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La campagna elettorale che vorremmo (e quella che non c’è)

La campagna elettorale si può guardare anche con gli occhi del dopo: del risultato elettorale. E vista così, la si giudica meglio. Anche nell’inutilità delle sue modalità attuali.

Salvo sorprese clamorose, sappiamo già come andrà a finire. Il primo partito sarà il PD. Alleato con SEL, avrà un lusinghiero risultato, che tuttavia non sarà sufficiente per governare. Perché non si tratta solo di ordinaria amministrazione, per la quale potrebbero bastare anche ordinarie maggioranze. Occorre governare una crisi – economica, politica, istituzionale, morale – devastante: la peggiore dal dopoguerra, per il sommarsi di vari fattori di criticità. E occorre attuare le necessarie riforme per uscirne: che sono di sistema, e avranno pertanto bisogno di un consenso ben più ampio di quello del solo centrosinistra.

Per cui l’esito è obbligato: governerà il centrosinistra, in alleanza con un pezzo significativo di centrodestra, quello rappresentato dal centro moderato di Monti. E questa è forse la novità più significativa di queste elezioni: più ancora forse dell’atteso successo e accesso in parlamento di Grillo e dei suoi, o l’atteso insuccesso (o limitato successo) di Ingroia e dei suoi. La notizia vera è la ricomposizione della destra: da quella populista, esagerata, demagogica, di Berlusconi (che resterà, ma non governerà), a quella moderata, governativa, paludata, di Monti. Sarebbe la nascita, in Italia, di una destra presentabile e moderna. Non radicalmente liberale (lo è con più coerenza il movimento di Giannino, che non sembra tuttavia fare presa sull’elettorato), ma neanche quel magmatico partito-persona, senza vero progetto politico, che è stato il PDL.

Se questo è lo scenario, anche i partiti – quelli che governeranno, in particolare – dovrebbero prenderne atto. Non fare finta di essere reciprocamente alternativi, quando si sa che alla fine si dovranno alleare. E dipingere l’avversario come il lupo per poi farne un sodale è una pratica che ha contribuito molto al discredito della politica e alla perdita di fiducia in essa da parte dei cittadini. Dire la verità, quindi, sull’esito finale. Ma chiedere anche il consenso, in maniera forte, sulle proprie rispettive proposte e agende politiche, che sono diverse, in modo da raccogliere consenso in vista di un’alleanza in cui i rapporti di forza saranno decisivi. Sarebbe, già questa, una fondamentale operazione verità, che aiuterebbe molto a reintrodurre qualche elemento di concretezza e di onestà in una campagna elettorale a cui i finti attacchi ai falsi obiettivi non fanno bene. Ancora meno se vengono da partiti e leader che hanno finora governato insieme, e saranno costretti a farlo anche dopo le elezioni, volenti o nolenti, perché altra maggioranza non c’è.

C’è un lotta tra due destre, una vecchia e una nuova: e nello sconfiggere quella vecchia Bersani e Monti hanno un interesse comune. E c’è una lotta tra due sinistre, una governativa e una d’opposizione: e anche nel far prevalere quella governativa i due hanno un interesse comune. Su questo sono alleati. Ma sono portatori di progetti differenti: dicano quali, concentrando i loro sforzi su di essi. E lascino perdere le punzecchiature personali o gli attacchi ai rispettivi partiti e alleati: che, già oggi, suonano fasulli e un po’ ridicoli. Sia il riscoperto antimontismo di un pezzo del PD, di cui si trova ampia testimonianza in rete, sia gli attacchi ai risorti fantasmi dello statalismo di sinistra provenienti da centrodestra.

Vogliamo sapere quale progetto di paese uscirà da queste elezioni. Non chi è più bravo nella retorica politica e nelle battute: in cui, peraltro, gli attori principali sono mediocri tutti quanti, e quelli che eccellono saranno all’opposizione.

Quale paese con Monti e Bersani, 27 gennaio 2013, p.1-12 (in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”)

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