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Evviva le primarie: le prossime

Evviva le primarie: le prossime
Una riflessione per i posteri

Le primarie sono una bella idea, e una bella occasione. Perché venga colta nella sua interezza, aspettiamo la prossima volta.
E’ comunque un passo positivo, quello che è stato fatto: perché è un inizio, appunto. Perché con questo processo potrebbero diventare una prassi sostanzialmente irreversibile, da cui non si potrà più tornare indietro. L’alternativa, del resto, sarebbe stata quella di nominare i propri parlamentari nel chiuso delle segreterie, come faranno altri partiti. Nel PD, almeno, saranno legittimati da una elezione, anziché nominati. Ma rischiano di essere gli stessi, o quasi. Ecco perché.
Deroghe. E’ la cosa meno importante: ma parliamone. Il segretario si riserva una quota del 10% degli eleggibili. E’ ragionevole, per favorire i competenti rispetto ai signori delle tessere, visto che di competenza, in politica, c’è bisogno, e gli elettori la richiedono. Anche se dai nomi che già si profilano, e da quelli già esclusi, pare che ne beneficeranno più i burosauri della politica come professione che i leoni della competenza a servizio della sfera pubblica. Saranno meno del 10%: questa è una buona notizia. Molte saranno inutili, e avranno un valore aggiunto assai modesto, in termini di competenze vere: questa è una notizia meno buona.
Deroghe per altri candidati. Si è detto che i sindaci di paesi oltre i 5000 abitanti non avrebbero potuto concorrere. E così anche i consiglieri regionali, e altri. Poi si è aperto il meccanismo delle deroghe. Meglio sarebbe stato, sul piano del principio, scegliere un criterio oggettivo, quale che fosse, e applicarlo senza deroghe, dal livello nazionale in giù. Così si lascia capire che c’è chi conta più di altri. Che la regola è la regola, ma l’eccezione vale più della regola: un meccanismo obliquo, non trasparente, non pubblico, che fa diventare la deroga regola, ma solo per i più forti. Come nel noto sillogismo bindiano: lo statuto prevede le deroghe, quindi la deroga è una regola, quindi se io chiedo la deroga ne ho diritto, perché la regola lo prevede…
Firme. Gli aspiranti candidati devono raccogliere il 5% (poi si è passati al 3%) delle firme degli iscritti. Anche questo è ragionevole: le primarie non possono essere la carica dei 101, la corsa disordinata dei dilettanti allo sbaraglio. Ma i parlamentari uscenti ne sono esentati, pur essendo quelli che farebbero meno fatica a raccoglierle. Così, pur partendo già più garantiti e conosciuti, e con il sostegno, di solito, delle strutture di partito, avranno avuto più tempo a disposizione per la campagna elettorale (e in questa tornata il fattore tempo è cruciale, essendo così poco). Gli altri, hanno passato i primi giorni a raccogliere le firme di appoggio alla candidatura, e qualcuno non ce l’ha fatta. Ma accade anche altro. Alcuni parlamentari uscenti hanno deciso di raccogliere le firme lo stesso, pur non avendone bisogno. L’effetto, se non lo scopo, sembra essere solo quello di togliere spazio agli altri candidati. Vecchia politica, diciamo così: educatamente. Delle due l’una: o dovevano raccogliere le firme, o non dovevano raccoglierle. Tertium non datur: ma è quello che è accaduto.
La tempistica. E qui ci colleghiamo al calendario. Sì e no una settimana di campagna elettorale: un nonsense, che si sa già chi privilegia – chi ha già, dietro di sé, un struttura, di partito, di corrente o di tribù. Finito di raccogliere le firme, ci sono i giorni di Natale, in cui anche i giornali non escono, per dire. Restano tre giorni di campagna elettorale vera e propria – in periodo di vacanza – poi si vota. E’ chiaro come il sole che quasi nessuno, che non sia vicino alle strutture di partito e, diciamo così, loro amico, potrebbe avere tempo e spazio sufficiente per farsi conoscere. Di fatto, viene privilegiato il voto di appartenenza (noi ex-Ds, noi ex-Popolari, ecc.) e quello territoriale (i sindaci, ad esempio), rispetto al voto di opinione. Ricordiamo, en passant, che per i classici della politologia il voto democratico per eccellenza è il voto d’opinione: voto te perché mi convinci, e il tuo partito perché mi convince. E domani, se sarò deluso, voterò un altro partito e un altro candidato. In questa occasione non sarà così: nessuno avrà tempo per convincere nessun altro. Alla fine, a livello nazionale, a occhio, verrà eletta una manciata di parlamentari autocandidati: gli altri sarebbero stati eletti comunque, ma saranno legittimati di più e meglio, come fossero eletti dal popolo, anche se non sarà così.
Il corpo elettorale. Il corpo elettorale saranno gli elettori delle primarie per la premiership. E gli iscritti al PD del 2011 che non avessero votato o rinnovato nel 2012, purché lo facciano. Nessuna possibilità di registrarsi e partecipare per votare, come avvenuto nelle altre primarie (incluso nelle ultime per la premiership, pur con i loro limiti): eppure è evidente che le motivazioni per partecipare e sostenere un candidato parlamentare sono diverse da quelle per eleggere il leader della coalizione. E potrebbero avere un effetto di trascinamento di consenso molto maggiore. Con questa scelta sarà invece molto inferiore. Non propriamente la ricerca di un elettorato vasto, e di opinione. Di fatto, se andrà bene, i votanti saranno tra la metà e un terzo dei votanti alle primarie per la premiership (quelle del duello Bersani-Renzi, per intenderci). Meglio di niente. Ma, di fatto, saranno una consultazione degli iscritti, allargata a una quota di simpatizzanti: una conta interna più che una consultazione di popolo. In cui le dinamiche di parte e di partito (inteso come struttura, non come comunità di persone), conteranno molto di più di quelle di fiducia in alcune persone o in alcuni progetti, o della condivisione di idee e di obiettivi. Va bene lo stesso: ed è una notizia positiva comunque (altri non fanno nemmeno questo: al massimo commissionano sondaggi…). Ma è onesto chiamare le cose con il loro nome. Le primarie sono un’altra cosa.
Accoppiamenti uomini e donne. La doppia lista e la doppia preferenza, uomini e donne, ha una sua ragionevolezza, ma rischia per certi versi di falsare la competizione. Un conto è riservare una quota significativa alle donne (anche la metà, ovviamente). Un altro è utilizzare complessi meccanismi di doppia preferenza, che finiscono per favorire non le persone, ma le accoppiate, di fatto inficiando il meccanismo ‘una testa un voto’. Con il meccanismo adottato, un uomo debole, sostenuto da una donna forte, potrebbe prendere voti che non prenderebbe altrimenti. E viceversa. Sono laico, non ideologico: vorrei un supplemento di discussione sul meccanismo. L’alternativa, per raggiungere lo stesso risultato, potrebbe essere quella di far esprimere la preferenza, e poi eleggere comunque un tot di uomini e un tot di donne. In questo caso, l’effetto sarebbe solo di far eleggere delle donne con meno voti degli uomini, come già avvenuto in passato. Ma non di falsare la rappresentanza attraverso le accoppiate. Confesso di non avere idee precise, e nemmeno pregiudiziali ideologiche. Ma vorrei che per la prossima volta ne discutessimo un po’, senza dare per scontato niente, salvo il desiderio, che sottoscrivo al duecento per cento, di vedere progressivamente affermarsi una presenza paritaria delle donne in politica.

Per concludere. Bersani ha fatto una operazione lungimirante. E politicamente intelligente. Il precipitare dei tempi non è stato colpa sua, del resto. Il fatto che non sia stato discusso alcun regolamento negli anni e nei mesi precedenti però un po’ sì, visto che è un anno almeno che una parte del PD le primarie le chiede attivamente e propone regolamenti (e cinque anni che se ne parla, dopo tutto): è la presidenza, e la segreteria, che non ha mai risposto, ha ritardato, ha rinviato…
Io credo nelle buone intenzioni di Bersani. Le primarie del resto gli saranno utili: a liberarsi di alcune zavorre, fastidiose in primo luogo per lui. E credo che ci creda: ha capito che sono importanti, fin dal momento in cui ha accettato di mettersi in gioco lui stesso, rischiando, e vincendo, ottenendo un risultato travolgente – non solo per se stesso, ma per il PD, che tra prima e dopo le primarie ha guadagnato dieci punti di consenso. Constato, però, che di fatto, in questo caso, per le modalità con cui le primarie si svolgeranno, ha consentito un’innovazione di metodo che finirà per legittimare lo status quo nel merito. Perché è questo che, nella maggioranza dei casi, accadrà. Come si sta osservando plasticamente a livello locale: dove non si sta affatto ridisegnando il metodo di selezione delle leadership per consentire al corpo elettorale di scegliere i migliori, ma si stanno ripetendo i più biechi compromessi (e in questo le doppie candidature, maschili e femminili, aiutano) per far eleggere gli esponenti delle rispettive componenti storiche. E dove l’atto più importante è la spartizione delle candidature in sedi ristrette, di cui il voto di un corpo elettorale ridotto e demotivato sarà solo la ratifica finale. Con alcune lodevoli eccezioni.
Un effetto negativo significativo, di cui la pubblica opinione si è accorta benissimo, l’abbiamo già davanti agli occhi. Di fatto in queste primarie abbiamo visto candidati ex-Ds e candidati ex-Popolari, candidati bersaniani e candidati renziani (o puppatiani), candidati giovani e candidati donne, candidati raccomandati e candidati autocandidati. È mancata solo una categoria: i candidati del Partito Democratico. Come se le primarie, quelle altre, quelle che hanno sancito un partito capace di discutere e di lasciar affrontare prospettive e persone differenti, ma anche onestamente diviso sulla strada da intraprendere, e quindi bisognoso di discusione comune e di pratiche condivise, non fossero mai avvenute. Come se tutto fosse come prima.
Detto questo, considero queste primarie un grande progresso. E prendo atto, e do atto, che il segretario ha fatto comunque una scelta coraggiosa, che avrebbe potuto non fare. E che se non avesse fatto, dati i tempi, nessuno gli avrebbe potuto seriamente contestare. E’ il segno che si è intestato una ipotesi di rinnovamento che, probabilmente, originariamente non gli era propria, e che molti dei suoi non volevano, perché si è convinto della sua bontà. E questo gli fa onore, come leader, e ne testimonia l’intelligenza politica.
Con quest’atto politico forte, inoltre, le primarie diventano di fatto sostanzialmente irreversibili: nessuno potrà più metterle seriamente in discussione. E questo farà davvero del PD un partito diverso da altri. Inoltre – e questo lo può dire con legittimo orgoglio – solo il PD ha dimostrato la forza di poterle organizzare: da solo, contando solo sulle proprie forze, in così poco tempo, con così tanti appuntamenti, mettendo in campo una struttura di organizzazione e di volontariato così imponente, a livello nazionale. Del resto, le primarie sono una novità, per tutti: e probabilmente si impara a farle soltanto facendole, come tutto. Era difficile immaginare che nascessero già come frutto maturo. E’ per questo che sono un bell’inizio, in ogni caso. Anche se si comincerà, per davvero, soltanto dalla prossima volta.

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