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La scelta di non scegliere

E così, mentre il centrosinistra, archiviate le primarie, si consolidava sotto una leadership e un progetto riconosciuti, incrementando il suo consenso, e il centro si riorganizzava, Berlusconi ha pensato bene di estrarre l’ultimo coniglio dal suo cappello: se stesso.
Adesso la destra (perché è il caso di chiamare le cose con il loro nome: questo non è un centrodestra) un leader ce l’ha: ed è lo stesso di venti anni fa, il fondatore e proprietario del partito. Si torna al passato: il leader di oggi è quello di ieri, il partito di oggi è, come ieri, quello che il leader vorrà, con le persone che deciderà. Senza progetto condiviso, senza discussione collettiva su finalità e obiettivi. Ma vent’anni, in politica, sono un’era geologica: la durata del fascismo, per dire. Non passano senza conseguenze.
La destra italiana ha scelto di non scegliere. Di tornare al passato perché non sa dove vuole approdare in futuro: tanto meno dove vorrebbe portare il paese. Per cui si affida all’unica carta che ha: il leader, che qualcosa salverà. E all’unico metodo che conosce: l’opposizione (ieri ai comunisti, oggi al governo Monti). Il suo programma, lungi dall’essere un progetto per il paese, sarà una critica al governo, e basta: dimenticando, naturalmente, che il governo tecnico è stato messo al lavoro per salvare un paese messo in ginocchio dal precedente governo Berlusconi, come aveva certificato lo stesso Berlusconi andandosene, “per senso di responsabilità” nei confronti dell’Italia. Nel 1994 scese in campo in nome di una rivoluzione liberale, che poi non si fece. Oggi, chissà…

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