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La sconfitta di Renzi e il nuovo PD

Il nuovo Pd alla sfida elettorale, in “Mattino Padova”, 4 dicembre 2012, p.1 (anche La dignitosa sconfitta di un leader, in “Messaggero veneto”, 4 dicembre 2012, p.1)

E’ successo qualcosa di inaspettato, nelle ore immediatamente successive alla fine delle primarie del centrosinistra. Che lo sconfitto ha avuto molto più spazio televisivo, attenzione, e persino più complimenti del vincitore. Che il centro del dibattito è stato chi ha perso, non chi ha vinto. Non solo: contrariamente alle abitudini italiche, lo sconfitto ha ammesso una sconfitta chiara, e ha consegnato la vittoria, come giusto, interamente al vincitore. Con chiarezza. Con trasparenza. Con umiltà inaspettata, persino. Con serietà. E, va detto, sempre relativamente alle abitudini italiche, con stile.
Sembra quasi che oggi il 40% di voti di Renzi conti paradossalmente di più del 60% ottenuto da Bersani: certamente è stato più sorprendente, più nuovo, più inaspettato, e per qualcuno più difficile da digerire. E’ stato importante, nel discorso di Renzi, il riferimento al fatto che oggi, forse, per gli under 40 sarà più facile provarci, a cambiare le cose, ovunque: dalla sua ha l’età, la sua e quella dei suoi elettori, un capitale che si esaurirà più lentamente di quello di altri, anche se niente in politica è duraturo. E’ stato importante anche il chiedere scusa: per la sconfitta, per non avercela fatta, assumendosi le sue responsabilità di leader. E anche l’aver ammesso le cicatrici, le ferite delle accuse personali. Con un discorso sobrio, privo di retorica, alieno al politichese: umano, che per un politico italiano è una discreta novità.
Crediamo che con queste primarie qualcosa sia cambiato definitivamente: nel Partito Democratico e forse nel paese. Una ventata di aria fresca l’ha attraversato. Una corrente, in qualche momento anche fastidiosa e forse minacciosa. I più temevano il rischio della polmonite: la morte del paziente (della sinistra, del Pd, come paventavano alcuni…). Il risultato finale, benefico, sarà invece che l’aria sarà meno viziata per tutti, e si respirerà diversamente. Si ricomincerà in un clima diverso. Potrà non piacere, potrà essere considerato peggiore, ma è diverso, comunque.
E’ nato il Partito Democratico, con queste primarie: le prime vere, contendibili, tra concorrenti reali e visioni diverse. Prima, come dicevano alcuni dirigenti che in questi mesi sono improvvisamente sembrati invecchiati di vent’anni, e a un passo oggi dalla scomparsa dalla scena, poteva sembrare un amalgama mal riuscito di vecchie leadership di partiti del passato. Oggi è davvero una cosa nuova. E non a caso, alla fine di queste primarie, il Pd vale sul mercato elettorale dieci punti più di prima che iniziassero. Merito delle primarie. E merito di chi ha fatto in modo che fossero vere: dei contendenti sconfitti, il finalista in particolare.
E’ nato un popolo di centrosinistra diverso. Critico verso il passato (anche il proprio), senza alcun senso di inferiorità rispetto alle leadership storiche, convinto di incarnare un modo nuovo di pensare la politica e la sinistra, capace, come ha dimostrato, di poter dare battaglia, di sapersela giocare, e anche di perdere con dignità e rispettando i patti. Con uno stile politico diverso da quello del passato: portatore consapevole di una discontinuità aperta, critica, dichiarata, e che non si lascerà facilmente rimettere nell’angolo in cui era stato tenuto fino ad ora. Capace di innovare non solo i linguaggi – cosa di cui è stato accusato, quasi fosse un fenomeno di superficie, di spettacolo – ma i contenuti, andando incontro a una domanda di rinnovamento della politica che si trova anche al di fuori del perimetro tradizionale del centrosinistra, e capace di dialogare con chi sente la medesima esigenza al di fuori di quel mondo. Confuso, dai suoi critici, con l’accusa di essere di destra e di farle l’occhiolino.
E’ nato un leader, infine. Perché Matteo Renzi esce dalla scena delle primarie riconoscendo la sua indubitabile sconfitta. Sconfitta che nasce tuttavia da una scommessa che non si esaurisce: che con la sua candidatura si è aperta, non chiusa. E che lui dovrà in qualche modo guidare in altro luogo.
I personalismi accaniti, l’astio viscerale, spesso primordiale e prepolitico, che pure hanno attraversato queste primarie, che hanno fatto sì che per molti il proprio impegno a favore di qualcuno si mostrasse soprattutto nell’esser contro qualcun altro (cosa che all’inizio della campagna partiva più dalla parte di Renzi e dei suoi, e alla fine si è invece coagulata contro di lui) sono stati un elemento di infantilismo politico che ha mostrato quanto sia ancora viva una certa malattia della sinistra italiana. Ma è anche un meccanismo comprensibile, e inscritto nella logica stessa delle primarie. E le cicatrici del conflitto interno si rimargineranno in fretta. La partita, adesso, si giocherà non solo nel centrosinistra, ma nel paese, alle elezioni. E coinvolgerà tutti gli attori in gioco. Il vincitore, ma anche gli sconfitti. Si ricomincia domani: alle prossime elezioni (e relative primarie), e al congresso del Pd. E non è detto che finisca allo stesso modo. Il campionato è ancora lungo.

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