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Primarie: un appello agli indecisi

A voi, che avete votato per Nichi Vendola e Laura Puppato
E a voi, che siete indecisi

Ci provo. Vi scrivo. Per parlare con voi. Voi, personalmente: non le persone per cui avete votato. Perché il voto lo decide ognuno di noi. Al primo turno come al ballottaggio. Nessuno, come è stato detto giustamente, è proprietario dei voti che ha preso.
Molti di voi sono miei amici, e non è un caso: con i quali ci siamo confrontati spesso, in passato, e torneremo a farlo, in futuro, spesso trovandoci d’accordo. Ci uniscono molte cose, ma ci siamo divisi sul candidato da appoggiare alle primarie: abbastanza equamente, tra Renzi, Vendola, Puppato, e anche Bersani. Poco male. Provo a cercare di spiegarvi (non tenterò di convincervi: solo, vi racconto di me) perché, con idee spesso simili alle vostre, partendo da presupposti spesso simili ai vostri, ho votato per Matteo Renzi, e lo rifarò. Cercando, nonostante tutto, di ragionare su alcune vostre obiezioni. E antipatie.
Comincio da queste. E dai personalismi. Perché lo so benissimo: con voi ci parlo, e leggo quello che scrivete. Intorno a Renzi c’è, da parte di alcuni di voi, un astio personale, un’antipatia viscerale (e apprezzamento, e simpatia, da parte di altri). Non la giudico. Forse la capisco persino: non mi sono mai ‘innamorato’ di un politico, e ne vedo quindi pregi e difetti. Ma non la considero. Anche se penso che sia un ingrediente importante della politica, anche per guidarci nelle nostre scelte. Mi limito a constatare che molti di voi sarebbero i primi a dire che contano i contenuti. E applicate la cosa a tutto: tranne che a Renzi. Per dire, il fatto che alcuni di voi passino più tempo a parlar male di Renzi che a parlar bene di qualcuno o di qualcosa (magari autoconvincendosi a votare Bersani per non votare Renzi, senza molti altri argomenti) mi interroga: su un’antica malattia infantile su cui parte di noi ha in passato molto riflettuto… Io, qui, provo solo a interrogare la nostra idea di sinistra. E vi dico la mia.

Il punto di partenza: cambiare

Comincio da una sensazione, che provo. E’ la prima volta che ho concretamente la sensazione che possano cambiare le cose, in questo paese. Mai come oggi vedo questa possibilità. Mai come oggi penso che questo strano dopoguerra che stiamo vivendo – senza avere avuto una guerra, ma con lo stesso bisogno di ricostruire quasi da zero le fondamenta e il patto sociale del paese, a partire dalle macerie che le generazioni e la politica precedente ci hanno lasciato – stia finalmente iniziando. Che possiamo pensare a ricostruire, progettando diversamente, l’edificio comune.
Questa richiesta e questa promessa di cambiamento si manifesta in forme ancora oscure, ambigue. Una è l’astensionismo. Un’altra è Grillo: i cui elettori mi stanno a cuore, perché sono un interrogativo sano, per noi, e spesso vorrebbero cose che vorremmo anche noi. Ma un’altra ancora è cominciata a livello locale. Con l’esperienza cui sono più vicino (per obiettivi, per metodo, e anche per origine territoriale, visto che vengo da lì): quella milanese di Pisapia; ma anche quella cagliaritana di Zedda, quella genovese di Doria, quella pugliese di Vendola, e quella fiorentina di Renzi. Esperienze di un modo diverso di governare, a livello locale, che hanno in comune una cosa, importante: sono partite dal basso, e hanno dovuto combattere contro l’ottusità di gruppi dirigenti ancorati a un’altra idea di politica, per imporsi. Gruppi dirigenti che oggi, unanimemente, sostengono Bersani, sia detto non incidentalmente. Perché – al di là della figura di Bersani stesso, che personalmente stimo – si sentono più garantiti nella loro continuità, e nella continuità delle logiche della vecchia politica contro cui tutte le persone che ho nominato hanno dovuto combattere, vincendo. Ecco, io su questo ci rifletterei. E’ un segnale, serio. Un’altra promessa di cambiamento sono i movimenti che percorrono la società civile, l’insofferenza verso le scelte ‘ovvie’ della politica (e della tecnica che fa politica) attuali, da parte degli studenti, delle donne, delle giovani generazioni che non vogliono essere obbligate ad andarsene per trovare spazi di libertà d’azione – e, più semplicemente, di lavoro – in una società immobile e gerontocratica. E un’altra ancora sono state le primarie, le persone che ci hanno partecipato e le hanno rese vive, la voglia di partecipazione pulita che hanno mostrato. E i vari candidati che vi si sono giocati. Tra i quali, tra poco, dovremo sceglierne uno. Se non il più vicino alle nostre posizioni, quello meno lontano, e che più ha possibilità di far vincere un disegno modernizzatore, innovatore, di cambiamento, di riforma, chiamiamolo come vogliamo: comunque sia, il più lontano possibile dalla stagnazione, dalla cosa di prima, dal passato, dalle macerie che il passato ci ha lasciato.

Il cambiamento: ma quale cambiamento?

Non starò a spiegare in dettaglio il programma di Renzi. Del resto i programmi dei vari candidati hanno vaste aree di sovrapposizione: e non potrebbe essere altrimenti, dato che si tratta di candidati della stessa coalizione (e ora, al ballottaggio, dello stesso partito). Ci sono anche differenze d’accento, tuttavia: altrettanto significative. E soprattutto omissioni, che di solito sono la cosa più importante: e ogni candidato ha le sue. Mi limito a sottolineare l’enfasi, nel programma di Renzi, sulla trasparenza, sulla semplificazione, sul ricambio, sulla parità di opportunità, sul merito, sulla qualità, sui diritti, sul ridare slancio e movimento a un paese immobile, sul far ripartire l’ascensore sociale: che si parli di scuola o di mercato del lavoro, di pubblica amministrazione o di funzionamento e costi della politica, di sud o di asili nido, di fisco o di pubblica amministrazione, di trasparenza o di finanziamento all’impresa. Certo, ci sono differenze di valutazione, anche serie, su singole ricette: ma non si può negare che l’impianto generale sia questo. A me basta. Per me questo è cruciale. Per me è la priorità. Per me è la cosa più di sinistra che c’è.
Perché la cosa fondamentale è il progetto complessivo, non le singole ricette. In sintesi: quello di sbloccare un paese immobile. Che, nell’immobilismo, rischia di perire. Quello di attaccare i privilegi, le corporazioni, le incrostazioni, le zavorre, le burocrazie (e andate a vedere con chi stanno, e chi voteranno, quelli che, nei vari settori, sono le corporazioni, le incrostazioni, le zavorre, le burocrazie, e anche i privilegi: che sono di tanti tipi, dai superstipendi inutili che ci si è accorti che era ora di toccare solo quando si è fatta sentire l’insofferenza popolare, al mantenere un ufficio e un lavoro pubblico – uno qualsiasi, incluso il mio – lavorando poco e male, in maniera inefficiente, senza progettualità e valutazione, e spendendo senza criterio, tanto pagano altri – ed è forse l’ingiustizia più grave e meno percepita: perché paga chi non può evadere, il lavoro dipendente e l’impresa soprattutto, e con quello che si spende male si toglie a chi ha bisogno, dal welfare e dai servizi sociali all’investimento e allo sviluppo).
E’ un progetto, questo, che hanno anche coloro che, nel nostro campo, pensano a un nuovo modello di sviluppo per il paese, tra l’altro. Ecco, io penso che le due cose vadano insieme, e siano una precondizione dell’altra. L’ipotesi modernizzatrice, diciamo così, e liberale nel senso largo (nel senso dei diritti, ad esempio, e delle opportunità: non solo in senso economico), si sposa molto bene con quella dell’altro punto di vista, del nuovo modello di sviluppo, se vogliamo. Sono alleati naturali. E il fatto che troppo spesso si vivano reciprocamente come nemici è un problema in più, un frutto malsano della stagione delle ideologie, o di personalismi con poco fondamento. Faccio solo un esempio: un paese più libero e liberale nel senso che ho detto (non, quindi, semplicemente liberista), non offeso e prigioniero delle burocrazie di tutti i tipi (mentali, statali, corporative e quant’altro), è una precondizione anche di una riflessione sui fondamentali che parta dall’ambiente, dall’energia pulita, dal rinnovabile e dal sostenibile, dai modelli di consumo, dalla knowledge economy, dalla cultura, dalla partecipazione vera alle scelte, dalla qualità (della vita, dell’ambiente, delle relazioni), ecc. Senza la prima cosa (i diritti, le opportunità, la libertà dalle costrizioni e dalle burocrazie, la qualità, il merito, la mobilità), la seconda (un nuovo modello di società, con priorità diverse e differenti gerarchie di valori, più sobria e sostenibile, più giusta e partecipata, più attenta a chi ha meno) è un sogno lontano. Non a caso i paesi che in Europa sono più avanti sulla seconda, e a cui ci ispiriamo, sono anche quelli che non hanno bisogno della prima perché l’hanno già conquistata da decenni. E possono svoltare verso la sostenibilità, la qualità, e anche l’equità, perché una autentica rivoluzione liberal (ovunque: dai diritti di tutti alle opportunità di partenza per tutti, non quella a suo tempo promessa da Berlusconi) l’hanno già fatta, e hanno stati e istituzioni che funzionano proprio perché rispondono ai cittadini, con criteri di efficienza, di trasparenza, che favoriscono la partecipazione e il coinvolgimento delle energie positive della società. Noi no. Se si fa la prima cosa, e insieme si pensa la seconda, ne usciamo, dalla crisi, e bene, altrimenti no. Ma se non si fa la prima, la seconda è una mera dichiarazione d’intenti, un vago auspicio, o un indirizzo di vita personale, e poco più. E resteremo lì, a fare qualche chiosa critica al pensiero unico, nemico comune, comodamente acquattati nei nostri privilegi, per chi ne ha ancora – e saranno sempre meno – che tanto i nostri errori li pagheranno altri e altre generazioni.
Per fare questo – per cambiare il paese, liberarlo, e pensare quello nuovo – bisogna passare, tra le altre cose, anche attraverso un radicale cambio di persone, oltre che di metodo e di obiettivi. Non è semplicemente pensabile che chi ha fatto finora una cosa faccia l’opposto con convinzione. Al massimo farebbe finta, come è stato finora. E sarebbe una presa in giro e una perdita di tempo ulteriore. Che non possiamo permetterci. Mettiamola così: in un programma e in un progetto che sblocca l’Italia, è più facile metterci dentro anche quello che ancora non c’è, un’Italia diversa. In un’Italia bloccata restiamo ingessati e prigionieri tutti quanti.
In questo senso, per me Renzi, Vendola, Puppato (e in fondo anche Tabacci: non a caso Pisapia – il modello di esperienza politica cui mi sento più vicino – se l’è scelto come collaboratore chiave), sono alleati naturali. Lottano tutti per una svolta: vogliono una riforma radicale del paese. E almeno per un tratto di strada, tutt’altro che breve, dovrebbero camminare uniti. Anche Bersani probabilmente la vorrebbe: ma si porta dietro chi finora non l’ha voluta, è questo il suo vero problema. Io credo nelle sue buone intenzioni: molto meno, anzi per niente, in quelle della ingombrante ‘ditta’ che si porta dietro, al potere di blocco, al peso dell’inerzia.
E a voi tutti, che eccepite su questo o quell’aspetto del progetto di Renzi, faccio notare alcune cose.
Non è chiaro – non è abbastanza a sinistra – sul tema dei diritti? E allora come mai il primo candidato gay alle primarie del Pd, uno di quelli che più ha fatto per rendere visibili queste tematiche nel partito, Ivan Scalfarotto, sta con Renzi? E’ di destra anche lui?
Non è chiaro – non è abbastanza a sinistra – sul tema dell’ambiente e della sostenibilità? E allora come mai la persona che più ha fatto per traghettare le tematiche ambientali nella cultura politica della sinistra e oggi del Pd, prima attraverso Legambiente e poi con l’impegno politico diretto, Ermete Realacci, sta con Renzi? E’ di destra anche lui?
Non è chiaro – non è abbastanza a sinistra – sul tema dell’immigrazione? E allora come mai la persona che più ha lavorato, nel Pd, per i diritti degli immigrati, che ha scritto la legge sulla cittadinanza, che si è impegnato sui diritti delle seconde generazioni, Andrea Sarubbi, sta con Renzi? E’ di destra anche lui?
E infine. Non è chiaro – non è abbastanza a sinistra (e ascoltato dal livello di governo più vicino ai cittadini: i comuni) – sul tema del governo delle città, sui bisogni dei cittadini, sulla qualità dell’amministrazione? E allora come mai il presidente dell’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni d’Italia, Graziano Delrio, sta con Renzi? Uno, tra l’altro, che è stato scelto anche lui dalla base (i sindaci) contro l’ennesima operazione di vertice dei partiti, del Pd, che aveva cercato di imporre un altro candidato, e che ha perso, per l’ennesima volta, per la sua incapacità di ascoltare: ennesimo segnale di un partito lontano dalla realtà. E indovinate con chi stanno quelli che avrebbe voluto un esito diverso…).
Ecco, io credo che se queste persone stanno con Renzi, al di là delle diversità d’accento di ciascuno di loro, è perché sono convinti che tutto quello per cui lavorano si possa fare meglio all’interno di un progetto di radicale rinnovamento della società e della politica. E Renzi, va detto anche questo, ha avuto il coraggio di imparare ad ascoltarli, senza la presunzione di avere sempre in mano la verità migliore. E forse, a questo punto, dobbiamo reinterrogarci noi su cosa è di destra e cosa è di sinistra: davvero, non solo come dichiarazione d’intenti, e di appartenenza (quello è facile: siamo capaci tutti). Ecco perché penso che quella che Renzi interpreta sia una sinistra diversa, non una destra cosmeticamente truccata. Non pretendo di convincervi. Ma io ne sono convinto.
La logica astratta di schieramento ideologico non è necessariamente la più utile per comprendere la posta in gioco, oggi. E a me sembra la meno adatta. Non solo a leggere le cose: soprattutto a cambiarle davvero. Per esempio: se all’opposizione destra-sinistra sostituiamo l’opposizione conservazione-cambiamento (o rinnovamento, o riforma, scegliete voi), forse c’è materia per interrogarsi. Su dove sta la conservazione, ad esempio. Io ho la sensazione che ce ne sia molta anche a sinistra. Anche quella che, a parole, vuole cambiare: possibilmente tutto, senza accontentarsi di cambiamenti piccoli. E intanto le cose vanno avanti per la loro strada, per inerzia. Perché noi siamo dalla parte giusta: ma governano altri…

Chi può vincere le elezioni

A questo punto, un ragionamento è necessario. Lo so che non sposterà nemmeno un voto, tra i già convinti. Ma è doveroso.
Sappiamo tutti, lo percepiamo, e ce lo dicono i sondaggi più seri, che alle elezioni chi ha la possibilità di prendere più voti, e quindi di vincere, tra Bersani e Renzi, è Renzi. Può piacere o meno, ma è una realtà. La mia domanda è semplice: vogliamo davvero vincere?
Perché ho la sensazione che per molti sia meglio perdere in purezza – e quindi non cambiare – che vincere, anche attraverso chi magari non veicola tutte le nostre aspettative, ma ci garantisce almeno una ripartenza. Che sia meglio non cambiare con il richiamo al voto di appartenenza che cambiare con l’aiuto del voto di opinione. Che sia meglio non chiedere il consenso di altri: anche se molti degli altri – quelli che oggi si astengono, quelli schifati dalla politica, quelli che votano Grillo, e anche quelli che hanno votato Lega o si sono lasciati sedurre dalle sirene berlusconiane – erano dei nostri, lo sono stati e se ne sono andati delusi perché non abbiamo cambiato davvero, nemmeno quando potevamo (vale per molti dei nostri ex-iscritti e votanti alle precedenti primarie, ad esempio), o lo sono oggi potenzialmente, in una situazione economica e in un quadro politico che sta cambiando radicalmente.
Lo so: il fatto che un candidato abbia maggiori possibilità di vittoria, se non è il nostro, difficilmente sposta il nostro voto. Che non è solo razionale. E capisco che una parte di noi, di voi, preferisca perdere con il proprio candidato che vincere con un altro. Lo capisco, anche se non lo condivido. Ed è per questo che sto cercando di farvelo notare. A voi, indecisi. A voi, il cui candidato non è più in lizza.

Il mio candidato ideale alle primarie

L’ho detto in altre occasioni. Il mio candidato ideale alle primarie non esiste. Probabilmente è un cocktail: due parti di Renzi, una di Puppato, una di Bersani, due cubetti di Vendola, una spruzzata di Tabacci, il tutto sapientemente shakerato. Le proposte di liberazione delle energie prigioniere di Renzi, l’agenda più ambientalista di Puppato, la capacità di navigare di Bersani, la capacità di vedere un mondo diverso di Vendola, e infine la competenza economica e la capacità di sporcarsi le mani con il reale senza perdere di vista l’etica di Tabacci.
Ma la politica, per me, è l’arte del possibile, ispirata a un ideale, e applicata al reale, alle condizioni date. Nelle condizioni date c’è da scegliere tra due candidati: o Bersani, o Renzi. Potete anche non votare: so che alcuni di voi faranno così, me l’hanno già detto. Non sentendosi più interamente rappresentati, non accetteranno di farsi rappresentare per metà. Per me è sbagliato. Per me, oggi, è il momento di scegliere. Perché si sceglie la direzione di cambiamento del paese. Più che in altre occasioni. Più che in altre elezioni. Proprio perché, in qualche modo, si ricomincia. Se non da zero, da tre…

Concludendo…

Questo paese sta affondando nel suo stesso immobilismo. Io non voglio dover pensare che il futuro sia la brutta copia – solo più povera, e ancora più inquietante – del presente. Ho dei figli: non voglio pensare che la salvezza, per loro, stia solo nello studiare inglese e nell’andarsene di qua. E sento una responsabilità, per questo.
L’impressionante serie di scandali che sta travolgendo le istituzioni del paese, il livello di inefficienza, di incompetenza e di irresponsabilità del sistema, è già molto oltre il livello compatibile con la stessa democrazia reale. Le diseguaglianze sostanziali, non solo di redditi e di rendite, ma di opportunità, e più complessivamente tra garantiti e non garantiti, sono tragicamente aumentate. E c’è bisogno di uscire da un immobilismo soffocante, da un continuismo sostanziale di metodi e di pratiche politiche, dall’incapacità di premiare il merito, la qualità e la competenza, dall’inabilità alla riforma e alla sperimentazione di nuove strade, dall’estenuante peso dell’inerzia (si è sempre fatto così, perché cambiare…), dal disprezzo delle virtù civiche, dal pressapochismo, dal parassitismo a spese del pubblico e all’ombra della politica.
Mentre questo accadeva, troppi protagonisti della politica attuale, anche di centrosinistra, erano già lì, e avrebbero potuto fare molto più di quanto hanno fatto e stanno tuttora facendo, e ci sono ancora (a sostenere chi, in queste primarie, lasciamo tirare a indovinare). E di questa tragedia sono, almeno in parte, corresponsabili. Se da tutto questo vogliamo davvero uscire, l’unica cura possibile, la precondizione di qualsiasi altra terapia, di qualsiasi vera innovazione, non può essere che un radicale ricambio: di persone, di facce, di metodi.
Non è credibile affidare la riforma delle istituzioni a chi ha finora incarnato il continuismo dominante. Non è immaginabile che proponga l’innovazione chi finora si è felicemente accomodato nel compromesso come obiettivo, prima ancora che come metodo. Non è ipotizzabile che la volontà e il necessario pragmatismo del decidere sia patrimonio di chi ha praticato finora l’ideologia del non fare, o del fare poco, o del fare finta (mascherata magari dall’ipocrita espressione del ‘fare sintesi’).
Difficile sperare in una riforma purchessia, altrimenti.
Dobbiamo vincere la rassegnazione. Uscire dai personalismi. Puntare sul cambiamento. Uscire, anche, da un falso attaccamento alle radici: è dai loro frutti, che si riconoscono gli alberi buoni, le radici solide. Non dal richiamo ingannevole al passato: non sempre glorioso, peraltro.
Queste primarie hanno già cambiato il Pd, e anche il centrosinistra. Il cambiamento, all’interno, è già avvenuto: per chi l’ha propugnato e per chi l’ha combattuto. Siamo già diversi da prima, e in meglio. Adesso dobbiamo cambiare il Paese.

Una risposta a Primarie: un appello agli indecisi

  • Cagnotto scrive:

    Ti ringrazio profondamente di queste riflessioni che si sovrappongono esattamente con il mio pensiero. E trovo incredibile che questo non venga colto; specialmente non capisco come tanti giovani non abbiano percepito queste cose.
    Basta parlare con la gente per capire come sarà lo scenario alle prossime politiche nell’ipotesi di candidati come Bersani, Berlusconi( che sembra aver sciolto definitivamente la riserva) e Grillo .
    Risultato : astensionismo alle stelle, grande successo del comico e instabilità e ingovernabilità del Paese con successivo e definitivo tracollo.
    Pessimismo del più nero ? No ,facile previsione visti tutti gli antecedenti e l’umore della gente che ci si continua a dimenticare che non è schiava di ideologie,ma ha solo un grande desiderio di cambiamento,rinnovamento e che si pensi ad un programma concreto per uscire da questo tunnel e sinceramente chi mi ha dato più risposte in merito è stato Matteo Renzi , che tra l’altro come amministratore sa perfettamente come stanno vivendo i cittadini e sta mettendo in pratica nel suo Comune quanto ci sta dicendo in questi mesi.

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