – direi di più: una ricostruzione, valoriale (morale) e di metodo – nelle istituzioni, negli enti, nell’associazionismo anche imprenditoriale, nelle camere di commercio, negli ordini professionali, nelle fondazioni bancarie, nella dirigenza della pubblica amministrazione, nelle municipalizzate, nelle università, e via elencando.
Questo intreccio di interessi è una tragedia nazionale. Un dato strutturale che costituisce l’ingombro sostanziale, la pietra d’inciampo principale di qualsiasi tentativo di riforma del paese. Perché è dentro e dietro a questo male che segue tutto il resto: l’immobilismo, l’incapacità di premiare il merito, l’inabilità alla riforma quale che sia, l’estenuante peso dell’inerzia (si è sempre fatto così, perché cambiare…), il disprezzo delle virtù civiche, il pressapochismo, il parassitismo a spese del pubblico.
Se da tutto questo vogliamo davvero uscire, l’unica cura possibile, la precondizione di qualsiasi altra terapia, di qualsiasi vera innovazione, non può essere che un radicale ricambio, un vero e proprio reset istituzionale e organizzativo, ma in primo luogo umano: di persone, di facce, di metodi.
Non è credibile affidare la riforma delle istituzioni (tutte, non solo quelle pubbliche) a chi ha finora incarnato il continuismo dominante. Non è immaginabile che proponga l’innovazione chi finora si è felicemente accomodato nel compromesso come metodo, prima ancora che come obiettivo. Non è ipotizzabile che la volontà e il necessario pragmatismo del decidere sia patrimonio di chi ha praticato finora l’ideologia del non fare, ma del fare finta (mascherata dall’ipocrita espressione del ‘fare sintesi’).
Ed è interesse preciso almeno di chi finora non ha beneficiato di questo sistema, e anzi ne è stato vittima – i giovani talenti costretti ad emigrare, gli imprenditori che innovano e pagano le tasse, tutti coloro che fanno bene il proprio lavoro (dall’insegnante magari precario al medico ospedaliero, dall’impiegato onesto all’amministratore locale impegnato, dall’operaio sottopagato al dirigente scrupoloso e senza stock options) senza alcuna speranza che il loro sforzo venga premiato da altro che la propria dignità – e di chi si ritrova prigioniero dell’immobilità sociale perché privo delle relazioni che contano e che sole aiutano a contare, spingere nella direzione di un cambiamento radicale.
Difficile sperare in una riforma purchessia, altrimenti.
Per cui, almeno stavolta, proviamoci. Adesso…

Stefano Allievi

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